made in Italy, Ligabue, cinema

Made in Italy, il film. La recensione

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“Ognuno ha la sua storia per cui anch’io ho la mia. Nessuno può cambiarmi la memoria”

(Mi chiamano tutti Riko – Ligabue)

 

Ognuno ha la sua storia. Made in Italy racconta quella di Riko nella nuova pellicola diretta da Luciano Riccardo Ligabue. Un nome che svela già l’impronta di un’autobiografia possibile del terzo lavoro da regista del rocker emiliano dopo “Radiofreccia” (1998) e “Da zero a dieci” (2002).

Si sporca le mani Riko (Stefano Accorsi), non solo a insaccare mortadella, dipendente di un salumificio di provincia, ma a farsi travolgere dagli eventi della vita: il matrimonio in crisi con Sara (Kasia Smutniak) e la precarietà di un lavoro vittima di un’economia nazionale (made in italy) al collasso. Un film anticipato dall’omonimo album pubblicato l’anno scorso che, attraverso 14 brani, racconta la storia tormentata del protagonista e dei venerdì in discoteca con il suo amico Carnevale (Fausto Maria Sciarappa).

Sul grande schermo ritroviamo tutto, o quasi. Ci sono i 15 minuti di popolarità davanti a un telecronista sbugiardato nella volontà di raccontare l’abuso di un manganello su un manifestante. Informazione corrotta? Poco importa. La battuta ritagliata di Riko basterà a scuotere l’indignazione degli spettatori.  C’è la frustrazione per un mondo egoista piegato alle logiche di mercato, la cui depressione corrode anche le viscere più profonde e autentiche di una vita di provincia. Grandi meccanismi di potere che costringono l’onesta generazione di Riko a vendere la casa di campagna costruita dal nonno e allargata dal padre, con tutta la precarietà per il futuro di un figlio che sta per iscriversi al Dams.

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C’è questo e molto altro in Made in Italy. Un altro che non si discosta mai dalla realtà che Ligabue conosce bene correndo, per questo, anche il rischio di rimanere sempre uguale a se stesso, nella musica ma anche nel suo cinema. Una coerenza che tutto sommato non si discosta dalla realtà di un uomo che non ha mai abbandonato Correggio, il proprio paese. Il rocker di provincia tra il sogno e la realtà di un bicchiere di lambrusco e pop corn che anche questa volta sceglie i “suoi” luoghi ma non solo. Tra i portici e le ex officine reggiane c’è la bellezza della città eterna ma soprattutto dell’Italia, il Paese (made in Italy) che Riko è costretto a salutare per una nuova speranza che arriva da Francoforte. Ma il suo non è un addio bensì un arrivederci. A dircelo sono le parole di Cesare Pavese: “Un paese ci vuole. Non fosse che per il gusto di andarsene via. Vuol dire sapere che nella gente e nella terra c’è qualcosa di tuo. Che anche quando non ci sei, resta lì ad aspettarti”.

 

Made in Italy, il trailer

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