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Domenico Macrì: il nostro spettacolo riscopre semplicità e tradizione

Uno spettacolo teatrale che unisca musiche dal vivo, tradizioni popolari e storie toccanti è sempre raro da vedere, specie al giorno d’oggi. “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”, infatti si basa su esperienze e racconti realmente accaduti a persone vissute nel dopoguerra, raccolte da interviste registrate e poi adattate in scena per il palcoscenico. Il testo, curato e ideato da Agnese Fallongo con la regia di Alessandra Fallucchi, si è aggiudicato il premio di miglior corto teatrale e miglior regia alla rassegna Short Lab 2017 (qui l’articolo). Il bravo cast, composto da Domenico Macrì (premiato anche come miglior attore), Eleonora De Luca, Teo Guarini e la già citata Agnese Fallongo, ha dato vita ad un’opera divertente, armonica, poetica e coinvolgente. Ambientate nel centro-sud Italia, le vicende e i loro personaggi rispecchiano un modo di comunicare e di pensare ormai superato, del tutto diverso dalla società odierna. Ma essenzialmente il punto forte è la riscoperta di una saggezza quasi perduta che dovrebbe tramandarsi per non essere dimenticata per sempre. Alcune curiosità sui protagonisti, filmati video e foto le potete vedere visitando la pagina facebook ufficiale. Ecco qui il trailer con alcuni estratti del corto, il quale verrà riproposto nei teatri (da Ottobre n.d.r.) in una versione più estesa.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Domenico Macrì, il quale ci racconta le sue esperienze professionali e alcuni aspetti del suo carattere. Si è affacciato nel mondo artistico quasi per caso, proprio perchè curioso di capirne il funzionamento. Rimastone affascinato, ha cominciato la classica gavetta, proseguendo con passione il suo percorso, convinto della propria scelta lavorativa. Visti i recenti ottimi risultati, ne sentiremo sicuramente parlare. In bocca al lupo Domenico!

A un mese dalla vittoria allo Short Lab 2017 con il corto “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare” e il tuo personale premio come miglior attore, immagino siano ancora vivi in te emozioni e ricordi, vero?

D. Sono ancora molto vivi. E’ stata veramente una sorpresa vincere un premio così, avere riscontri positivi di uno spettacolo portato in scena è davvero bello. Vedi che gli sforzi profusi sono riconosciuti e colpiscono in qualche maniera il pubblico. Spesso si va a teatro e poi si esce esclamando: “si carino…ma niente di che…”. E questo ti fa dire oggi vado a teatro, domani non lo so. Quando invece ricevi consensi esterni onesti e sinceri, significa che quel che hai fatto ha un valore e viene apprezzato da chi riceve “il prodotto”.

A me ha colpito molto che dei giovani attori siano andati a riscoprire le tradizioni popolari antiche del centro-sud Italia. Non solo recitazione ma anche canto e musica interpretati con bravura e passione da tutti voi. Insomma avete sensibilizzato e coinvolto il pubblico con la poesia e il ritmo! Secondo te qual’è stato il fattore che ha fatto la differenza rispetto agli altri corti in gara?

D. Noi in particolare ci siamo affezionati a questo progetto, proprio perchè parla di cose che si stanno ormai perdendo. Ad esempio nello spettacolo c’è un pezzo che parla di una donna che viene corteggiata per un mese dal tizio che gli dedicava ogni sera una serenata. Adesso queste cose non esistono praticamente più; siamo bombardati dalla tecnologia con whatsapp, facebook, dove tutto è talmente immediato che non possediamo nemmeno la volontà di esporci realmente. Abbiamo riportato la volontà di “scoprirsi” qui a teatro, di guardare all’uomo in maniera anche profonda, e questo secondo me ha raggiunto il pubblico. Noi l’abbiamo presentata anche in maniera semplice, perchè non avevamo un impianto scenico grande. Ad esempio, il voler ricreare il mare con un lenzuolo è una cosa che sicuramente colpisce; siamo stati essenziali ed efficaci come lo sono i temi dello spettacolo.

Dal monologo di Mamozio: “Che a me il mare mi piaceva, ma preferivo guardarlo la sera, dalla riva, con tutto il riflesso della luna sull’acqua… e mi piaceva pensare all’amante di mio nonno, a Maria: la donna col vestito fatto di mare. E pensavo che pure io ci volevo ballare però mi vergognavo, come quando c’è una femmina troppo bella che tu ti vergogni… eh, così! Mi bastava sentirne il profumo…”

Il personaggio di Mamozio, il pescatore calabrese che hai inscenato, sognatore e un poco timido, si avvicina al tuo carattere o è completamente diverso?

D. Un po’ si. Proprio l’altro giorno parlavo con una mia amica che conosco da quando avevo 14 anni, e mi ha detto: “io mi ricordo che sei sempre stato timido sin da piccolo”. Quindi probabilmente un fondo di verità c’è! E’ vero, il personaggio ha una parte molto sognante e in una certa misura mi ci ritrovo. In realtà quando andiamo sul palco e creiamo i famosi personaggi, c’è sempre qualcosa di nostro, sono cose che riguardano la nostra essenza, la nostra intimità. I caratteri che c’erano in scena sono pezzi di me, della mia personalità. C’è sempre questo mito del personaggio, come se fosse qualche cosa fuori da noi. Invece l’attore deve saper incontrare con la sua sensibilità le parole scritte sul copione. 

Di recente hai avuto altre esperienze a teatro a stretto contatto con personaggi di rilievo, raccontaci.

D. Ho lavorato con la regia di Daniele Pecci nell’Amleto, che ha debuttato a ottobre scorso al teatro Quirino a Roma. La tourneè ha continuato a girare da gennaio e febbraio e anche ultimamente abbiamo fatto qualche data. E’ stata una esperienza pazzesca, molto significativa, anche perchè ho avuto la fortuna di stare vicino a attori di grande spessore. C’èra una buona umanità nella compagnia, un’armonia interessante che mi ha dato davvero tanto.

Ti sei specializzato in diversi seminari e soprattutto nell’accademia nazionale d’ Arte del dramma antico. Ma quando e grazie a cosa ti è scattata la voglia di fare l’attore?

D. Per caso, devo dire la verità! Partiamo dal presupposto che io sono nato in Calabria, a Gioia Tauro, un paese che non offriva un grande movimento teatrale. Diciamo che non c’è proprio…., come anche nei dintorni, purtroppo! Non ho avuto quindi da ragazzo una istruzione in questo senso. Trasferitomi a Roma per studiare all’università, un giorno camminando sotto casa mia, ho trovato una agenzia di cinema e sono entrato a chiedere come funzionasse la cosa. Dopo due giorni fui chiamato per i primi lavori per la televisione, con i quali mi pagai la mia prima vacanza in Spagna. Dopo quel set iniziai a frequentare i primi laboratori di teatro e appunto l’accademia d’Arte a Siracusa. Qui ho lavorato al teatro Greco in alcune tragedie tra cui Edipo Re, Antigone, Agamennone, Le Supplici. Dopodichè continuai teatro a Roma con Giancarlo Sepe nel suo “The Dubliners”. Mi sono documentato e appassionato alla recitazione soltanto dopo aver conosciuto questo mondo, su questi set. 

A sinistra Domenico Macrì in una scena dell’Amleto di Daniele Pecci , a destra in “The Dubliners” di Giancarlo Sepe, PH T. Le Pera

E oltre alla recitazione conservi altre passioni artistiche?

D. Mi piace molto suonare la chitarra, uno strumento che suono ormai da qualche anno. Ho un debole per la musica jazz e per il blues. Poi ho sempre avuto una passione per la danza contemporanea, che ho studiato, scoperto e approfondito prima e dopo l’accademia. Sono particolarmente attratto da questa forma d’arte del corpo che secondo me dà più libertà di espressione. Con il teatro non ho avuto modo di fare uno spettacolo che la comprendesse, forse non ne sono nemmeno in grado perchè non sono un vero danzatore.

Quale obiettivo ti poni nell’immediato? Il tuo sogno professionale che vorresti realizzare?

D. Nell’immediato inizierò il 15 maggio le prove dello spettacolo Riccardo II con la regia di Peter Stein. Quando ho iniziato, il mio sogno era quello di fare questo mestiere senza bisogno di farne altri per poter compensare. Adesso fare l’attore non è una cosa molto semplice. Il mercato è davvero pieno e c’è poco spazio, e poi perchè recitare implica una grande responsabilità nei confronti di se stessi. Dal momento in cui si sceglie questa vita bisogna dedicarcisi a pieno, senza disperdere energie in altre cose, altrimenti ci sono 1000 altre persone che vanno avanti a te. Il percorso che sto facendo adesso non è un punto d’arrivo ma di partenza. E’ la continuità quello che voglio, che è diverso dal “voglio diventare famoso”. Vivere lavorando come attore penso sia un buon inizio, e i pochi passi che ho fatto li sto facendo nella direzione che desidero. Ed è una grande gioia, soprattutto dopo aver ricevuto consensi e lavorare con persone che stimi. Tutti riconoscimenti che alimentano quella parte di me che vuole continuare a far questo mestiere. Guardandomi attorno, con questa crisi che c’è nel teatro, mi sento molto fortunato e privilegiato!

Cristina Chinaglia, quando la comicità diventa “agrodolce”

Il percorso artistico di Cristina Chinaglia è sicuramente caratterizzato da numerose attività formative. La frequentazione del corso di Espressione Teatrale a Bologna e della  Scuola del teatroLab diretta da Antonio Albanese sono solo alcuni step che l’ hanno portata a perfezionarsi. Dopo aver conseguito la laurea in Lingue, Letterature e Culture Moderne, si e’ dedicata completamente al teatro nel duplice ruolo di attrice e cantante in spettacoli classici e moderni. Allieva nei laboratori di Giovanni Veronesi e Massimiliano Bruno per il cinema e l’”Atelier” di Albertazzi per il teatro, ha trovato qui lo stimolo a scrivere testi propri. Infatti è autrice di alcuni monologhi, l’ ultimo dei quali risultato vincitore allo Short lab 2017. Di recente ha avuto esperienze allo Zelig Lab, mentre quest’anno è stata presente come attrice in 3 pellicole cinematografiche.

Cristina Chinaglia riceve da Massimiliano Bruno il premio “miglior monologo” nell’edizione 2017 dello Short lab.

Raggiunta telefonicamente, Cristina Chinaglia si è mostrata disponibile a rispondere alle nostre domande, ripercorrendo alcuni momenti della sua carriera con un focus sul suo lavoro da poco premiato.

Ancora complimenti per la vittoria del tuo monologo allo Short lab 2017! Ci puoi presentare “Risonanze Magnetiche” e dirci da cosa è stato ideato?

C. Grazie! E’ un episodio di uno spettacolo che io avevo già in mente e finora mai rappresentato, dal nome “Moriremo tutti ma tu di più“. In realtà è una specie di seduta psicanalitica all’interno di una risonanza magnetica, dove la protagonista è una ragazza molto indaffarata, agitata, confusa. Anziché vagare con il pensiero nel chiuso del macchinario, parla al medico (il pubblico in questo caso) mettendo a nudo le cose della sua vita che non vanno in quel momento. La vicenda un pò surreale si conclude con la ragazza che cerca ancora il medico a cui raccontare di sé, come se fosse un analista. L’idea mi è nata proprio mentre facevo una risonanza molto tempo fa. Non sono particolarmente claustrofobica, ma volendo evitare brutte figure e schiacciare il pulsante per farmi aprire, in quel momento cominciai a pensare a delle cose, anche perché dovevo rimanere parecchi minuti. Questo pretesto narrativo mi è rimasto impresso. In “Moriremo tutti”, che sarebbe il progetto un pò più ampio, succederanno delle cose immaginarie nel poco tempo che resta prima della fine del mondo. Però non dico altro perché siamo ancora in fase di lavorazione.

Nei tuoi monologhi si ride tantissimo, c’è satira, ma dai spazio anche a spunti riflessivi.

C. Mah, si. Mi piace molto scrivere per far ridere, mi piace la comicità, la commedia, il teatro comico. Alcune cose le avevo presentate allo Zelig Lab. Però mi piace una comicità un pò “agrodolce”, a volte un pochino cinica, come chiave di lettura di alcune cose del mondo, un poco mi appartiene o comunque fa parte del mio modus-scribendi diciamo. Dei personaggi che presento mi piace il contrasto tra il loro modo di essere e le convenzioni della società che li costringono a comportarsi in una certa maniera. Ci provo a inserire spunti di riflessione. Ho presentato qualche tempo fa un monologo che si chiamava “Chi si riconosce è perduto“. Metteva in scena alcuni tipi di donne, di uomini, esempi positivi che in realtà poi non si rivelavano tali, infatti chi si riconosceva era perduto. Altri erano corti teatrali che ho presentato anche a Zelig, uno su una madre surrogata e un lavoro sul tema della maternità in età avanzata. Spesso indago le tematiche femminili, ma traggo spunti anche dall’attualità, e se mi capita faccio anche un pò di satira politica.

Cristina Chinaglia al fianco di Giorgio Albertazzi e in altre scene nella rappresentazione teatrale del “Mercante di Venezia.

Quali sono i ricordi del tuo percorso teatrale che senti particolarmente?

C. Sopra tutti vorrei ricordare l’incontro professionale con Giorgio Albertazzi, scomparso purtroppo l’anno scorso. Ho avuto il piacere di lavorare con lui per un anno e quattro mesi nel “Mercante di Venezia” , sua ultima tournée. Questo è uno spettacolo che porterò nel cuore, anche perché lui è stato un maestro avendo frequentato in precedenza il suo Atelier. Sono particolarmente felice di aver condiviso prima l’addestramento e poi anche il palcoscenico con lui. Mi ha sicuramente segnato e insegnato molto; io interpretavo un ruolo maschile del servitore Jobbino, un personaggio comico della commedia. Mi ha portato molta fortuna avendo ricevuto critiche positive. Lo definirei una sorta di “giro di boa”, anche perché non capita sempre di fare tournée così lunghe con quasi 200 date. E’ cosa di altri tempi, che forse i giovani attori di adesso fanno fatica a sperimentare. Come se si fosse tornati indietro nel tempo, quando le compagnie giravano ovunque. Per me è stata una palestra importantissima, recitando con frequenza. Devo dire che Albertazzi mi ha tanto incoraggiato a scrivere cose mie, lui come anche Massimiliano Bruno, con cui feci un laboratorio tempo fa. A me piace scrivere, io sono laureata in letteratura, ho fatto lingue straniere, ma la passione del teatro l’ho portata avanti grazie a queste esperienze.

Non solo teatro, hai avuto di recente anche esperienze cinematografiche?

C. Si, ho fatto un piccolo ruolo comico nel film “Mister Felicità” di Alessandro Siani, uscito a gennaio. Mi è piaciuto tantissimo recitare con lui perché davvero è una persona molto divertente, professionale e poi nella regia è molto attento. Poi ci sono altri due film in uscita, in cui ho fatto ruoli più grandi. “Il flauto magico di Piazza Vittorio“, è la trasposizione cinematografica del flauto magico di Mozart, con parti cantate come nell’opera. La sceneggiatura e la musica sono state riadattate in una chiave molto particolare, che poi si vedrà. Questo film è prodotto da Paco cinematografica e diretto da Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. Fra i protagonisti ci sono Fabrizio Bentivoglio, Petra Magoni, Violetta Zironi e artisti da tutto il mondo come Ernesto Lopez. Ha un respiro molto internazionale ed è un progetto interessante e ambizioso, insomma è particolare. Poi c’è l’opera prima di “Beate“, per la regia di Samad Zarmandili, che è una commedia molto divertente con Donatella Finocchiaro, Paolo Pierobon, Lucia Sardo e Maria Roveran. Entrambi i film usciranno a breve, non so se il “Flauto” possa uscire per il Festival di Venezia, ma questa forse è una speranza più mia (ride), perché penso che possa rappresentare al meglio l’Italia.

Dal film “Mister Felicità” di Alessandro Siani

So che hai un’ottima voce, quale genere preferisci cantare ?

C. Eheheh, grazie. Allora io ho cominciato a studiare musica prima di recitazione. Ho imparato a suonare il clarinetto a 7 anni e poi ho fatto il conservatorio ma non mi sono diplomata perché ho smesso. Ho studiato anche canto lirico, ho smesso anche quello e ho cominciato a cantare con gli amici musica leggera. In realtà è stata sempre una passione collaterale, non è mio interesse fare la cantante, ma se capita di dover cantare qualcosa per uno spettacolo teatrale si, perché no. A volte canto un’aria lirica così per ricordarmi un pò, ma principalmente mi piace il rock inglese e le ballate melodiche.

Insegni ancora Tecniche di dialogo al master di narrazione della scuola Palomar di Rovigo?

C. In realtà non più. Mattia Signorini è un mio amico, un romanziere, e siamo entrambi Polesani, lui di Rovigo io di Badia di Polesine. Lui ha deciso di aprire un corso di scrittura con la sua scuola molto bella, e in realtà ho cominciato anche io ad avviare delle collaborazioni per questo progetto da intraprendere. Però poi per degli impegni personali ho rinunciato, ma non nascondo che mi sarebbe piaciuto far conciliare le cose. Io adesso vivo e lavoro a Roma e la scuola è a Rovigo, per me sarebbe stato complicato. In futuro magari recuperiamo! Oltre a preparare scrittori di romanzi, la scuola è di interesse anche per chi scrive per il teatro nel riuscire in dialoghi che siano credibili, veri, interessanti.

Oltre alla preparazione, quali pensi siano altri fattori importanti per un attore?

C. La disponibiltà a farsi sempre modellare. Anche una forte umiltà, che non ti faccia mai sentire totalmente capace, totalmente arrivato. Bisogna sempre un pò dubitare di se stessi secondo me, perché poi nel conflitto nascono le emozioni. L’umiltà è necessaria, togliere il più possibile il proprio ego per lasciare spazio a quello che si deve trasmettere, dando al personaggio la possibilità di vivere. E’ come se tu avessi un sacchetto trasparente, già pieno di roba, che non permette di far passare la luce attraverso. Se rimane più trasparente possibile e da riempire, la luce intanto passa. Secondo me bisogna poter dare e non ricevere soltanto. Un attore si pensa voglia essere al centro dell’attenzione, invece deve essere il contrario e stare al servizio del pubblico. Se non hai nulla da dare e pretendi di ricevere non è utile.

Ringraziamo Cristina Chinaglia per la concessione del materiale fotografico.

Short lab 2017, ecco i vincitori !

Dopo il successo della prima edizione, il festival di monologhi e corti teatrali ideato dal regista Massimiliano Bruno insieme a Gianni Corsi, Daniele Coscarella e Susan El Sawi, è tornato al Cometa Off, vero e proprio tempio del teatro off romano. Dal 14 marzo la rassegna Short lab ha messo in scena ogni sera sette spettacoli diversi al costo di un unico biglietto. Parte del ricavato sarà  devoluto a Emergency.

Massimiliano Bruno e il pubblico del Cometa Off

Oltre 60 le rappresentazioni proposte da compagnie provenienti da tutta Italia, giovani talenti pronti ad esibirsi e a competere fino alle due serate finali. Massimiliano Bruno offre così ai giovani attori la possibilità di un debutto o di una riconferma, per guadagnarsi il premio più ambito: una produzione dello spettacolo per la prossima stagione teatrale. Giudici di qualità, che affiancheranno il pubblico nelle votazioni, sono addetti ai lavori, colleghi affermati, critici e produttori. Una vetrina prestigiosa per un centinaio di professionisti e aspiranti tali, molti dei quali allievi dei laboratori di Bruno. Proprio per il suo ultimo film “Beata ignoranza”, ha voluto il vincitore della prima edizione di Short lab, Giuseppe Ragone per un ruolo importante al fianco di Alessandro Gassman e Marco Giallini. Queste le parole di Massimiliano Bruno :

“Spero che questa seconda edizione possa portare ancor più fortuna ai ragazzi rispetto all’anno scorso. La selezione è stata dura e abbiamo scelto delle proposte validissime e dei giovani attori straordinari. Io sarò lì tutte le sere a godermi lo spettacolo”.

I voti del pubblico e della giuria hanno decretato la selezione dei 18 Monologhi e 9 Corti semifinalisti (dal 4 al 7 aprile) per poi arrivare alle finali dell’ 8 e 9 aprile con 7 Monologhi e 4 Corti. Di seguito l’elenco definitivo.

I 7 monologhi per la finale dell’ 8 aprile:

SPECIFICHE COMPETENZE un progetto di Adriano Bennicelli  con Giancarlo Porcari.

RISONANZE MAGNETICHE un progetto di/con Cristina Chinaglia.

BARELLE un progetto di/con Vittoria Faro

HARRIET un progetto di/con Erika Grillo

LABALDRACCA un progetto di/con Silvia Maria Vitale. Regia Valentina Martino Ghiglia.

VOMITO un progetto di/con Lorenzo Terenzi.

DOVEROSI RINGRAZIAMENTI un progetto di Valerio Vestoso con Gabriella Indolfi.

I Monologhi per la finale Short lab 2017

I 4 corti in finale il 9 aprile:

LA SCADENZA, un progetto di/con Guglielmo Poggi e Paola Rinaldi

THUMOS, un progetto di Gianvincenzo Pugliese con Samuele Picchi, Angelo Spagnoletti, Gabriele Stella, Gianvicenzo Pugliese, Giorgia Spinelli, Giovanni Macedonio.

LA LEGGENDA DEL PESCATORE CHE NON SAPEVA NUOTARE, un progetto di Agnese Fallongo con Domenico Macrì, Eleonora De Luca, Teo Guarini, Agnese Fallongo. Regia di Alessandra Fallucchi.

IL VIVAIO – E SE CI AMASSIMO QUANTO CI ODIAMO LO SAI CHE BELLO, un progetto di Martina Badiluzzi con Martina Badiluzzi, Samuele Cestola, Matteo Milani e Pietro Rebora.

I Corti in finale: Thumos, Il Vivaio, La Scadenza e La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare.

Ed ecco i vincitori di Short lab

A ottenere la vittoria per il miglior Monologo è stata Cristina Chinaglia con la sua “Risonanze Magnetiche“. Cristina ci ha gentilmente rilasciato la seguente dichiarazione:

“Sono molto felice che il mio monologo abbia vinto questa importante competizione e presto diventerà un episodio di uno spettacolo intero. Lo Short lab è stata un’esperienza molto emozionante: una girandola di testi e attori, la giuria tecnica diversa tutte le sere, pubblico sempre numerosissimo. Al di là del concorso, un’occasione per molti artisti per far conoscere il proprio lavoro. Devo dire che, nelle quattro sere in cui mi sono esibita, l’energia tra noi attori era quella di chi sta facendo un vero e proprio spettacolo, come se fossimo una compagnia. Ed è stato bello! Short lab fa bene al teatro di prosa e inoltre sostiene Emergency, quindi varca i confini del palcoscenico per un obiettivo ancora più alto. Che, di questi tempi, non è poco!”

Da sinistra i finalisti Vittoria Faro, Silvia Maria Vitale, Giancarlo Porcari, Cristina Chinaglia (al centro), Gabriella Indolfi, Lorenzo Terenzi e Erika Grillo.

Come monologo più votato dal pubblico in questa manifestazione il riconoscimento è andato a “Occidental’Italia” di Massimo Ceccovecchi. Nella serata conclusiva dei Corti teatrali, il premio come  miglior attrice è andato a Paola Rinaldi con la sua interpretazione di “La Scadenza. Ma a fare incetta di premi è stato indiscutibilmente il corto La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare. Oltre ai riconoscimenti come miglior regia (Alessandra Fallucchi) e miglior attore (Domenico Macrì), si aggiudica anche l’edizione di Short lab 2017. Lo spettacolo, ispirato da interviste su persone vissute a cavallo tra le due guerre, è da considerarsi molto poetico e capace di toccare delle corde universali dal sapore antico. Una armonica unione di storie realmente accadute con musiche e leggende popolari. A dire la sua è anche Domenico Macrì:

“Felicissimo della serata di ieri; è stata emozionante e ricca di eventi inaspettati! Short lab è davvero una realtà preziosa che valorizza il lavoro teatrale, richiama lo spettatore ad una partecipazione attiva e permette a giovani compagnie di portare avanti i propri progetti. In tutte le serate abbiamo incontrato spettatori entusiasti e pieni di interesse. Bisogna tutelare questa realtà per risvegliare il pubblico e incoraggiare gli artisti a portare avanti la propria necessità, in un mercato saturo che però a quanto pare dà ancora delle possibilità reali. Grazie a tutto lo staff e al meraviglioso pubblico !”

“La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”, da sinistra Agnese Fallongo, Domenico Macrì, Eleonora De Luca e Teo Guarini.

La rassegna si chiude con soddisfazione per tutti i partecipanti, vincitori e non, che hanno messo tanta passione e impegno per i progetti presentati e la consapevolezza di aver ottenuto un segno indelebile dal teatro. Alla prossima edizione !

Info:

facebook

teatrocometaoff

Dove:

Teatro Cometa Off , Via Luca della Robbia 47, Roma