Livia Filippi: “Vivo tra libri e teatro per dar voce alla cultura”

Livia Filippi è una giovane autrice ed interprete romana, decisamente poliedrica e brillante. Laureata in Mediazione linguistica e Comunicazione Interculturale presso l’università SSML Gregorio VII, consegue il Master in Critica Giornalistica all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio, la Filippi collabora per quotidiani come “Repubblica”, “Il Quotidiano del Lazio”, “Il Corriere dello Spettacolo”, “Roma.it”, “Recensito”, “MGvision”. Dopo aver frequentato laboratori di drammaturgia e scrittura creativa, entra nella compagnia teatrale “The Ghepards“. Negli ultimi anni recita nel film di Luca Verdone “Le memorie di Giorgio Vasari” e compone alcuni testi teatrali. La sua ultima fatica è il monologo intitolato “Ce sta’ nsole oggi”, interpretato dall’attore Daniel Terranegra (qui il video). Abbiamo contattato la bella Livia Filippi che ci racconta le sue passioni ed esperienze professionali.

Vorrei iniziare a parlare proprio dell’ ultimo testo che hai scritto: “Ce sta’ nsole oggi”. Personamente lo trovo un monologo molto moderno, ironico e verista. Da cosa ne hai tratto ispirazione? E come mai hai scelto proprio il dialetto romano?
Grazie mille ! Questo monologo è nato un giorno dello scorso inverno tra le vie di Trastevere, periodo in cui collaboravo col teatro Belli. Avevo il desiderio di sperimentare la scrittura in dialetto romano, quindi un linguaggio semplice e potente. I quartieri di Roma, cosi tanti e diversi tra loro, sono stati sempre spazi fecondi per la mia immaginazione, perché la bellezza incommensurabile di un passato eterno coesiste con gli aspetti in decadenza del presente. Proprio nel quartiere Aventino, considerato il colle della poesia, comincia la confessione del meccanico Fonzie, il protagonista, che presenta tutta l’umana imperfezione della sua famiglia. Una storia contemporanea e tragicomica che tenta di raccontare il tempo rubato alla nostra vita, alle cose che ci piace fare, e al contempo la debolezza di un marito che non fa più l’amore e tradisce con un trans la moglie che ama.

E’ previsto un progetto per estendere ulteriormente questo tuo lavoro?
Assolutamente si ! La scorsa domenica Daniel Terranegra ed io siamo stati a Milano per presentare il monologo la prima volta fuori da Roma. Ora sto lavorando affinchè diventi parte di uno spettacolo completo in cui aggiungere un’attrice. L’esperimento consisterà nel far vivere due drammaturgie, quella di Fonzie e quella della moglie Mara, parallelamente, senza mai toccarsi, a suon di monologhi che raccontino due punti di vista di una vita vissuta sotto lo stesso tetto.

Essendo giornalista, critica teatrale ed accanita lettrice, scrittura e creatività possono considerarsi il tuo “pane quotidiano”, vero?
Hai pienamente ragione, considero i libri il mio pane quotidiano. Leggo tanto e a volte anche troppo! Diciamo che ogni mia scrittura è il prodotto dell’influenza di un libro che mi ha colpito. Mi piace cimentarmi in stili diversi. Quando scrivo sia per il giornale che per il teatro mi preparo sul tavolo sempre dei “poggiagomiti” facendo due file con i miei libri preferiti. Neanche li apro, ma li metto vicini per continuare a sentirne l’influenza.

Parlaci degli altri componimenti che hai prodotto per il teatro.
Un altro testo che ho prodotto e a cui sono molto affezionata è “Coming in” (2017). La storia è ambientata in un monolocale londinese molto confusionario e annebbiato dal fumo, nel quale vive una fotografa romana. Dopo anni di lontananza dalla figlia, il padre torna a trovarla scoprendo le sue abitudini estreme fatte di party e droghe. Nel testo ho cercato di concentrarmi sul rapporto padre-figlia, entrambi rappresentati con caratteri lontani ma profondi. Non sempre le battute dei miei personaggi portano da qualche parte. E’ una caratteristica che incontro in molte persone, quella di avere più bisogno di parlare che di esprimere un’ idea in particolare, o semplicemente per l’impossibilità di comunicare. I personaggi che mi piace inventare non si svelano mai del tutto, c’è qualcosa che si intravede ma che non viene detto. Il teatro è un po’ un mistero. Alda Merini ha stupendamente affermato che “Bisogna scegliere con cura le parole da non dire”. E questo secondo me è utile per gli scrittori.

Nei giovani d’oggi esiste ancora l’amore per la scrittura, la lettura e quindi per la cultura, quella che ha reso il nostro Paese una fonte infinita di talenti creativi?
Si, certamente. Quello che è cambiato è che un tempo il poeta, lo scrittore, il musicista, l’attore erano professioni riconosciute. Quindi veniva rispettata la funzione sociale ed umana di questi mestieri. Oggi la cultura si consuma perlopiù come merce e come moda, e spesso i talenti creativi devono decidere se appunto smerciare o sopravvivere ai margini svolgendo anche un altro lavoro. Penso che il mondo funzionerebbe meglio se ognuno facesse la professione per cui è disposto a sacrificarsi ed apportare un qualcosa di nuovo. 

Anche l’arte figurativa rientra nelle tue passioni? Quali artisti preferisci?
Molto, molto. Posso dire che accanto al mio letto ho una gigantografia di un quadro di Monet, quello raffigurante la barchetta illuminata dalla luna. Adoro i pittori impressionisti, una passione che ho ereditato da mia madre. Già da piccola seguivo le opere di Modigliani, tanto che il mio film preferito ancora oggi resta “I colori dell’anima”, incentrato appunto sulla storia dell’artista. Andai persino al cimitero Père Lachaise di Parigi a visitare la sua tomba. Ovviamente mi sono letta tutti gli scritti possibili su Modigliani, che mi ha rapito sia dal punto di vista estetico che del personaggio in sé. L’abbaino della mia stanza è coperto da una tenda con i quindici ritratti più famosi di Modigliani, mi tengono compagnia. Li ho messi vicino alla finestra per vedere i cambiamenti di colore in trasparenza, a seconda dei riflessi che comporta la luce del sole o quella artificiale.

Hai iniziato molto presto a dedicarti anche alla recitazione. Quale è stata la tua esperienza formativa?
Diciamo che ho iniziato a ronzare attorno al teatro da quando ero al liceo. Sono partita da laboratori di scrittura creativa che la sera si trasformavano in corsi di recitazione. Però nessuno è stato a livello professionale. Successivamente ho frequentato Teatro Azione, in parallelo agli studi universitari di Lingue e Comunicazione. Questo mi ha dato la spinta a mettermi comunque in gioco di fronte alle proposte che mi sono state presentate. Penso che il miglior modo per affrontare un’esperienza diversa sia o studiare prima tutto, ma questo è un po’ improbabile, oppure affrontarla in maniera pura, senza saperne niente. Io mi gioco spesso la seconda opzione!

Livia Filippi con l’attore Michael Natelle in una scena del film “Le memorie di Giorgio Vasari”.

Lo scorso anno è uscito nelle sale cinematografiche “Le memorie di Giorgio Vasari”, film diretto da Luca Verdone, dove hai interpretato la parte di Clementina. Com’è stato far parte di questo cast?
E’ stata decisamente l’esperienza più importante che ho fatto. La prima per me su un vero set cinematografico. Abbiamo girato in posti bellissimi tra la Toscana e l’Emilia, tra cui il palazzo dove Zeffirelli girò “Romeo e Giulietta”. La cosa che mi è più piaciuta è stato capire la sostanziale differenza nel lavorare con un cast composto da professionisti. Ad esempio c’era il direttore delle luci che aveva un approccio meraviglioso: noi attori recitavamo solo con la luce naturale, quindi aspettavamo l’alba o i tramonti giusti. Mi reputo veramente fortunata di aver fatto parte di questo film. Quando fui provinata dal regista Luca Verdone (sia in italiano che in inglese) ottenni la sua fiducia, segno che qualcosa sin da subito aveva funzionato. Mi fa ancora sorridere quanto il regista scherzosamente avvicinasse la mia naturale furbizia a quella del personaggio di Clementina. Una ragazza del ‘500 che faceva parte delle modelle del Vasari scelte per i ritratti di nudo. Pur appartenendo ad un’epoca non facile per la libertà femminile, possedeva il suo caratterino e convinzioni proprie, non chinandosi dinanzi a nulla. Ricordo simpaticamente che per girare la scena di nudo integrale fui costretta a stare per ben 2 mesi senza depilarmi, perchè ovviamente non era usanza delle donne del ‘500. Anche qui tutto è avvenuto in modo naturale e tranquillo, pur essendo in quel momento all’esordio sul set e non abituata a pose di questo tipo. 

Inoltre hai partecipato nei videoclip musicali di Mannarino e Renzo Arbore, oltre a molti shooting fotografici. Ti senti a tuo agio di fronte la macchina da presa?
Incredibilmente si! Non essendo una ragazza particolarmente estroversa in realtà, mi sono trovata comunque a mio agio. Sono amica di tanti fotografi che, pur non essendo una modella, a volte mi contattano per fare degli editoriali semplicemente per la mia spontaneità. Mi scelgono per quella che sono, non per interpretare qualcosa di troppo diverso da me. Recitare nel video di Alessandro Mannarino, Babalù, è stato davvero divertente ed emozionante, soprattutto nella scena in cui l’attore si butta dal palco verso di me. Invece in quello di Renzo Arbore, Esattamente come tu, appaio per pochi secondi nella parte di una ballerina di swing. Inoltre ho posato per la copertina del disco degli Zen Circus “Il fuoco in una stanza“.

Secondo te è più importante apparire oppure essere se stessi? Non trovi che in questa società odierna l’identità personale sia sacrificata per assomigliare a tutti i costi alle immagini-idolo preconfezionate?
E’ importante essere consapevoli di se stessi quando si appare. Mi attraggono le persone da cui si intravede facilmente il proprio vissuto, mentre non amo, soprattutto nelle donne, l’artificio, il trucco che copre l’imperfezione, l’umanità, indizi che raccontano la nostra unicità. Certo, se fossimo sempre noi stessi, davvero poche persone al mondo forse ci sceglierebbero. Mi considero una persona abbastanza riservata e mi accontento di quella poca gente preziosa che accetta ugualmente il mio carattere, nonostante conosca le mie debolezze, i miei passi falsi. Le mode ci chiedono sempre di fare qualcosa per cui non siamo fatti. E’ capitato spesso di innamorarmi di alcuni personaggi molto diversi da me e di voler essere come loro sotto certi aspetti. Questi casi devono espandere l’identità personale, ma se la sacrificano, allora è tutto soltanto un fatto estetico.

Vuoi ricordare l’appuntamento che a breve vedrà nascere il nuovo progetto su cui stai lavorando?
Riporteremo in scena il 15 marzo al Nuovo Cinema Palazzo “Un chiodo nel mio stivale”, spettacolo ispirato a V.V. Majakovskij, ideato ed interpretato da Daniel Terranegra per la regia di Reza Keradman. È una rappresentazione a cui tengo tanto, e ne sto curando la scrittura. Abbiamo gettato le basi di un ponte che parte dalla Russia del 1917 e attraversa la rivolta di Majakovskij contro la borghesia, gli intellettuali, il cattolicesimo, in nome di un futuro più umano. Incontra compagni quali Blok, Esenin, Pasternak e l’inventiva di artisti come Kandinskij che hanno dato all’arte un ruolo fondamentale. Arriva ad oggi, all’assenza di felicità, ragione e libertà del nostro Paese che, come la Russia del tempo, necessita di essere riorganizzato a livello politico, sociale e artistico. Per la scenografia abbiamo utilizzato ciò che era in disuso nella cantina del Sala Uno, teatro dove è nato lo spettacolo: degli stativi con tanti cavi a vista, su cui viaggia la metafora del disorientamento e delle nuove idee che si intrecciano dalle vie delle città, fino alle campagne. Fare spazio ad un poeta, professione oggi non riconosciuta, che ha unito la propria vita ad una forza lirica appassionata, dissacrante, antiborghese e libertaria, è un dovere se questo è ancora capace di incendiare la coscienza e il cuore di chiunque gli si avvicini. Abbiamo così creato questo incontro per tornare, sia anche soltanto per un’ora, all’essenza dei bisogni umani, all’importanza di protestare contro l’inganno politico, contro chi studia i nostri desideri e li trasforma in merce da consumare, per anestetizzarci, per distrarci dalle nostre aspirazioni e dai nostri valori. Ogni anno il progetto sta crescendo grazie a degli esperimenti. L’esperimento a cui stiamo lavorando in questi giorni è stato inserire un musicista in scena, Fabio D’Onofrio, che interverrà, ora a sostegno ora a contrasto dell’attore e della performance, con elementi sonori elettronici contemporanei mescolati a riferimenti di musica classica.

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