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Storia di incroci e d’anarchia, l’inarrestabile comicità di una paladina di giustizia

Il premio come miglior monologo dell’edizione 2018 dello Short lab è andato al divertentissimo ” Storia di incroci e d’anarchia “, di Veronica Milaneschi. La protagonista racconta ironicamente le sue disavventure stradali, convinta di essere spinta da un dettame divino che le avrebbe assegnato un compito di messaggera di giustizia. Ella infatti perde facilmente la testa quando è nel traffico ed incorre nella maleducazione e scorrettezza di alcuni automobilisti. Quasi assumendo sembianze bestiali e rabbiose (oltre una simpatica reincarnazione di una maghetta dei cartoni animati), si sfoga coloritamente e in maniera liberatoria con il malcapitato guidatore attraverso una prossemica capace di far ridere da pazzi il pubblico. Esilaranti davvero le sue battute sul mancato rispetto del codice stradale, dove paradossalmente ricorre a situazioni in cui è presente la frase “si lo so è illegale ma lascia fare“. La Milaneschi ha dimostrato anche una buona presenza scenica e un’energia coinvolgente che le è valsa i meritati applausi a scena aperta da parte della platea. Il lavoro di regia si è avvalso, sia dal punto di vista creativo che tecnico, dell’apporto prezioso di Patrizio Cigliano.

Il monologo ” Storia di incroci e d’anarchia ” ha superato di 2 soli voti “Sciaboletta”. Decisivo è stato il voto del pubblico del Cometa Off, vero e proprio ago della bilancia. La giuria, infatti, era letteralmente spaccata in due. Per la prossima stagione è previsto per questo testo un progetto molto grande, ancora in fase embrionale, per il quale si sceglierà il giusto canale comunicativo. Per rivedere la diretta streaming di ” Storia di incroci e d’anarchia ” (minuto 7:20) nella finale dello Short lab del 24 marzo cliccare qui. Di seguito le interviste a Veronica e Patrizio.

Storia di incroci e d’anarchia riceve il premio allo Short Lab 2018, Ph Chiara Calabrò

Intervista a Veronica Milaneschi

Complimenti per la vittoria e per l’interpretazione. Te l’aspettavi di vincere? Quali emozioni hai provato?

Grazie ! Non credo mai di poter primeggiare. Non che mi sentissi meno degli altri, ma perchè pensavo ci fossero molti monologhi più belli e divertenti. Il mio era un pezzo marcatamente comico che non tocca temi profondi come una storia sull’immigrazione o sulla Shoah. In questo caso sono rimasta molto stupita dopo la prima andata in scena, perchè ho sentito una risposta calorosissima del pubblico. Ed essendo la prima cosa scritta da me come autrice è stata davvero incredibile ! La platea ha reagito più di come mi aspettassi ! Questo è stato clamoroso e mi ha dato la spinta ad andare avanti in una rassegna che comprendeva una settantina di monologhi di tutti i generi. Ma da qui a trionfare non me lo aspettavo proprio ! Forse quello che mi ha fatto vincere, a parte la regia di Patrizio che ha fatto una roba deliziosa sul mio pezzo e la mia tecnica attoriale, è stato il fatto che la gente che ha assistito alla storia abbia vissuto una catarsi. Tutti uscivano dal teatro come se avessero fatto una seduta di psicanalisi sulla rabbia. Il pubblico ha apprezzato la possibilità di sfogarsi sulle proprie paturnie quotidiane.

Visto che sei anche l’autrice di Storia di incroci e d’anarchia, da che spunti nasce questo monologo?

Io penso che un autore debba partire da qualcosa di molto sincero e vicino a sé. Poi ovviamente va teatralizzato e architettato per la scena. Però il fondamento da cui si parte deve essere un qualcosa che si prova e si sente molto forte. Questo testo nasce dalla visione negativa propria delle mie origini siciliane. Dalla Sicilia prendo tutto il mio pessimismo e tragedia interiore, anche se sembro una persona molto solare. I miei riferimenti, dovuti ai miei studi classici, attingono alla tragedia greca. Questo personaggio, imbevuto nella romanità, prende spunto infatti dalle Erinni, dalla Dea della Follia dell’Eracle di Sofocle. Alcune battute vanno da “non posso punì tutti gli automobilisti che me fanno arrabbià” a “non li posso evirà, non je posso cecà l’occhi“. Per il titolo mi sono ispirata ad uno dei lavori in cui fui presa agli inizi degli anni 2000: “Storia d’amore e d’anarchia”. La regia era di Lina Wertmuller, la mia prima grande insegnante, e questa esperienza a cui sono legatissima è rimasta molto impressa nel mio cuore. E per il mio primo testo volevo renderle un omaggio doveroso. Come interprete sono stata molto contenta di sentire alcune persone che mi hanno detto di ricordargli una Cinzia Leone del periodo della “Tv delle ragazze“. Effettivamente quelle erano cose con cui mi divertivo tantissimo, ero molto piccola ma già le capivo. Non volevo andare al letto prima di aver visto “Avanzi“…

….se fossi vissuta nel 5 secolo sarei stata amata, glorificata, oltre ad essere una fonte di ispirazione dei più grandi tragediografi. Come la Nike di Samotracia… tiè, Eskilo… tiè, senti come sona…(dal monologo)

Questo testo cosa vuole trasmettere veramente al pubblico?

Non inizio a scrivere un testo pensando a quello che voglio far capire al pubblico, ma cosa mi preme raccontare, cosa mi interessa, e poi di conseguenza spero appassioni anche al pubblico. Quello che ho visto scrivendo era la possibilità di sfogarsi e vedere l’interiorità di una persona e le proprie problematiche reali attraverso la gestione della rabbia. Spero di essere riuscita a raccontare questo in una maniera leggera, senza inserire uno stacco dove comparisse una morale, che a volte può abbattere un pezzo comico. Direi che quello che è arrivato agli spettatori non era un vero e proprio messaggio, ma la possibilità di rivedersi, di poterne parlare anche loro ad alta voce. Più l’attore si pone in maniera schietta e aperta verso il pubblico, più quest’ultimo si riconosce in alcuni aspetti “terribili o mostruosi“.  Secondo me è positivo per le persone che si tengono dentro delle cose fino a scoppiare. Mi sono resa conto mentre recitavo che partivano i dibattiti. Sentivo persone che dicevano “ah si anche a me è capitato quella volta…”, non perchè non fosse interessante quel che dicevo, ma perché  avevo fatto scattare qualcosa di sincero in loro. Una sorta di confronto sulla quotidianità che vediamo tutti insomma. Anche senza patente !

Senti di avere delle cose comuni o aspetti caratteriali simili con il personaggio che hai interpretato ?

Sinceramente ci sono delle corde che io conosco, a cui poi ho aggiunto la tecnica attoriale. Sono delle corde personali e vere purtroppo. Infatti adesso io sono in macchina al telefono ma non sto guidando. Non si vede la mia faccia che ogni tanto fa: “No, e levati, ma guarda quello..”, e vorrei mandare a quel paese tutti diciamo. Ho dovuto ridurre tantissimo questa versione perchè avevo aneddoti a volontà. Non è che nel traffico io mando a quel paese semplicemente, ma conio delle frasi di senso compiuto con tutta una serie di appellativi particolari che non mi sembra il caso di citare qui…. 😛 Mi viene una grande fantasia e creatività in mezzo al traffico. E’ stata una scrittura abbastanza veloce, rivista del regista, ma diciamo che avevo buttato giù tante tante pagine di sequele di insulti creativi, Ahahah. 😆

Posso definirti artista poliedrica? Perché oltre a essere interprete dalle tante sfaccettature, hai spaziato nel doppiaggio, cinema e televisione. Poi sei anche attiva nelle associazioni culturali.

Si, io mi sdoppio e mi triplico. Non sono solo un’attrice, perchè mi è capitato molte volte di lavorare in sala doppiaggio, nel cinema e nelle fiction tv. Dal 2008 sono membro dell’associazione culturale Aut-Out, insieme alle colleghe Giada Prandi e Francesca Blancato. Con loro abbiamo realizzato tantissime iniziative e spettacoli negli anni, come ad esempio un festival di teatro a Montisi in provincia di Siena. Poi ho anche un’altra grande passione che è la Clownterapia. Faccio parte di un’associazione (MagicaBurla Onlus) dove siamo dei clown dottori professionisti. Lavoriamo nelle pediatrie di alcuni ospedali romani, soprattutto nei reparti di oncoematologia del Bambin Gesù. Sono molto legata a questa parte di me che si dedica a tutt’altro. Qui a contatto con i bimbi dedico la mia dolcezza, creatività e la magia di trasformare tutto.

Intervista al regista Patrizio Cigliano

Quale è stata, secondo te, la chiave del successo di  “Storia di incroci e d’anarchia”, che ha letteralmente conquistato pubblico e giuria? Su cosa avete voluto puntare?

Sicuramente è un monologo brillante, molto comico e leggero. In questi casi, oltre al pezzo di base che ha indubbi punti di forza, tutto dipende dall’attore e dalla regia. Ogni cosa, anche buona, non funziona se letta male. Veronica è un’attrice ottima, la conosco benissimo avendoci lavorato diverse volte. C’è una fiducia reciproca tra noi. Il testo ben scritto ed orchestrato ovviamente ha il suo carico di regia che ha il fine di valorizzarlo. La regia che ho pensato io si può dire quasi cinematografica perchè ha dei cambi di situazioni velocissimi e tanti effetti sonori. Cosa importante è che esca fuori l’attore, il testo, e ci sia una regia riconoscibile che non resti anonima. Questo monologo presenta 10 minuti senza respiro, neanche un secondo di pausa. Il principio è stato: “in platea devono ridere poco e tutto insieme in punti precisi“. Se avessimo fatto ridere troppe volte e durante, rischiavamo di rallentare il monologo. D’altra parte il pubblico, quando lo fai caricare, va benissimo, soprattutto sulle cose comiche.

Quali sono gli aspetti su cui hai lavorato sia dal punto di vista creativo che dell’apporto tecnico?

Io sono un regista che è figlio dei propri tempi, ovvero quelli del cinema, della tv e dell’immagine. La mia formazione è chiaramente teatrale, ma ho avuto frequentazioni di tipo televisivo che cinematografico. Questo comporta per esempio l’utilizzo del suono. A teatro normalmente la sonorità è di sottofondo, un ornamento. In tutte quante le mie regie il suono è un altro personaggio, una parte importantissima dello spettacolo. Nel monologo di Veronica c’erano effetti polistrutturali, un grande crescendo nei momenti in cui si arrabbia, oltre ad esserci la luce rossa che la rendeva “bestiale”. Per fare un breve suono composto da 8 effetti ho lavorato un’ora e mezzo al computer. Si cominciava con dei leggeri rombi, poi subentravano via via rumori di terremoto, un crollo, dei maiali, di una tigre e di un’esplosione. Questo è per me fare regia, quando serve. Poi c’è anche lo spettacolo in cui bastano solo delle candele e non si ha bisogno di musica. In questo caso, trattandosi di spettacolo comico e della durata di 10 minuti si doveva necessariamente dare un segnale forte e di impatto.

Hai affermato che ti ha divertito lavorare molto alla regia di questo monologo e che dirigere attori bravi fa la differenza. Veronica Milaneschi peraltro è una tua collaboratrice storica.

Assolutamente si ! Un regista ha bisogno di avere dall’altra parte una disponibilità attoriale molto ampia, perchè la libertà del regista si amplifica con il talento dell’attore. Si potenziano a vicenda. Più il regista è bravo, più l’attore si lascia andare, e questo ne aumenta la creatività dello spettacolo. Quindi diventa una nota esponenziale che rende fare regia un mestiere meraviglioso. Ci sono moltissimi attori che non sono neanche in grado di capire che cosa vuol dire “recitazione in maggiore“, “recitazione in minore“, controtempo o ritmo. Quando devi lavorare con attori del genere sei costretto a fare il lavoro più basso possibile e dire “Dilla giusta e arrivederci…“. E questo comporta la moltitudine di spettacoli piatti che si vedono oggi nei nostri teatri. Il teatro è un mestiere per le eccellenze, non per la “media manovalanza”. Veronica è un’attrice giovane ma con una grande esperienza. Io l’ho incontrata la prima volta nel 1999 in uno spettacolo di Arturo Brachetti, “Sogno di una notte di mezza estate“. Facevamo i due innamorati, lei era Ernia e io Lisandro. Ricordo che era il suo primo spettacolo, ovviamente giovanissima, ma già generosa e talentuosa. In questi anni ha potuto approfondire ulteriormente, anche grazie all’incontro con registi importanti. E’ una persona seria che sa quello che vuole fare, ed è questa la differenza! Fare veramente bene un personaggio non è da tutti. Veronica è un’attrice con una fisicità molto particolare: piccola, spigolosa, minuta, ma con una voce potentissima e con una versatilità rara. Lei poi mi conosce perfettamente e sapeva qual è il mio livello di richiesta quando mi ha chiamato per questo lavoro.

Allo short lab hai seguito la regia anche di Cantigola, monologo di Roxy Colace, che però non è andato avanti.

Cantigola” è stata commissionata dalla mia amica Rossana Colace, anche lei attrice molto molto brava, proveniente dal musical e da situazioni di performance. E’ quindi anche cantante e ballerina, e questa è stata la prima volta che si misurava con un monologo drammatico. Ha scritto un pezzo bellissimo, totalmente diverso da quello di Veronica, e su questo il lavoro di regia è stato ancor più strutturato. Giusto per fare un esempio in Storia di incroci e d’anarchia c’erano solo 7 tracce audio, mentre in quello di Rossana 18, sempre in dieci minuti. Questo spettacolo richiedeva più metafore, segnali, ed è nato originariamente da un monologo di un’ora. Forse doveva assolutamente arrivare in finale perchè il testo era fortissimo e Roxy è stata straordinaria. Comunque diventerà uno spettacolo indipendente per la prossima stagione qui a Roma. Quello di Veronica invece farà parte di un mio progetto molto grande, ma ne darò notizia ufficiale tra un mesetto.

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Domenico Macrì: il nostro spettacolo riscopre semplicità e tradizione

Uno spettacolo teatrale che unisca musiche dal vivo, tradizioni popolari e storie toccanti è sempre raro da vedere, specie al giorno d’oggi. “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”, infatti si basa su esperienze e racconti realmente accaduti a persone vissute nel dopoguerra, raccolte da interviste registrate e poi adattate in scena per il palcoscenico. Il testo, curato e ideato da Agnese Fallongo con la regia di Alessandra Fallucchi, si è aggiudicato il premio di miglior corto teatrale e miglior regia alla rassegna Short Lab 2017 (qui l’articolo). Il bravo cast, composto da Domenico Macrì (premiato anche come miglior attore), Eleonora De Luca, Teo Guarini e la già citata Agnese Fallongo, ha dato vita ad un’opera divertente, armonica, poetica e coinvolgente. Ambientate nel centro-sud Italia, le vicende e i loro personaggi rispecchiano un modo di comunicare e di pensare ormai superato, del tutto diverso dalla società odierna. Ma essenzialmente il punto forte è la riscoperta di una saggezza quasi perduta che dovrebbe tramandarsi per non essere dimenticata per sempre. Alcune curiosità sui protagonisti, filmati video e foto le potete vedere visitando la pagina facebook ufficiale. Ecco qui il trailer con alcuni estratti del corto, il quale verrà riproposto nei teatri (da Ottobre n.d.r.) in una versione più estesa.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Domenico Macrì, il quale ci racconta le sue esperienze professionali e alcuni aspetti del suo carattere. Si è affacciato nel mondo artistico quasi per caso, proprio perchè curioso di capirne il funzionamento. Rimastone affascinato, ha cominciato la classica gavetta, proseguendo con passione il suo percorso, convinto della propria scelta lavorativa. Visti i recenti ottimi risultati, ne sentiremo sicuramente parlare. In bocca al lupo Domenico!

A un mese dalla vittoria allo Short Lab 2017 con il corto “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare” e il tuo personale premio come miglior attore, immagino siano ancora vivi in te emozioni e ricordi, vero?

D. Sono ancora molto vivi. E’ stata veramente una sorpresa vincere un premio così, avere riscontri positivi di uno spettacolo portato in scena è davvero bello. Vedi che gli sforzi profusi sono riconosciuti e colpiscono in qualche maniera il pubblico. Spesso si va a teatro e poi si esce esclamando: “si carino…ma niente di che…”. E questo ti fa dire oggi vado a teatro, domani non lo so. Quando invece ricevi consensi esterni onesti e sinceri, significa che quel che hai fatto ha un valore e viene apprezzato da chi riceve “il prodotto”.

A me ha colpito molto che dei giovani attori siano andati a riscoprire le tradizioni popolari antiche del centro-sud Italia. Non solo recitazione ma anche canto e musica interpretati con bravura e passione da tutti voi. Insomma avete sensibilizzato e coinvolto il pubblico con la poesia e il ritmo! Secondo te qual’è stato il fattore che ha fatto la differenza rispetto agli altri corti in gara?

D. Noi in particolare ci siamo affezionati a questo progetto, proprio perchè parla di cose che si stanno ormai perdendo. Ad esempio nello spettacolo c’è un pezzo che parla di una donna che viene corteggiata per un mese dal tizio che gli dedicava ogni sera una serenata. Adesso queste cose non esistono praticamente più; siamo bombardati dalla tecnologia con whatsapp, facebook, dove tutto è talmente immediato che non possediamo nemmeno la volontà di esporci realmente. Abbiamo riportato la volontà di “scoprirsi” qui a teatro, di guardare all’uomo in maniera anche profonda, e questo secondo me ha raggiunto il pubblico. Noi l’abbiamo presentata anche in maniera semplice, perchè non avevamo un impianto scenico grande. Ad esempio, il voler ricreare il mare con un lenzuolo è una cosa che sicuramente colpisce; siamo stati essenziali ed efficaci come lo sono i temi dello spettacolo.

Dal monologo di Mamozio: “Che a me il mare mi piaceva, ma preferivo guardarlo la sera, dalla riva, con tutto il riflesso della luna sull’acqua… e mi piaceva pensare all’amante di mio nonno, a Maria: la donna col vestito fatto di mare. E pensavo che pure io ci volevo ballare però mi vergognavo, come quando c’è una femmina troppo bella che tu ti vergogni… eh, così! Mi bastava sentirne il profumo…”

Il personaggio di Mamozio, il pescatore calabrese che hai inscenato, sognatore e un poco timido, si avvicina al tuo carattere o è completamente diverso?

D. Un po’ si. Proprio l’altro giorno parlavo con una mia amica che conosco da quando avevo 14 anni, e mi ha detto: “io mi ricordo che sei sempre stato timido sin da piccolo”. Quindi probabilmente un fondo di verità c’è! E’ vero, il personaggio ha una parte molto sognante e in una certa misura mi ci ritrovo. In realtà quando andiamo sul palco e creiamo i famosi personaggi, c’è sempre qualcosa di nostro, sono cose che riguardano la nostra essenza, la nostra intimità. I caratteri che c’erano in scena sono pezzi di me, della mia personalità. C’è sempre questo mito del personaggio, come se fosse qualche cosa fuori da noi. Invece l’attore deve saper incontrare con la sua sensibilità le parole scritte sul copione. 

Di recente hai avuto altre esperienze a teatro a stretto contatto con personaggi di rilievo, raccontaci.

D. Ho lavorato con la regia di Daniele Pecci nell’Amleto, che ha debuttato a ottobre scorso al teatro Quirino a Roma. La tourneè ha continuato a girare da gennaio e febbraio e anche ultimamente abbiamo fatto qualche data. E’ stata una esperienza pazzesca, molto significativa, anche perchè ho avuto la fortuna di stare vicino a attori di grande spessore. C’èra una buona umanità nella compagnia, un’armonia interessante che mi ha dato davvero tanto.

Ti sei specializzato in diversi seminari e soprattutto nell’accademia nazionale d’ Arte del dramma antico. Ma quando e grazie a cosa ti è scattata la voglia di fare l’attore?

D. Per caso, devo dire la verità! Partiamo dal presupposto che io sono nato in Calabria, a Gioia Tauro, un paese che non offriva un grande movimento teatrale. Diciamo che non c’è proprio…., come anche nei dintorni, purtroppo! Non ho avuto quindi da ragazzo una istruzione in questo senso. Trasferitomi a Roma per studiare all’università, un giorno camminando sotto casa mia, ho trovato una agenzia di cinema e sono entrato a chiedere come funzionasse la cosa. Dopo due giorni fui chiamato per i primi lavori per la televisione, con i quali mi pagai la mia prima vacanza in Spagna. Dopo quel set iniziai a frequentare i primi laboratori di teatro e appunto l’accademia d’Arte a Siracusa. Qui ho lavorato al teatro Greco in alcune tragedie tra cui Edipo Re, Antigone, Agamennone, Le Supplici. Dopodichè continuai teatro a Roma con Giancarlo Sepe nel suo “The Dubliners”. Mi sono documentato e appassionato alla recitazione soltanto dopo aver conosciuto questo mondo, su questi set. 

A sinistra Domenico Macrì in una scena dell’Amleto di Daniele Pecci , a destra in “The Dubliners” di Giancarlo Sepe, PH T. Le Pera

E oltre alla recitazione conservi altre passioni artistiche?

D. Mi piace molto suonare la chitarra, uno strumento che suono ormai da qualche anno. Ho un debole per la musica jazz e per il blues. Poi ho sempre avuto una passione per la danza contemporanea, che ho studiato, scoperto e approfondito prima e dopo l’accademia. Sono particolarmente attratto da questa forma d’arte del corpo che secondo me dà più libertà di espressione. Con il teatro non ho avuto modo di fare uno spettacolo che la comprendesse, forse non ne sono nemmeno in grado perchè non sono un vero danzatore.

Quale obiettivo ti poni nell’immediato? Il tuo sogno professionale che vorresti realizzare?

D. Nell’immediato inizierò il 15 maggio le prove dello spettacolo Riccardo II con la regia di Peter Stein. Quando ho iniziato, il mio sogno era quello di fare questo mestiere senza bisogno di farne altri per poter compensare. Adesso fare l’attore non è una cosa molto semplice. Il mercato è davvero pieno e c’è poco spazio, e poi perchè recitare implica una grande responsabilità nei confronti di se stessi. Dal momento in cui si sceglie questa vita bisogna dedicarcisi a pieno, senza disperdere energie in altre cose, altrimenti ci sono 1000 altre persone che vanno avanti a te. Il percorso che sto facendo adesso non è un punto d’arrivo ma di partenza. E’ la continuità quello che voglio, che è diverso dal “voglio diventare famoso”. Vivere lavorando come attore penso sia un buon inizio, e i pochi passi che ho fatto li sto facendo nella direzione che desidero. Ed è una grande gioia, soprattutto dopo aver ricevuto consensi e lavorare con persone che stimi. Tutti riconoscimenti che alimentano quella parte di me che vuole continuare a far questo mestiere. Guardandomi attorno, con questa crisi che c’è nel teatro, mi sento molto fortunato e privilegiato!

Cristina Chinaglia, quando la comicità diventa “agrodolce”

Il percorso artistico di Cristina Chinaglia è sicuramente caratterizzato da numerose attività formative. La frequentazione del corso di Espressione Teatrale a Bologna e della  Scuola del teatroLab diretta da Antonio Albanese sono solo alcuni step che l’ hanno portata a perfezionarsi. Dopo aver conseguito la laurea in Lingue, Letterature e Culture Moderne, si e’ dedicata completamente al teatro nel duplice ruolo di attrice e cantante in spettacoli classici e moderni. Allieva nei laboratori di Giovanni Veronesi e Massimiliano Bruno per il cinema e l’”Atelier” di Albertazzi per il teatro, ha trovato qui lo stimolo a scrivere testi propri. Infatti è autrice di alcuni monologhi, l’ ultimo dei quali risultato vincitore allo Short lab 2017. Di recente ha avuto esperienze allo Zelig Lab, mentre quest’anno è stata presente come attrice in 3 pellicole cinematografiche.

Cristina Chinaglia riceve da Massimiliano Bruno il premio “miglior monologo” nell’edizione 2017 dello Short lab.

Raggiunta telefonicamente, Cristina Chinaglia si è mostrata disponibile a rispondere alle nostre domande, ripercorrendo alcuni momenti della sua carriera con un focus sul suo lavoro da poco premiato.

Ancora complimenti per la vittoria del tuo monologo allo Short lab 2017! Ci puoi presentare “Risonanze Magnetiche” e dirci da cosa è stato ideato?

C. Grazie! E’ un episodio di uno spettacolo che io avevo già in mente e finora mai rappresentato, dal nome “Moriremo tutti ma tu di più“. In realtà è una specie di seduta psicanalitica all’interno di una risonanza magnetica, dove la protagonista è una ragazza molto indaffarata, agitata, confusa. Anziché vagare con il pensiero nel chiuso del macchinario, parla al medico (il pubblico in questo caso) mettendo a nudo le cose della sua vita che non vanno in quel momento. La vicenda un pò surreale si conclude con la ragazza che cerca ancora il medico a cui raccontare di sé, come se fosse un analista. L’idea mi è nata proprio mentre facevo una risonanza molto tempo fa. Non sono particolarmente claustrofobica, ma volendo evitare brutte figure e schiacciare il pulsante per farmi aprire, in quel momento cominciai a pensare a delle cose, anche perché dovevo rimanere parecchi minuti. Questo pretesto narrativo mi è rimasto impresso. In “Moriremo tutti”, che sarebbe il progetto un pò più ampio, succederanno delle cose immaginarie nel poco tempo che resta prima della fine del mondo. Però non dico altro perché siamo ancora in fase di lavorazione.

Nei tuoi monologhi si ride tantissimo, c’è satira, ma dai spazio anche a spunti riflessivi.

C. Mah, si. Mi piace molto scrivere per far ridere, mi piace la comicità, la commedia, il teatro comico. Alcune cose le avevo presentate allo Zelig Lab. Però mi piace una comicità un pò “agrodolce”, a volte un pochino cinica, come chiave di lettura di alcune cose del mondo, un poco mi appartiene o comunque fa parte del mio modus-scribendi diciamo. Dei personaggi che presento mi piace il contrasto tra il loro modo di essere e le convenzioni della società che li costringono a comportarsi in una certa maniera. Ci provo a inserire spunti di riflessione. Ho presentato qualche tempo fa un monologo che si chiamava “Chi si riconosce è perduto“. Metteva in scena alcuni tipi di donne, di uomini, esempi positivi che in realtà poi non si rivelavano tali, infatti chi si riconosceva era perduto. Altri erano corti teatrali che ho presentato anche a Zelig, uno su una madre surrogata e un lavoro sul tema della maternità in età avanzata. Spesso indago le tematiche femminili, ma traggo spunti anche dall’attualità, e se mi capita faccio anche un pò di satira politica.

Cristina Chinaglia al fianco di Giorgio Albertazzi e in altre scene nella rappresentazione teatrale del “Mercante di Venezia.

Quali sono i ricordi del tuo percorso teatrale che senti particolarmente?

C. Sopra tutti vorrei ricordare l’incontro professionale con Giorgio Albertazzi, scomparso purtroppo l’anno scorso. Ho avuto il piacere di lavorare con lui per un anno e quattro mesi nel “Mercante di Venezia” , sua ultima tournée. Questo è uno spettacolo che porterò nel cuore, anche perché lui è stato un maestro avendo frequentato in precedenza il suo Atelier. Sono particolarmente felice di aver condiviso prima l’addestramento e poi anche il palcoscenico con lui. Mi ha sicuramente segnato e insegnato molto; io interpretavo un ruolo maschile del servitore Jobbino, un personaggio comico della commedia. Mi ha portato molta fortuna avendo ricevuto critiche positive. Lo definirei una sorta di “giro di boa”, anche perché non capita sempre di fare tournée così lunghe con quasi 200 date. E’ cosa di altri tempi, che forse i giovani attori di adesso fanno fatica a sperimentare. Come se si fosse tornati indietro nel tempo, quando le compagnie giravano ovunque. Per me è stata una palestra importantissima, recitando con frequenza. Devo dire che Albertazzi mi ha tanto incoraggiato a scrivere cose mie, lui come anche Massimiliano Bruno, con cui feci un laboratorio tempo fa. A me piace scrivere, io sono laureata in letteratura, ho fatto lingue straniere, ma la passione del teatro l’ho portata avanti grazie a queste esperienze.

Non solo teatro, hai avuto di recente anche esperienze cinematografiche?

C. Si, ho fatto un piccolo ruolo comico nel film “Mister Felicità” di Alessandro Siani, uscito a gennaio. Mi è piaciuto tantissimo recitare con lui perché davvero è una persona molto divertente, professionale e poi nella regia è molto attento. Poi ci sono altri due film in uscita, in cui ho fatto ruoli più grandi. “Il flauto magico di Piazza Vittorio“, è la trasposizione cinematografica del flauto magico di Mozart, con parti cantate come nell’opera. La sceneggiatura e la musica sono state riadattate in una chiave molto particolare, che poi si vedrà. Questo film è prodotto da Paco cinematografica e diretto da Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. Fra i protagonisti ci sono Fabrizio Bentivoglio, Petra Magoni, Violetta Zironi e artisti da tutto il mondo come Ernesto Lopez. Ha un respiro molto internazionale ed è un progetto interessante e ambizioso, insomma è particolare. Poi c’è l’opera prima di “Beate“, per la regia di Samad Zarmandili, che è una commedia molto divertente con Donatella Finocchiaro, Paolo Pierobon, Lucia Sardo e Maria Roveran. Entrambi i film usciranno a breve, non so se il “Flauto” possa uscire per il Festival di Venezia, ma questa forse è una speranza più mia (ride), perché penso che possa rappresentare al meglio l’Italia.

Dal film “Mister Felicità” di Alessandro Siani

So che hai un’ottima voce, quale genere preferisci cantare ?

C. Eheheh, grazie. Allora io ho cominciato a studiare musica prima di recitazione. Ho imparato a suonare il clarinetto a 7 anni e poi ho fatto il conservatorio ma non mi sono diplomata perché ho smesso. Ho studiato anche canto lirico, ho smesso anche quello e ho cominciato a cantare con gli amici musica leggera. In realtà è stata sempre una passione collaterale, non è mio interesse fare la cantante, ma se capita di dover cantare qualcosa per uno spettacolo teatrale si, perché no. A volte canto un’aria lirica così per ricordarmi un pò, ma principalmente mi piace il rock inglese e le ballate melodiche.

Insegni ancora Tecniche di dialogo al master di narrazione della scuola Palomar di Rovigo?

C. In realtà non più. Mattia Signorini è un mio amico, un romanziere, e siamo entrambi Polesani, lui di Rovigo io di Badia di Polesine. Lui ha deciso di aprire un corso di scrittura con la sua scuola molto bella, e in realtà ho cominciato anche io ad avviare delle collaborazioni per questo progetto da intraprendere. Però poi per degli impegni personali ho rinunciato, ma non nascondo che mi sarebbe piaciuto far conciliare le cose. Io adesso vivo e lavoro a Roma e la scuola è a Rovigo, per me sarebbe stato complicato. In futuro magari recuperiamo! Oltre a preparare scrittori di romanzi, la scuola è di interesse anche per chi scrive per il teatro nel riuscire in dialoghi che siano credibili, veri, interessanti.

Oltre alla preparazione, quali pensi siano altri fattori importanti per un attore?

C. La disponibiltà a farsi sempre modellare. Anche una forte umiltà, che non ti faccia mai sentire totalmente capace, totalmente arrivato. Bisogna sempre un pò dubitare di se stessi secondo me, perché poi nel conflitto nascono le emozioni. L’umiltà è necessaria, togliere il più possibile il proprio ego per lasciare spazio a quello che si deve trasmettere, dando al personaggio la possibilità di vivere. E’ come se tu avessi un sacchetto trasparente, già pieno di roba, che non permette di far passare la luce attraverso. Se rimane più trasparente possibile e da riempire, la luce intanto passa. Secondo me bisogna poter dare e non ricevere soltanto. Un attore si pensa voglia essere al centro dell’attenzione, invece deve essere il contrario e stare al servizio del pubblico. Se non hai nulla da dare e pretendi di ricevere non è utile.

Ringraziamo Cristina Chinaglia per la concessione del materiale fotografico.

Short lab 2017, ecco i vincitori !

Dopo il successo della prima edizione, il festival di monologhi e corti teatrali ideato dal regista Massimiliano Bruno insieme a Gianni Corsi, Daniele Coscarella e Susan El Sawi, è tornato al Cometa Off, vero e proprio tempio del teatro off romano. Dal 14 marzo la rassegna Short lab ha messo in scena ogni sera sette spettacoli diversi al costo di un unico biglietto. Parte del ricavato sarà  devoluto a Emergency.

Massimiliano Bruno e il pubblico del Cometa Off

Oltre 60 le rappresentazioni proposte da compagnie provenienti da tutta Italia, giovani talenti pronti ad esibirsi e a competere fino alle due serate finali. Massimiliano Bruno offre così ai giovani attori la possibilità di un debutto o di una riconferma, per guadagnarsi il premio più ambito: una produzione dello spettacolo per la prossima stagione teatrale. Giudici di qualità, che affiancheranno il pubblico nelle votazioni, sono addetti ai lavori, colleghi affermati, critici e produttori. Una vetrina prestigiosa per un centinaio di professionisti e aspiranti tali, molti dei quali allievi dei laboratori di Bruno. Proprio per il suo ultimo film “Beata ignoranza”, ha voluto il vincitore della prima edizione di Short lab, Giuseppe Ragone per un ruolo importante al fianco di Alessandro Gassman e Marco Giallini. Queste le parole di Massimiliano Bruno :

“Spero che questa seconda edizione possa portare ancor più fortuna ai ragazzi rispetto all’anno scorso. La selezione è stata dura e abbiamo scelto delle proposte validissime e dei giovani attori straordinari. Io sarò lì tutte le sere a godermi lo spettacolo”.

I voti del pubblico e della giuria hanno decretato la selezione dei 18 Monologhi e 9 Corti semifinalisti (dal 4 al 7 aprile) per poi arrivare alle finali dell’ 8 e 9 aprile con 7 Monologhi e 4 Corti. Di seguito l’elenco definitivo.

I 7 monologhi per la finale dell’ 8 aprile:

SPECIFICHE COMPETENZE un progetto di Adriano Bennicelli  con Giancarlo Porcari.

RISONANZE MAGNETICHE un progetto di/con Cristina Chinaglia.

BARELLE un progetto di/con Vittoria Faro

HARRIET un progetto di/con Erika Grillo

LABALDRACCA un progetto di/con Silvia Maria Vitale. Regia Valentina Martino Ghiglia.

VOMITO un progetto di/con Lorenzo Terenzi.

DOVEROSI RINGRAZIAMENTI un progetto di Valerio Vestoso con Gabriella Indolfi.

I Monologhi per la finale Short lab 2017

I 4 corti in finale il 9 aprile:

LA SCADENZA, un progetto di/con Guglielmo Poggi e Paola Rinaldi

THUMOS, un progetto di Gianvincenzo Pugliese con Samuele Picchi, Angelo Spagnoletti, Gabriele Stella, Gianvicenzo Pugliese, Giorgia Spinelli, Giovanni Macedonio.

LA LEGGENDA DEL PESCATORE CHE NON SAPEVA NUOTARE, un progetto di Agnese Fallongo con Domenico Macrì, Eleonora De Luca, Teo Guarini, Agnese Fallongo. Regia di Alessandra Fallucchi.

IL VIVAIO – E SE CI AMASSIMO QUANTO CI ODIAMO LO SAI CHE BELLO, un progetto di Martina Badiluzzi con Martina Badiluzzi, Samuele Cestola, Matteo Milani e Pietro Rebora.

I Corti in finale: Thumos, Il Vivaio, La Scadenza e La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare.

Ed ecco i vincitori di Short lab

A ottenere la vittoria per il miglior Monologo è stata Cristina Chinaglia con la sua “Risonanze Magnetiche“. Cristina ci ha gentilmente rilasciato la seguente dichiarazione:

“Sono molto felice che il mio monologo abbia vinto questa importante competizione e presto diventerà un episodio di uno spettacolo intero. Lo Short lab è stata un’esperienza molto emozionante: una girandola di testi e attori, la giuria tecnica diversa tutte le sere, pubblico sempre numerosissimo. Al di là del concorso, un’occasione per molti artisti per far conoscere il proprio lavoro. Devo dire che, nelle quattro sere in cui mi sono esibita, l’energia tra noi attori era quella di chi sta facendo un vero e proprio spettacolo, come se fossimo una compagnia. Ed è stato bello! Short lab fa bene al teatro di prosa e inoltre sostiene Emergency, quindi varca i confini del palcoscenico per un obiettivo ancora più alto. Che, di questi tempi, non è poco!”

Da sinistra i finalisti Vittoria Faro, Silvia Maria Vitale, Giancarlo Porcari, Cristina Chinaglia (al centro), Gabriella Indolfi, Lorenzo Terenzi e Erika Grillo.

Come monologo più votato dal pubblico in questa manifestazione il riconoscimento è andato a “Occidental’Italia” di Massimo Ceccovecchi. Nella serata conclusiva dei Corti teatrali, il premio come  miglior attrice è andato a Paola Rinaldi con la sua interpretazione di “La Scadenza. Ma a fare incetta di premi è stato indiscutibilmente il corto La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare. Oltre ai riconoscimenti come miglior regia (Alessandra Fallucchi) e miglior attore (Domenico Macrì), si aggiudica anche l’edizione di Short lab 2017. Lo spettacolo, ispirato da interviste su persone vissute a cavallo tra le due guerre, è da considerarsi molto poetico e capace di toccare delle corde universali dal sapore antico. Una armonica unione di storie realmente accadute con musiche e leggende popolari. A dire la sua è anche Domenico Macrì:

“Felicissimo della serata di ieri; è stata emozionante e ricca di eventi inaspettati! Short lab è davvero una realtà preziosa che valorizza il lavoro teatrale, richiama lo spettatore ad una partecipazione attiva e permette a giovani compagnie di portare avanti i propri progetti. In tutte le serate abbiamo incontrato spettatori entusiasti e pieni di interesse. Bisogna tutelare questa realtà per risvegliare il pubblico e incoraggiare gli artisti a portare avanti la propria necessità, in un mercato saturo che però a quanto pare dà ancora delle possibilità reali. Grazie a tutto lo staff e al meraviglioso pubblico !”

“La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”, da sinistra Agnese Fallongo, Domenico Macrì, Eleonora De Luca e Teo Guarini.

La rassegna si chiude con soddisfazione per tutti i partecipanti, vincitori e non, che hanno messo tanta passione e impegno per i progetti presentati e la consapevolezza di aver ottenuto un segno indelebile dal teatro. Alla prossima edizione !

Info:

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teatrocometaoff

Dove:

Teatro Cometa Off , Via Luca della Robbia 47, Roma