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Come sopravvivere ai lavori in casa, un concentrato di pura comicità

Risate, risate e ancora risate per il pubblico presente nella piccola (ma gremita) sala del Teatro Testaccio il 15 Ottobre. Il grande e bravo capocomico Michele Caputo ha portato in scena la piacevolissima commedia Come sopravvivere ai lavori in casa. Coadiuvato dagli attori Benedetta Valanzano, Jury Monaco e Vincenzo De Lucia ha dato vita ad un vero e proprio concentrato di comicità! Una bella serata di teatro semplice e concreto, a cui è raro assistere al giorno d’oggi.

Benedetta Valanzano e Michele Caputo

Sulle note rivisitate di  “Sarà perchè ti amo“, si apre il palco per una giovane coppia sposata, la quale sta vivendo una crisi comunicativa. Mario (Michele Caputo) è un patito di tablet e cellulari (da cui non si stacca mai) e quasi non si accorge della moglie durante le (rare) conversazioni. La moglie Silvia, interpretata abilmente da Benedetta Valanzano, è alla disperata ricerca di attenzione, e cerca rifugio negli acquisti e nel cibo vegano. Non sa proprio cucinare e manifesta il suo isterismo contro il marito prevalendo sulle decisioni e discussioni. Infatti è lei a organizzare di rinnovare la casa affidandosi ai consigli di un bizzarro architetto e all’aiuto di sua madre (ruoli entrambi svolti dal simpatico Vincenzo De Lucia). Da qui un susseguirsi di battute a ripetizione e sketch esilaranti che hanno il loro culmine all’entrata in scena dell’operaio Carmine (Jury Monaco). Eccezionali davvero i duetti comici tra Caputo e Monaco, alle prese con indagini di ristrutturazione dai metodi “molto particolari” e buffe terminologie. Lo stesso Jury Monaco a volte non sa trattenersi dal ridere prima della battuta, e gradevolmente improvvisa con dei fuori copione riuscendo a coinvolgere il pubblico. Ma quali conseguenze ci saranno per Mario e Silvia? I semplici lavori di pochi giorni si protrarranno per parecchio tempo, suscitando nella coppia la novità, l’uscita dalla monotonia nel loro rapporto. Questo disagio casalingo paradossalmente permetterà di riunirli in casa, ritrovare il dialogo perso e di riscoprire la loro storia d’amore. Per l’intimità invece, con la presenza ancora di Carmine,  ci sarà “da lavorare”…. 😅

A sinistra Michele Caputo e Jury Monaco, a destra con Vincenzo De Lucia nel ruolo della madre

Come sopravvivere ai lavori in casa ha confermato le attese con un divertimento notevole, pulito, mai pesante. E’ risultato però un pò privo di trama, specie verso il finale, dove è inscenato frettolosamente come la coppia si riavvicini nuovamente all’amore. Spiace che sia stata questa l’unica data dello spettacolo nella capitale, in quanto merita di essere visto per trascorrere una serata in piena allegria e spensieratezza.

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Old Times: gli imprevisti del passato

Dopo la prima nazionale avvenuta ad ottobre a Milano, Old TimesVecchi Tempi, la commedia teatrale realizzata dal regista scozzese Michael Rodgers, è andata in scena al Teatro dei Conciatori di Roma debuttando il 2 maggio. Il remake dell’originale piecès degli anni ’70, ideata dal Premio Nobel Harold Pinter, fa parte della trilogia della memoria assieme a Landscapes e Silenzio. Un viaggio di tre personaggi attraverso l’ambiguità dei ricordi che rompono gli equilibri del presente, danno voce a pensieri  inconfessabili, forse inattendibili.

Il passato è  ciò che tu ricordi, che immagini di ricordare, che ti convinci di ricordare, oppure fingi di ricordare. (Harold Pinter)

L’ambientazione scenica sul palco del teatro dei Conciatori

Ed io tra di voi…

Un teatro raccolto, quello dei Conciatori, in cui hai l’impressione di essere coinvolto nella storia che si sta svolgendo sotto i tuoi occhi, proprio accanto agli attori. Di forte impatto l’inizio dello spettacolo. Palco vuoto, solo due divani e una poltrona, poi buio in sala. D’improvviso luci soffuse sul palco, sotto le delicate note della sigla, dove magicamente appaiono dal nulla i personaggi seduti. In scena una commedia borghese, un triangolo amoroso: lui, lei…e ancora lei (l’altra), forse evocata, forse presente tra marito e moglie. Effetto di una memoria che a volte tradisce, ora ritorna per lasciare delle conseguenze nella vita di entrambi. La dolce e timida Kate (Christine Maria Reinhold), la sensuale e disinvolta Anna (Lisa Vampa) e il tormentato Deeley (Marco Bellocchio) danno vita ad una vicenda quasi di natura pirandelliana, in cui i rispettivi destini sembrano incrociarsi. Ma ciascuno racconta una propria verità. Il personaggio di Anna, che inizialmente vediamo di spalle, è sicuramente la chiave che fa “scattare” il tutto. Prende forma e si insinua nella coppia, muovendosi sinuosa attorno a Kate per ricordarle appunto i “vecchi tempi” londinesi. Deeley intuisce che tra le due amiche c’è stato un legame molto forte e si sente minacciato dalla sua presenza.

Da sinistra Lisa Vampa (Anna), Marco Bellocchio (Deeley) e Christine Maria Reinhold (Kate)

Quando il “non detto” fa rumore

A spezzare la trama, tra sigarette e bicchieri di brandy, il piacevolissimo duetto tra Lisa Vampa e Marco Bellocchio che cantano alcune canzoni inglesi degli anni ’50. Una nota di merito va ai 3 attori, che hanno saputo interpretare al meglio i propri personaggi con espressioni facciali convincenti, giusti toni della voce, e continui movimenti di posizione, tenendo sempre un ritmo serrato. Non era certo facile riuscire ad effettuare quel controllo di se stessi, quelle pause durante la recitazione, che sono più pesanti di mille parole, ma questo era Harold Pinter, il maestro del “non detto”. In conclusione, Old Times è una commedia che può risultare complessa e che quindi va seguita con molta attenzione nei dialoghi. Ogni spettatore può avere un diverso punto di vista con la sua personale interpretazione. Vi invitiamo a seguirlo, entro il 14 maggio, per cercare di scoprire anche il vostro.

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Quando:

Old Times : Dal 2 al 14 maggio, dal martedì al sabato ore 21,00 domenica ore 18,00

Prezzo:

€ 18,00  + tessera obbligatoria di 2 €

Info:

Tel. 06.45448982 – 06.45470031 – info@teatrodeiconciatori.it – teatrodeiconciatori

Dove:

Teatro dei Conciatori, Via dei conciatori, 5 – 00154 Roma

Domenico Macrì: il nostro spettacolo riscopre semplicità e tradizione

Uno spettacolo teatrale che unisca musiche dal vivo, tradizioni popolari e storie toccanti è sempre raro da vedere, specie al giorno d’oggi. “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”, infatti si basa su esperienze e racconti realmente accaduti a persone vissute nel dopoguerra, raccolte da interviste registrate e poi adattate in scena per il palcoscenico. Il testo, curato e ideato da Agnese Fallongo con la regia di Alessandra Fallucchi, si è aggiudicato il premio di miglior corto teatrale e miglior regia alla rassegna Short Lab 2017 (qui l’articolo). Il bravo cast, composto da Domenico Macrì (premiato anche come miglior attore), Eleonora De Luca, Teo Guarini e la già citata Agnese Fallongo, ha dato vita ad un’opera divertente, armonica, poetica e coinvolgente. Ambientate nel centro-sud Italia, le vicende e i loro personaggi rispecchiano un modo di comunicare e di pensare ormai superato, del tutto diverso dalla società odierna. Ma essenzialmente il punto forte è la riscoperta di una saggezza quasi perduta che dovrebbe tramandarsi per non essere dimenticata per sempre. Alcune curiosità sui protagonisti, filmati video e foto le potete vedere visitando la pagina facebook ufficiale. Ecco qui il trailer con alcuni estratti del corto, il quale verrà riproposto nei teatri (da Ottobre n.d.r.) in una versione più estesa.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Domenico Macrì, il quale ci racconta le sue esperienze professionali e alcuni aspetti del suo carattere. Si è affacciato nel mondo artistico quasi per caso, proprio perchè curioso di capirne il funzionamento. Rimastone affascinato, ha cominciato la classica gavetta, proseguendo con passione il suo percorso, convinto della propria scelta lavorativa. Visti i recenti ottimi risultati, ne sentiremo sicuramente parlare. In bocca al lupo Domenico!

A un mese dalla vittoria allo Short Lab 2017 con il corto “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare” e il tuo personale premio come miglior attore, immagino siano ancora vivi in te emozioni e ricordi, vero?

D. Sono ancora molto vivi. E’ stata veramente una sorpresa vincere un premio così, avere riscontri positivi di uno spettacolo portato in scena è davvero bello. Vedi che gli sforzi profusi sono riconosciuti e colpiscono in qualche maniera il pubblico. Spesso si va a teatro e poi si esce esclamando: “si carino…ma niente di che…”. E questo ti fa dire oggi vado a teatro, domani non lo so. Quando invece ricevi consensi esterni onesti e sinceri, significa che quel che hai fatto ha un valore e viene apprezzato da chi riceve “il prodotto”.

A me ha colpito molto che dei giovani attori siano andati a riscoprire le tradizioni popolari antiche del centro-sud Italia. Non solo recitazione ma anche canto e musica interpretati con bravura e passione da tutti voi. Insomma avete sensibilizzato e coinvolto il pubblico con la poesia e il ritmo! Secondo te qual’è stato il fattore che ha fatto la differenza rispetto agli altri corti in gara?

D. Noi in particolare ci siamo affezionati a questo progetto, proprio perchè parla di cose che si stanno ormai perdendo. Ad esempio nello spettacolo c’è un pezzo che parla di una donna che viene corteggiata per un mese dal tizio che gli dedicava ogni sera una serenata. Adesso queste cose non esistono praticamente più; siamo bombardati dalla tecnologia con whatsapp, facebook, dove tutto è talmente immediato che non possediamo nemmeno la volontà di esporci realmente. Abbiamo riportato la volontà di “scoprirsi” qui a teatro, di guardare all’uomo in maniera anche profonda, e questo secondo me ha raggiunto il pubblico. Noi l’abbiamo presentata anche in maniera semplice, perchè non avevamo un impianto scenico grande. Ad esempio, il voler ricreare il mare con un lenzuolo è una cosa che sicuramente colpisce; siamo stati essenziali ed efficaci come lo sono i temi dello spettacolo.

Dal monologo di Mamozio: “Che a me il mare mi piaceva, ma preferivo guardarlo la sera, dalla riva, con tutto il riflesso della luna sull’acqua… e mi piaceva pensare all’amante di mio nonno, a Maria: la donna col vestito fatto di mare. E pensavo che pure io ci volevo ballare però mi vergognavo, come quando c’è una femmina troppo bella che tu ti vergogni… eh, così! Mi bastava sentirne il profumo…”

Il personaggio di Mamozio, il pescatore calabrese che hai inscenato, sognatore e un poco timido, si avvicina al tuo carattere o è completamente diverso?

D. Un po’ si. Proprio l’altro giorno parlavo con una mia amica che conosco da quando avevo 14 anni, e mi ha detto: “io mi ricordo che sei sempre stato timido sin da piccolo”. Quindi probabilmente un fondo di verità c’è! E’ vero, il personaggio ha una parte molto sognante e in una certa misura mi ci ritrovo. In realtà quando andiamo sul palco e creiamo i famosi personaggi, c’è sempre qualcosa di nostro, sono cose che riguardano la nostra essenza, la nostra intimità. I caratteri che c’erano in scena sono pezzi di me, della mia personalità. C’è sempre questo mito del personaggio, come se fosse qualche cosa fuori da noi. Invece l’attore deve saper incontrare con la sua sensibilità le parole scritte sul copione. 

Di recente hai avuto altre esperienze a teatro a stretto contatto con personaggi di rilievo, raccontaci.

D. Ho lavorato con la regia di Daniele Pecci nell’Amleto, che ha debuttato a ottobre scorso al teatro Quirino a Roma. La tourneè ha continuato a girare da gennaio e febbraio e anche ultimamente abbiamo fatto qualche data. E’ stata una esperienza pazzesca, molto significativa, anche perchè ho avuto la fortuna di stare vicino a attori di grande spessore. C’èra una buona umanità nella compagnia, un’armonia interessante che mi ha dato davvero tanto.

Ti sei specializzato in diversi seminari e soprattutto nell’accademia nazionale d’ Arte del dramma antico. Ma quando e grazie a cosa ti è scattata la voglia di fare l’attore?

D. Per caso, devo dire la verità! Partiamo dal presupposto che io sono nato in Calabria, a Gioia Tauro, un paese che non offriva un grande movimento teatrale. Diciamo che non c’è proprio…., come anche nei dintorni, purtroppo! Non ho avuto quindi da ragazzo una istruzione in questo senso. Trasferitomi a Roma per studiare all’università, un giorno camminando sotto casa mia, ho trovato una agenzia di cinema e sono entrato a chiedere come funzionasse la cosa. Dopo due giorni fui chiamato per i primi lavori per la televisione, con i quali mi pagai la mia prima vacanza in Spagna. Dopo quel set iniziai a frequentare i primi laboratori di teatro e appunto l’accademia d’Arte a Siracusa. Qui ho lavorato al teatro Greco in alcune tragedie tra cui Edipo Re, Antigone, Agamennone, Le Supplici. Dopodichè continuai teatro a Roma con Giancarlo Sepe nel suo “The Dubliners”. Mi sono documentato e appassionato alla recitazione soltanto dopo aver conosciuto questo mondo, su questi set. 

A sinistra Domenico Macrì in una scena dell’Amleto di Daniele Pecci , a destra in “The Dubliners” di Giancarlo Sepe, PH T. Le Pera

E oltre alla recitazione conservi altre passioni artistiche?

D. Mi piace molto suonare la chitarra, uno strumento che suono ormai da qualche anno. Ho un debole per la musica jazz e per il blues. Poi ho sempre avuto una passione per la danza contemporanea, che ho studiato, scoperto e approfondito prima e dopo l’accademia. Sono particolarmente attratto da questa forma d’arte del corpo che secondo me dà più libertà di espressione. Con il teatro non ho avuto modo di fare uno spettacolo che la comprendesse, forse non ne sono nemmeno in grado perchè non sono un vero danzatore.

Quale obiettivo ti poni nell’immediato? Il tuo sogno professionale che vorresti realizzare?

D. Nell’immediato inizierò il 15 maggio le prove dello spettacolo Riccardo II con la regia di Peter Stein. Quando ho iniziato, il mio sogno era quello di fare questo mestiere senza bisogno di farne altri per poter compensare. Adesso fare l’attore non è una cosa molto semplice. Il mercato è davvero pieno e c’è poco spazio, e poi perchè recitare implica una grande responsabilità nei confronti di se stessi. Dal momento in cui si sceglie questa vita bisogna dedicarcisi a pieno, senza disperdere energie in altre cose, altrimenti ci sono 1000 altre persone che vanno avanti a te. Il percorso che sto facendo adesso non è un punto d’arrivo ma di partenza. E’ la continuità quello che voglio, che è diverso dal “voglio diventare famoso”. Vivere lavorando come attore penso sia un buon inizio, e i pochi passi che ho fatto li sto facendo nella direzione che desidero. Ed è una grande gioia, soprattutto dopo aver ricevuto consensi e lavorare con persone che stimi. Tutti riconoscimenti che alimentano quella parte di me che vuole continuare a far questo mestiere. Guardandomi attorno, con questa crisi che c’è nel teatro, mi sento molto fortunato e privilegiato!

Febbre da cavallo: una “tris” vincente di comicità, bravura e simpatia!

Immaginiamo i protagonisti della storia Mandrake e Er Pomata al giorno d’oggi, con pronostici su internet e scommesse ippiche in crisi. Perderebbero la loro “febbre” per il gioco o resterebbero irriducibili appassionati anche con questi cambiamenti epocali? Fedelmente legati al giornalino ippico seguendo dal vivo le corse, oppure userebbero il loro smartphone? Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che Febbre da cavallo, in versione teatrale per la prima volta, riesce nel non facile compito della trasposizione filmica del 1976. La sapiente regia di Claudio Insegno e la supervisione artistica di Enrico Brignano d’altronde sono garanzie. Le ambientazioni sceniche ci fanno rivivere la Roma anni ’70; appaiono e scompaiono rapidamente attraverso pedane mobili e pareti scorrevoli. Caratteristici anche i giochi di luce, specie nei cavalli animati durante la coinvolgente sigla “Lui c’ha la febbre da cavallo”,  la quale apre e chiude lo show. Le musiche di Fabio Frizzi e testi di Toni Fornari, che in scena interpreta Manzotin, sono molto orecchiabili e in linea con l’andamento della commedia.

….e non c’è niente che ti farà cambiare, se tu sei nato con la smania di giocare…

Da sinistra Tiziano Caputo, Andrea Perroni e Patrizio Cigliano, fonte: “Febbre da cavallo” facebook.

Un cast fenomenale

La responsabilità di rivestire i panni di “colonne” come Proietti e Montesano non è risultata affatto pesante ai due attori attuali. Patrizio Cigliano (Mandrake) e Andrea Perroni (Er Pomata) sono stati straordinari interpreti, attenti a comunicare ogni dettaglio particolare: dai gesti, alle espressioni, alle battute. Cigliano ha poi dimostrato grande disinvoltura nelle scene e nei monologhi. Impressionante davvero la somiglianza vocale di Perroni con Montesano, come anche quella di Tiziano Caputo, il Felice (nel film Francesco De Rosa) che segue i suoi amici nelle scommesse e nelle peripezie. A fargli da spalle, attori dalla presenza scenica rilevante. Canta e balla la bellissima Sara Zanier, nella parte della grintosa e intraprendente Gabriella. Maurizio Mattioli (avvocato De Marchis) si rivela attore capace di rappresentare al meglio la romanità e la verve di Mario Carotenuto. Intensa la canzone “M’ammazzo”, in cui rovinato dai debiti tenta il suicidio, poi sventato dal trio. Benedetta Valanzano, invece indossa gli abiti snob dell’ironica e conturbante Mafalda, molto divertenti le sue apparizioni (perchè non far cantare anche lei?). Non dimentichiamo certo tutti gli altri componenti del cast e gli strepitosi ballerini che hanno completato questo spettacolo imperdibile e mai noioso. Certi del successo, speriamo di rivederlo a Roma nuovamente il prossimo anno, come in altri teatri italiani. Febbre da cavallo resterà al Sistina fino al 9 di Aprile.

Patrizio Cigliano con Sara Zanier (sinistra) e Benedetta Valanzano (destra), fonte: “Febbre da cavallo” facebook.

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Febbredacavallo

Quando:

16 Marzo – 9 Aprile

dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 17.00

mercoledì 22 Marzo solo ore 17.00, sabato 25 Marzo ore 17.00 e 21.00

Info e prenotazioni:

Biglietteria: 06.4200711 ; 392.8567896

Sistina

Prezzi:

  • Poltronissima €55,00
  • Poltrona e  I Galleria €49,50
  • II Galleria €44,00
  • III Galleria €34,00

Dove: 

Via Sistina 129, Roma