“Le mammelle di Tiresia”, la poetica ironia in un trionfo surrealista

Al Teatro Trastevere è andato in scena “Le mammelle di Tiresia”, tratto dal dramma surrealista del 1917 di Guillaume Apollinaire, celebre poeta, scrittore e drammaturgo francese. Protagonista sul palco la compagnìa teatrale Hangar Duchamp, diretta dal regista Andrea Martella e formata dagli attori Giorgia Coppi, Flavio Favale, Edoardo La Rosa, Vania Lai, Simona Mazzanti e Walter Montevidoni. Per scoprire tutte le curiosità e ulteriori approfondimenti sullo spettacolo, vi invitiamo a rileggere l’intervista realizzata pochi giorni fa al regista Martella cliccando su questo link.

Al centro Simona Mazzanti interpreta Teresa/Tiresia (ph Manuela Giusto)

Sinossi

Le mammelle di Tiresia” ha inizio col prologo di Apollinaire stesso, (Walter Montevidoni) il quale argomenta le tematiche di quanto verrà rappresentato. Alle sue spalle appaiono strambi attori che si muovono, gesticolano grattandosi, si svestono e rivestono, quasi ad anticipare il clima burlesco della messinscena. Nel primo atto entra prepotentemente in scena Teresa (Simona Mazzanti) in abito da sposa e scarpe rosse, un prototipo di sensualità femminile pronto però al cambiamento radicale. Ella infatti, opponendosi all’autorità del marito opprimente, decide di diventare uomo facendo irrealisticamente volare le mammelle. Assume così l’identità di Tiresia (come il leggendario veggente cieco dalla sessualità mutata) decisa fermamente a conquistare il mondo con la sua virilità appena trovata. Il marito di Teresa (Flavio Favale) per conseguente reazione diviene donna, condizione necessaria per garantire la procreazione sull’isola di Zanzibar. Grazie alla “forza di volontà” si troverà assurdamente padre-madre di ben 49.051 figli.

Ognuno dei talentuosi bambini che ripopolano l’isola porta in dono all’avido padre la ricchezza della propria unicità. In questa apparente magnificazione della riproduzione, emerge inevitabile una discordanza nella progenie: l’ultimo Figlio (Vania Lai) è una serpe in seno pronta ad infastidire, ricattare e abbattere con la sua lingua affilata l’ambizione paterna. Il bimbo è infatti un piccolo giornalista il cui talento, al contrario delle virtù dei fratelli, si dimostra un’arma potente e pericolosa, come del resto è stata da secoli la stampa. Il genitore tradito si affida quindi all’aiuto di una cartomante per riconsolidare le sue certezze subito crollate. Ma nel finale un colpo di scena verrà ben presto rivelato, sconvolgendo nuovamente la vicenda.

A sinistra l’installazione di Valerio Giacone; a destra Edoardo La Rosa, Vania Lai e Flavio Favale (ph Manuela Giusto)

Sullo spettacolo

Le mammelle di Tiresia” è sicuramente una rappresentazione complessa e inusuale, soprattutto se rivolta ad un pubblico “rigido” abituato a seguire regole canoniche. Questo spettacolo ha voluto affrontare il teatro con uno spirito diverso, non certo ingannevole o pessimista, utilizzando il gioco e il dialogo poetico. La scommessa del regista Andrea Martella è stata vinta per ironia, spessore dei personaggi e creatività espressiva. Un valido lavoro che ha apportato quel tocco di aggressività e volume culturale aggiuntivo ad un testo già all’epoca innovativo e rivoluzionario. Apprezzabile la scelta di inserire brani di alcuni celebri cantanti italiani come Bertè, Renato Zero, Venditti per introdurre briosamente alcune interpretazioni.

Un po’ troppo lunga e forse superflua la scena del Gendarme che tra la platea simula il galoppo con la scopa, come anche quella in cui viene avvolta tra le bende la giornalista parigina. E’ piaciuta invece la presenza corale ai lati del palco di tutti gli attori, che intervenivano con suoni di tamburelli, campanelli, flauti, o espressioni facciali divertenti. Praticamente impossibile limitarsi ad osservare con lo sguardo soltanto un singolo interprete. Questo “gioco attoriale” fisico e verbale ha esaltato in maniera continua il mondo dell’infanzia e dell’immaginario onirico, coinvolgendo in un’atmosfera spensierata il pubblico, accerchiato da centinaia di palloncini rosa sparsi tra le poltrone della sala. L’impianto scenico, semplice ma essenziale, si è avvalso inoltre dell’arte di Valerio Giacone con l’opera site-specific collocata come sfondo.

La divertente scena della comparsa del Figlio, con Vania Lai e Flavio Favale  (ph Manuela Giusto)

Sugli interpreti

A colpire positivamente è stata soprattutto la naturalezza con cui tutti gli attori si sono calati nel surreale. Simona Mazzanti (Teresa/Tiresia) ha risposto con una prova grintosa sapendo impostare il giusto tono di voce oltre agli atteggiamenti e alle movenze maschili. Da sottolineare come l’attrice abbia poi riprodotto simpaticamente il broncio della Bertè durante le note di “Non sono una signora“, comicamente sventolata dai fogli dei colleghi intenti a creare l’effetto del vento sui capelli tipico delle rockstar. Flavio Favale (il marito) ha interpretato con molta sicurezza e coraggio una parte ambigua. Pur conservando attitudini maschili, non era certo facile mantenere il palco indossando un abito da sposa bianco davanti al pubblico.

Decisamente convincente Vania Lai con la sua notevole espressività comunicativa e instancabile vigorìa nel caratterizzare i personaggi affidati. Su tutti l’esilarante ruolo del Figlio, dove esordisce nella divertente e piacevolissima danza psichedelica in piedi ad un carrello del supermercato. Molto intenso poi nel recitare il prologo iniziale da attore esperto qual’è Walter Montevidoni. Bravi infine anche Giorgia Coppi (giornalista parigina e Presto) ed Edoardo La Rosa (il Gendarme), che hanno saputo dimostrare una discreta presenza scenica e precisi tempi di intervento nelle rispettive performance.

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Le Mammelle di Tiresia di Guillaume Apollinaire

regia: Andrea Martella

Interpreti e personaggi: Simona Mazzanti – Teresa-Tiresia/La Cartomante, Flavio Favale – il marito, Edoardo La Rosa – il Gendarme, Vania Lai – Il Chiosco/Lacouf/il Figlio , Giorgia Coppi – La giornalista parigina/Presto/una signora, Walter Montevidoni – Il Direttore/Il Popolo di Zanzibar),

produzione: Associazione Culturale Teatro Trastevere in collaborazione con Hangar Duchamp

ambienti sonori: Attila Mona; disegno luci: Pietro Frascaro; costumi: Anthony Rosa; installazione scenografica: Valerio Giacone; foto: Manuela Giusto