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Arriva la prima edizione della mostra M.A.N.I.

RvB Arts ha presentato la prima edizione di M.A.N.I., acronimo di Manualità Armonia Narrazione Italiana, che si terrà esclusivamente in galleria fino al 22 settembre 2018. Questa mostra, dettagliatamente curata da Michele Von Buren, inaugura e corona allo stesso tempo un progetto a lungo termine: la creazione di un’identità incentrata sui giovani artisti in cui il rapporto con le radici nella tradizione artistica italiana e i suoi “mestieri” è sempre fonte di nutrimento, senza per questo abbracciare una posizione “passatista”. La galleria ha cercato negli anni di individuare gli artisti che lavoravano con questi presupposti raccogliendoli all’interno di un progetto comune, nonostante le differenze generazionali e stilistiche.

Nel cuore della mostra

La prima edizione di M.A.N.I. consolida così i punti cardine che hanno guidato le scelte curatoriali della galleria fin dal principio:

MANUALITÀ intesa come capacità tecnica e il recupero del “mestiere”;

ARMONIA intesa come desiderio di riportare al centro dell’arte l’emozione, per raggiungere anche quel pubblico vasto e variegato che spesso si sente alienato dall’arte contemporanea; ma anche come capacità di far convivere in un unico progetto linguaggi così eterogenei;

NARRAZIONE intesa come predilezione del racconto, forma espressiva capace di favorire la connessione tra opera e fruitore;

ITALIANA in quanto l’immaginario degli artisti coinvolti si è formato in questo paese, diventando parte fondante della loro ricerca.

La galleria si propone di fare un riassunto annuale dei suoi artisti più rappresentativi di questo progetto. M.A.N.I. è infatti manifestazione della ricca e sempre più apprezzata attività di talent scout di Michele von Büren, gallerista e curatrice di RvB Arts. Molti dei suoi artisti hanno infatti vinto premi e partecipato a eventi internazionali, ottenendo riconoscimenti condivisi da critica e mercato. Questa prima edizione include sia artisti che hanno collaborato con la galleria dal suo inizio, che talenti emergenti individuati recentemente. Le successive edizioni di M.A.N.I. si terranno con cadenza annuale in ogni mese di maggio. 

Alcuni scatti delle sculture di Fantini e Iavazzo nella mostra M.A.N.I

Gli artisti e la loro arte

Per questa edizione 2018, anniversario del suo decimo anno di attività, la galleria propone artisti già ben noti al suo pubblico romano come il pittore e scultore Bato, fresco del successo della personale Jungle, Lorenzo Bruschini, il cui lavoro coniuga la dimensione del sogno e del mito, e la pittrice Lucianella Cafagna, annoverata tra i 20 artisti contemporanei più rilevanti del panorama italiano dall’Enciclopedia Treccani. Ci sarà anche la fotografa Chiara Caselli, appena rientrata dalla Biennale di Fotografia di Mosca, e Fantini con le sue sculture in bronzo e pietra normalmente esposte a Parigi e in Olanda. Da notare anche la partecipazione di Andrea Gallo, vincitore del Young At Art 2015 e di Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona con una sua opera esposta nel Museo di Arte Contemporanea.

Ma non è tutto. Alla mostra, anche gli artisti Gianlorenzo Gasperini (le cui opere sono state parte della collezione permanente dell’Opera Gallery di New York) e Arianna Matta, pittrice romana che ha appena concluso la sua prima personale a Parigi. E poi: Claire Piredda, scultrice che utilizza l’ argilla grezza di Calcata, antico borgo dove vive e lavora, e Vera Rossi, selezionata quest’anno per una personale alla Mia Photo Fair di Milano. Presenta le sue opere avvolte con le resine industriali Leonardo Blanco (2^ Biennale d’Arte di Pechino 2005 e Biennale di Venezia 2009), vincitore di numerosi premi e concorsi con lavori in mostre permanenti nella Repubblica di San Marino e all’estero. Nicola Pucci invece torna in galleria con nuove opere che confermano la forza di un lavoro che ha attirato l’attenzione di mercanti d’arte come Larry Gagosian, e di intenditori come il collezionista Carlo Bilotti. 

Da sinistra “Against Red” di Lucianella Cafagna (2018) ; “Enigma dell’infanta” di Sicioldr ; “Donna della ruggine” di Alessio Deli (2016)

Spazio anche ai nuovi talenti

La mostra comprende anche giovanissimi talenti come Alessandro Sicioldr, che ha già partecipato a mostre a New York, Parigi, Bruxelles, Dublino e Valencia, e lo scultore napoletano Vittorio Iavazzo, che presenterà per la prima volta le sue figure umane di cartapesta a grandezza naturale commissionategli per l’occasione dalla RvB Arts. Senza dimenticare l’artista Luca Zarattini, giovane pittore (vincitore di premi tra cui Premio Niccolini 2016, Basilio Cascella 2011 e Zingarelli 2010) e lo scultore Alessio Deli, con le sue sculture realizzate mediante l’assemblaggio e la modellazione di materiali riciclati.

In questa occasione ci sarà anche la speciale presenza di Massimo Pulini, artista e storico dell’arte, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, attualmente Assessore alla Cultura del Comune di Rimini. Ha esposto in sedi pubbliche italiane e internazionali tra cui le Scuderie del Quirinale, Villa Adriana di Tivoli, la Galleria Nazionale di Parma e l’Istituto Italiano di Cultura di Londra.

Quando:

M.A.N.I.: dal 24 maggio al 22 settembre

Orari: 11:00-13:30 e 16:00-19:30; domenica e lunedì chiuso

Info:

Tel: 3351633518 / www.rvbarts.com  / facebook: rvbgallery

Dove:

Rvb Arts, Via delle Zoccolette  28, 00186 Roma

Qualcosa del Genere: le icone contemporanee dipinte da Luca Grimaldi

Qualcosa del Genere ”, mostra personale del giovane pittore Luca Grimaldi, è la prima residenza artistica promossa da Ex Dogana Galleria. Il nuovo spazio espositivo dell’Ex Dogana, dedicato all’Arte Contemporanea, ospiterà  20 tele capaci di cogliere e trasporre le icone collettive contemporanee. Opening dell’esposizione, a cura di Giulia Lotti e Chiara Pietropaoli, il 18 maggio alle ore 19.00 con ingresso gratuito.

Il primo artista in residenza temporanea è il romano Luca Grimaldi, che presenterà le opere della sua prima mostra personale. “ Qualcosa del Genere ” raccoglierà i lavori dell’artista dal 2017 a oggi, parte dei quali realizzati da febbraio a maggio 2018. Grimaldi, con 20 dipinti a olio su tela, vuole indagare le visioni familiari e ricorrenti che fanno parte di un universo collettivo. Immagini generiche, quotidiane, facilmente intuitive e riconoscibili, esposte in contesti e spazi ordinari come i banchi del supermercato e i negozi. Rapportandosi ad un immaginario “stock” comune e condiviso, l’artista definisce queste immagini come icone. Proprio quando le dipinge, le osserva attentamente notando tutte le loro sottigliezze, aggiungendo inoltre  che:

Attraverso la pittura mi domando se certe scelte grafiche facciano parte del nostro immaginario perché vengono ripetute all’infinito o se sono ripetute all’infinito perché fanno parte del nostro immaginario.

Alcune tele di Luca Grimaldi. Da sinistra “Quadri di riviste”, “Kebab” e “Costumi”

L’artista realizza le sue tele a partire da foto scattate con il cellulare, in un procedimento che leva informazioni a quelle immagini “patrimonio mondiale”. Gioca e sperimenta fino a spingere la sua pittura a diventare sempre più astratta. Pennellate veloci, prive di qualsiasi tratto del disegno, formano delle composizioni in cui la figurazione viene solo evocata facendo apparire generiche alcune sezioni. Seguendo questo ragionamento, l’artista approda al confronto con il generatore di immagini per eccellenza: Google. In questo caso, la produzione riflette sul concetto di stoccaggio, proponendo nelle tele immagini di immagini utilizzate questa volta per la trasposizione di concetti che si possono definire anch’essi generici.

Le immagini si somigliano sempre di più, circolano velocemente. Quel che coglie la mia attenzione, e che diversi studi hanno messo in luce, è che più un’immagine è generica e più velocemente circola. (Luca Grimaldi)

L’artista

Luca Grimaldi è nato a Roma nel 1985. Fin da giovanissimo sposta saltuariamente la sua residenza all’estero. Frequenta l’Accademia di Belle Arti a Boston, dove consegue il diploma in Fine Arts nel 2009. Successivamente, dopo altri brevi soggiorni internazionali come New York, approda a Berlino, dove tuttora vive. Nel 2016 ottiene il master in pittura presso il Frank Mohr Instituut di Groningen, in Olanda. Negli ultimi anni ha presentato le sue opere in mostre personali e collettive in Russia, Italia, Germania e Olanda. “ Qualcosa del Genere ” è la prima mostra personale dell’artista nella sua città natale.

La Factory

L’attività di Ex Dogana Galleria, nel cuore del quartiere San Lorenzo, già teatro di un’importante rigenerazione urbana a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, è legata alla Factory Studio Volante. Nel polo culturale convivono da 2 anni artisti internazionali dai molteplici linguaggi. Qui pittori e grafici, artisti installativi e fotografi, di età compresa tra i 25 e i 35 anni, condividono quotidianamente lo spazio, suddiviso in studi assegnati annualmente e atelier riservati a residenze temporanee. Ex Dogana Galleria si configura come luogo di sperimentazione e incontro, un collegamento tra le attività della Factory e il pubblico, attraverso mostre personali e collettive ma soprattutto progetti site-specific, realizzati dagli artisti in sinergia con il luogo. Nel tempo saranno invitati a partecipare artisti, italiani e internazionali di diverse discipline, che avranno la possibilità di risiedere negli studi, in periodi di tempo variabili, al fine di realizzare progetti artistici.

Quando:

18 maggio – 8 giugno 2018

Orario di apertura: dal martedì alla domenica: 16.00 – 20.00; mattina: su appuntamento. Lunedì chiuso

Info:

info.qualcosadelgenere@gmail.com  http://www.exdogana.com/factory/  http://www.lgrimaldi.com/

Dove:

Ex Dogana Galleria – Via dello Scalo San Lorenzo 10, 00185 Roma

Animanimale, le piccole creature di Selena Leardini

Nero Gallery  presenta “ Animanimale ”, mostra personale dell’artista veronese Selena Leardini. L’ esposizione vede una serie di dipinti inediti realizzati ad acrilico, nati dal tentativo di rappresentare l’animo “umano” insito in ogni animale e viceversa, attraverso la fusione delle due specie. Il fuoco, che ognuno di noi porta dentro, affiora dalle creature ibride di Selena, rivelandone lo spirito ardente celato sotto sembianze infantili e innocenti. Le passioni, i desideri, il coraggio, la forza che risiedono nell’anima di questi piccoli esseri antropomorfi si rispecchiano nei loro occhi, a volte docili e velati di tristezza o decisi ed indagatori, ma sempre capaci di rapire l’osservatore. Il vernissage della mostra, ad ingresso gratuito, sarà sabato 12 maggio dalle ore 19.00, con la presenza dell’artista.

Tra simbolismo e saggezza

Tutti i popoli dell’antichità credevano che ogni animale possedesse una saggezza dalla quale trarre insegnamento e che, al pari dell’uomo, avesse un’anima immortale. Questi pensieri sono stati poi ereditati da numerose religioni orientali, per le quali gli animali sono degni di venerazione ed amore, fino ad essere considerati divinità. Il polpo, ad esempio, è un simbolo antichissimo di saggezza e astuzia, grazie alla sua acuta intelligenza e alle capacità mimetiche. Inoltre manifesta il proprio stato d’animo cambiando colore. La sua immagine simboleggia l’incontro con la profondità della psiche umana per via di un duplice carattere: introverso e schivo ma allo stesso tempo forte ed aggressivo. Selena lo raffigura come una splendida bambina dai capelli neri che, sfuggita all’amo di un pescatore, naufraga negli abissi marini.

Il cervo è simbolo della rigenerazione vitale, grazie al rinnovarsi periodico delle sue corna. Queste, simili ai rami degli alberi, si innalzano al cielo facendo da tramite fra il mondo dei vivi e quello spirituale. Nell’ibrido dell’artista, nonostante la parte umana abbia riportato delle ferite, gli occhi rivelano la purezza e la fierezza dello spirito animale. Il gatto, emblema indiscusso di grazia e di immortalità, è adorato in diverse culture come una divinità. Grazie alla sua abilità di vedere nel buio, è ritenuto capace di connettersi con il mondo circostante, visibile e invisibile, e di guardare oltre, anche nelle tenebre del subconscio. Allo stesso modo, la bambina gatto di Selena sembra voler leggere dentro a chi la osserva.

Uno stile magico e poetico

La corrente in cui l’artista si riconosce è il Pop-Surrealismo (più precisamente la Lowbrow  Art), caratterizzato da uno stile onirico e fiabesco che fa riferimento contemporaneamente alle immagini pittoriche di matrice classica. I soggetti figurativi delle opere presentano sempre colori forti (come ad esempio il rosso sulle gote) e un’ accentuata decoratività. Le bimbe animali di Selena Leardini sono prive di qualsiasi malvagità o aggressività, e apparentemente bisognose di cure attenzionali. Sembrano infatti mettere chi le guarda dinanzi alla certezza che l’anima non sia esclusiva della specie umana. Al contrario, è proprio dentro ogni essere umano che è presente lo spirito di un animale, diverso per ognuno. Sta a noi riconoscere quale anima animale ci sia più affine.

Quando:

Animanimale : Dal 12 maggio al 9 giugno

Info:

Instagram: selenaleardini/  Facebook: leardiniselena/

www.nerogallery.com | info@nerogallery.com | 0627801418

Dove:

Nero Gallery, Via Castruccio Castracane, 9 – Roma

Racconti in bottiglia, storie di un viaggio lungo il Danubio

Martedì 8 maggio 2018, alle ore 19.00, la Fondazione Pastificio Cerere e la Nando and Elsa Peretti Foundation presentano 170 Racconti in bottiglia. Il progetto è ideato e curato da Paolo Marcolongo, scultore, maestro di arte orafa e docente presso il Liceo artistico Modigliani di Padova. Le 170 bottiglie che contengono opere in miniatura, realizzate dagli studenti delle classi terze del liceo tra il 2011 e il 2015, vogliono raccontare e interpretare Danubio (1986), uno dei capolavori dello scrittore contemporaneo Claudio Magris. La mostra è realizzata nell’ambito del progetto Curare l’Educazione? creato da Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Pastificio Cerere, con il patrocinio dell’Assessorato delle politiche giovanili del II Municipio di Roma.

Un messaggio culturale da condividere

Dopo le tappe di Padova e Barcellona, le 170 bottiglie, allestite lungo un percorso di oltre 60 metri, saranno esposte dal 9 al 29 maggio in una spettacolare installazione allo Spazio Cerere di Roma. Gli studenti del liceo di Padova hanno ripercorso con sorprendente creatività quasi tremila chilometri tra le sorgenti tedesche del fiume fino alla foce nel Mar Nero, riproducendo all’interno di 170 bottiglie altrettante istantanee di vita del taccuino da viaggio di Magris. Micro paesaggi fatti di boschi e di case, mondi lillipuziani abitati da contadini e arciduchi, mercanti, poeti e sacrestani, tracce di un passato funesto marchiato dalla svastica e attimi di affettuosa vita domestica. Una fantasmagorica e suggestiva traduzione dalle parole alle immagini tridimensionali, realizzate dai ragazzi con tecniche diverse e inserite poi nelle bottiglie. Spiega il professor Marcolongo :

Gli studenti hanno scoperto che Danubio non si limita a raccontare semplici storie del passato, fatte di piccoli gesti quotidiani, ma li mette in contatto con diverse culture, superando ogni tipo di frontiera, politica, sociale, religiosa.

Il progetto non riguarda soltanto il laboratorio di figurazione, ma abbraccia anche altre materie come lettere, filosofia, storia, architettura e storia dell’arte. Le 170 micro installazioni custodite nelle bottiglie (le classiche bordolesi) sono cariche di significati metaforici. Sono messaggi da affidare all’acqua per viaggiare tra terre remote, un affidarsi al caso nella speranza di un approdo accogliente. Non sono tanto diari di viaggio, quanto piuttosto un penetrare nel tempo, storie raccontate a frammenti, inediti modo di narrare il passato. Ogni viaggio è una formidabile occasione per imparare. Il Danubio raccontato dal libro di Magris, e riproposto dal liceo Modigliani, può trasmettere infatti un messaggio di alto valore etico ed educativo, quanto mai attuale in quest’epoca di grandi migrazioni.

Durante il periodo di apertura della mostra, nell’ambito di Curare l’educazione?, saranno organizzati inoltre laboratori didattici rivolti alle scuole in collaborazione con l’associazione culturale Informadarte. “170 Racconti in bottiglia” partecipa alla seconda edizione della “Biennale dei Licei artistici italiani”, promossa da ReNaLiArt – Rete Nazionale dei Licei Artistici e finanziata MIUR – Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. La manifestazione si terrà a Roma dal 28 Aprile al 3 Giugno 2018 presso il WEGIL e presso il Palazzo del Ministero della Pubblica Istruzione.

Quando:

170 Racconti in bottiglia: 9 – 29 maggio 2018

Orari: dal lunedì al venerdì 15.00 – 19.00, Sabato 16.00 – 20.00

Info:

info@pastificiocerere.it | www.pastificiocerere.it | Tel. +39 06 45422960

www.perettifoundations.org   www.informadarte.it

Dove:

Spazio Cerere, via degli Ausoni 3, Roma

Empatia, l’arte di comprendere le emozioni

La galleria Triphè presenta, nella sede di Roma, la sua prima collettiva dal titolo Empatia. A cura di Maria Laura Perilli, l’esposizione vuole tentare una lettura diversa dell’operato artistico. Le variegate opere dei 28 artisti non sono presentate nella loro dimensione autoreferenziale, distaccata, ma tendono ad approdare ad uno scambio e ad una condivisione emozionale sia sul piano figurativo che concettuale. L’arte, infatti, che da sempre è un qualcosa che si tocca e si sente, comporta necessariamente un coinvolgimento sia dell’intelligenza razionale che della sensibilità. Proprio questa fusione potrebbe portare ad una lettura più esaustiva dell’opera. Il vernissage della mostra avrà inizio giovedì 10 maggio alle ore 19.

Roberta Coni in una versione del 2018 di “Matilde”, @Roberta Coni

L’eco artistico dell’ empatia

Empatia, titolo di questa mostra, pone l’accento sulla capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore con un messaggio in cui lo stesso è portato ad immedesimarsi. Una presa di coscienza e consapevolezza di un qualcosa che può rigenerarsi, anche in un particolare modo di percepire l’arte. Per la curatrice Maria Laura Perilli l’intento della collettiva è:

stimolare interrogativi e sottolineare che l’ Empatia può intercorrere non solo tra persone ma anche tra persone e cose. Un quadro, una scultura, possono aiutare a rigenerare un sentire più completo, fatto sì della percezione immediata dell’immagine ma anche dell’individuazione del messaggio nascosto posto alla base del profilo concettuale dell’opera stessa.

La figurazione concettuale può quindi essere la strada da percorrere per rieducare le emozioni. L’osservatore non guarderà l’opera con un atteggiamento permeato da puro sentimentalismo o da stupore per l’immagine, ma anche con un background del sentire più analitico e utile a stimolare maggiori riflessioni. Tutto ciò può trasferirsi come un’ eco a tutte le sfere del sentire.

Da sinistra: “Società Liquida” di Moreno Bondi, Olio su tela; “Donna del Damascato”, 2016, di Alessio Deli

Alcune delle opere in mostra

Un nuovo dialogo tra uomo e donna viene raccontato dalla scultura di Davide Dall’Osso. L’opera “Lenisci” (vedi copertina), realizzata attraverso le trasparenti fusioni di policarbonato e gli amalgami materici di ferro e cemento, racconta dell’energia femminile primordiale che pervade l’umanità. Il progetto nasce dalla necessità di fare un appello per porre rimedio alla condizione esistenziale di incertezza e tormento, che ha portato uomini e donne alle soglie di un conflitto sterile e autodistruttivo. L’uomo del nostro tempo deve intervenire su se stesso, trovare un nuovo modo di rapportarsi alla donna all’insegna di un atteggiamento fondamentale: il rispetto. L’uomo è chiamato a rispettare la donna e se stesso in nome della comune dignità di persona.

Soggettivismo, consumismo, apparenza sono le anti-virtù della “Società Liquida” di Moreno Bondi. Queste tematiche di grande attualità vengono interpretate in quest’opera figurativa che unisce la pittura ad olio e l’introflessione della tela nella scultura in marmo statuario. Sulle sculture in marmo affiorano 9 parole chiave (Società liquida, Apparenza, Crisi, Legami sociali, Individuo, Armonia, Ideali, Valori, Identità) ed evocano il rapporto ormai fluido ed instabile dell’individuo con se stesso e con la società. Sulla tela giganteggia un maestoso volto femminile che si sfuoca e si sfalda turbinosamente verso l’esterno. Il volto allude alla dissoluzione ed alla crisi dello stesso io di fronte alla perdita di certezze.

Un incontro misterioso tra epoche e stili differenti si fondono classicità e avanguardia in “Donna del Damascato“. L’opera scultorea di Alessio Deli, evoca memorie rinascimentali, nostalgie ed elementi di forte contemporaneità, nel mistero di una sacralità perduta e legata allo splendore delle figure femminili. Il materiale usato da Deli per le sue sculture viene trovato nelle discariche. Qui ferri arrugginiti, lamiere e plastica vengono infatti manipolati, elaborati e assemblati e acquisiscono una nuova vita tra le mani dell’artista. Con un approccio poetico e filosofico ricompone rifiuti della nostra società in un insieme nuovo e sorprendente.

Gli altri artisti coinvolti saranno: Roberta Coni, Salvatore Alessi, Adriano Fida, Enrique Moya, Sara Lovari, Franco Giletta, Antonio Finelli, Giuseppe Barilaro, Marco Stefanucci, Veronica Montanino, Francesco Bancheri, Elena Uliana, Re, Ma Lin, Claudio Magrassi, Li Zi, Roberta Maola, Benjie Basili Morris, Teresa Merolla, Salvatore Pellegrino, Kristina Milakovic, Arteinacciaio Cavalieri, Lorenzo Santinelli, Gianluca Sità, Salvatore Cammilleri.

Quando:

Empatia : dal 10 Maggio al 10 Luglio 2018

Orari 10.00 – 13.00 16.00 – 19.00 dal Martedì al Sabato

Info:

info@triphe.it   366-1128107

Dove:

Via delle Fosse di Castello 2, 00193 Roma (Castel Sant’Angelo/ San Pietro)

I love Italy: la riscoperta dei nostri valori artistici

Sarà inaugurata sabato 28 Aprile, presso la Galleria Spazio40 in Trastevere, la collettiva d’arte I love Italy. L’evento, a cura di Francesca Callipari, spazierà dalle arti visive alla moda e vedrà la partecipazione di artisti emergenti di vario genere. Concepito come un progetto di mostra itinerante, è stato presentato per la prima volta a Milano l’anno scorso e proseguirà lungo tutto lo stivale per poi approdare all’estero nel 2019. L’ingresso è gratuito.

“I love Italy”: quante volte abbiamo sentito questa frase? I paesaggi, il buon cibo, il calore della gente, la bellezza dei monumenti e dell’arte, che da secoli caratterizzano questa nazione. Sono solo alcune delle cose che rendono l’Italia una delle mete più amate dai turisti di tutto il mondo! Un epoca in cui il Bel paese è provato da un contesto economico non favorevole, ferito e messo in ginocchio dalla frequenza di calamità naturali che agli occhi del mondo continuano a trasmettere l’immagine di una nazione corrotta, fragile, decaduta. Questo evento vuol riaccendere i riflettori sulla cultura italiana e soprattutto sul made in Italy che ancora oggi in tutto il mondo è sinonimo di qualità ed originalità.

Da sinistra: “Risveglio”, Martina Sacheli;  “La donna che voleva diventare sirena”, Mina Mevoli; “Scarponcini sporchi di fango”, Prienne.

Il potere dell’arte italiana

I love Italy nasce come reazione spontanea all’immobilismo e all’insoddisfazione che caratterizzano ormai il nostro Paese e che ci conducono sempre più a guardare oltre i confini. Come se l’Italia e di conseguenza l’arte italiana non avessero più nulla da dire. Eppure uno spiraglio di luce c’è ancora. Numerosi sono gli artisti e i creativi di ogni genere presenti sul nostro territorio che attraverso le loro opere contribuiscono a mantenere viva la ricerca artistica. Obiettivo di questo evento non sarà soltanto quello di dare a questi artisti una possibilità per farsi conoscere, ma soprattutto quello di portare ad una più profonda riflessione sul potere dell’arte. Un mezzo attraverso cui attuare una rinascita culturale, economica e sociale.

“Silenzi”, Francesca Patanè

Ben 20 pittori presenteranno lavori nelle più svariate tecniche e generi, offrendo un’esposizione estremamente variegata. Scenari surreali ed onirici si accosteranno ad opere dai tratti più realistici, fino ad arrivare a composizioni simboliste e più concettuali. Non mancherà, inoltre, un pregevole esempio di “made in Italy” grazie alla Clarobymaking di Bagheria. Il progetto imprenditoriale ed artistico nato dalle creative Claudia Clemente e Rosalba Corrao, in collaborazione con Pietro Caramia, mira a valorizzazione e riscoprire i colori e i disegni tipici della tradizione siciliana attraverso la creazione di una ricca collezioni di abbigliamento e accessori.

In mostra saranno visibili le opere di :

Giampiero Murgia, Majla Chindamo, Cristina Paladino, Maria Rita Bordonaro, Francesca Sorrentino, Red Aspis, Francesca Ghidini, Francesca Patanè, Manuela Chittolina, Martina Sacheli, Marzia Giacobbe, Prienne, Hanami, Vanda Caminiti, Paolo Graziani, Adina Ungureanu, Silvana Lanza, Mina Mevoli, Donatella Murru, Maria Rosaria Iacobucci.

Quando:

I love Italy : dal 28 Aprile al 03 Maggio 2018

Dove:

Galleria Spazio40, Via Arco di San Calisto 40, Roma (Trastevere)

Al Vittoriano il primo progetto culturale “Stagioni russe”

Presso lo splendido complesso del Vittoriano di Roma, il primo dei 250 appuntamenti legati al progetto culturale internazionale “Stagioni Russe”, manifestazione che coinvolgerà per tutto il 2018 il territorio italiano, in una logica di interscambio culturale tra le due nazioni. La mostra “Haec est civitas mea“, inaugurata il 3 marzo, prevede l’esposizione di prestigiose opere realizzate da allievi e diplomati dell’Accademia russa di pittura, scultura e architettura “I.S. Glazunov” di Mosca. Apertura al pubblico, con ingresso gratuito, prevista fino al 2 maggio.

L’evento è organizzato dal Ministero della Cultura di Russia, il MiBACT, la Fondazione Internazionale Accademia Arco e il Centro Studi sulle Arti della Russia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Un meraviglioso pretesto per rinnovare la tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti e per restituire un’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi nella Città eterna.

L’accademia Glazunov

L’esposizione del Vittoriano conta circa 30 giovani pittori russi che hanno assimilato i principi della scuola accademica formatasi nel XVIII secolo sulla base della tradizione europea antica e rinascimentale. Con il linguaggio della pittura giovani artisti russi di talento raccontano pagine della propria storia, trasmettono la bellezza della natura nazionale, dipingono ritratti di personalità contemporanee. I lavori degli artisti dell’Accademia “I.S. Glazunov” sono il luminoso esempio di un grande magistero e della continuità delle tradizioni artistiche nazionali più significative nell’ambito della cultura mondiale. Nel 1987 l’eminente artista russo Il’jà Glazunòv è riuscito a fondare l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura, dando stimolo alla creazione di un’istituzione che, alla base del suo processo formativo, ha il metodo classico di educazione artistica.

Alcune delle opere presenti

Gli studenti dipingono quadri su temi evangelici, su soggetti tratti dalla storia nazionale e universale, dalla mitologia e dalla vita quotidiana del popolo russo. Nei paesaggi si ritrovano le tradizionali forme del realismo, ricevute in eredità dall’esperienza ottocentesca. Tra i numerosi dipinti a olio citiamo “La ballerina Vìka Òsipova” (in copertina) di M. V. Aldosin, e “Pontile”, di T.S. JuŠmanovache raffigura i tipici abitanti di una remota provincia russa, in attesa del battello che li traghetterà sull’altra riva del fiume. Tra le ambientazioni spicca “La festa detta «Gorka» a Ust’-Cil’ma”, uno dei più antichi villaggi del Settentrione russo. Menzionato già dal XVI secolo, esso è rinomato per le feste e le solennità primaverili ed estive, accompagnate da danze popolari. Il villaggio ha tutt’ora mantenuto l’antico stile di vita.

Delle molte le storie legate ai personaggi, fa da copertina Chiamata al trono di Michail Fëdorovič Romanov”, primo zar della dinastia Romanov, chiamato al trono nel 1613. Troviamo poi “La monacazione di Evdokija Lopuchina”, prima moglie dello zar Pietro I, unitasi in matrimonio nel 1689, quando lui aveva 17 anni. Pur avvenente, la giovane imperatrice aveva poco in comune con lo zar. Pietro non l’amava, nonostante ebbe un figlio da lei. Nel 1698 ordinò che fosse condotta nel monastero femminile dell’Intercessione, a Suzdal’, dove Evdokija divenne monaca con il nome di Elena.

Nel quadro “I polacchi conducono in prigione Sant’Ermogene”, vi è il patriarca di Mosca. Quando la città fu occupata dai polacchi tra XVI e XVII secolo, l’epoca dei cosiddetti «torbidi», Ermogene chiamò il popolo alla rivolta. Gli invasori, con l’aiuto di alcuni traditori boiari, arrestarono l’uomo nella sede patriarcale e lo condussero sotto scorta nel monastero di Čudov. Infine ne “Il Beato Sergio di Radonež risuscita un bambino”, di S.V. Čikun’Čikov, viene raffigurato uno dei miracoli compiuti dal famoso taumaturgo del popolo (1314-1392).

Da sinistra “La festa detta Gorka a Ust-Cìlma”, S. S. Onuckin 2013 ; “La monacazione di Evdokija Lopuchina”, E.V. Kamynia 2009

L’importanza dell’Italia

Non è un caso se, come titolo dell’esposizione, è stata scelta la frase latina «Haec est civitas mea» (questa è la mia cittadinanza). Nella storia russa i pittori italiani hanno avuto un ruolo quanto mai rilevante. Tradizionalmente nel XIX secolo i migliori diplomati dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, come stabilito dall’Imperatore in persona, venivano mandati in Italia per un lungo soggiorno. Godevano il privilegio di ricevere una speciale “pensione”, di viaggiare e creare, studiando i sublimi modelli dell’arte, dall’antichità ai tempi moderni. L’Italia divenne luogo di pellegrinaggio sui generis degli artisti russi, fondamento del forte e secolare legame culturale tra le due nazioni.

Un’ interazione culturale rinnovata

Un elemento d’interesse dell’esposizione consiste nel fatto che questi pittori russi contemporanei portano avanti un tema nazionale, sulla base della grande scuola greca e romana, a sua volta fondata su tradizioni più antiche. Raccontano, con linguaggio classico, pagine della propria storia, come all’epoca del Rinascimento italiano. Questo significa che nel mondo attuale le tradizioni del classico sono vive, e che tale rilettura riesce interessante a chi guarda. Nell’artista del nostro tempo, educato al classico e già padrone dei rudimenti necessari, si rinnova lo spirito della grande e comune civiltà artistica. E se Roma è il cuore dell’Italia, centro della vita artistica e culturale di Roma è il Vittoriano.

Quando:

Fino al 2 maggio 2018, tutti i giorni ore 9.30 – 19.30 (ultimo ingresso 18.45)

Info e prezzi:

INGRESSO GRATUITO; tel. + 39 066783587 ; MIBACT

Partenza degli ascensori dalla Terrazza mediana che si trova al livello del Colonnato dove si giunge sia:
– da Piazza Venezia (ingresso principale del monumento)
– dall’ingresso laterale sinistro (Via di San Pietro in Carcere)
– dall’ingresso laterale destro Via del Teatro di Marcello (lato Aracoeli)

Per i portatori di handicap e loro accompagnatori, ingresso dal lato destro del monumento (Via del Teatro di Marcello) dove si trova l’ascensore di servizio.

Dove:

Monumento a Vittorio Emanuele II, Vittoriano, Piazza Venezia, 00186, Roma

La Madonna Esterházy e la “romanizzazione” di Raffaello

Palazzo Barberini presenta, dal 31 gennaio a Roma, una delle opere più interessanti e significative della produzione di Raffaello Sanzio: “La Madonna Esterházy”. Un’importante dipinto non solo per la storia di Raffaello stesso, ma anche per la storia della cultura Nazionale e Internazionale. Contestualmente verrano affiancati nella sala altri dipinti, testimonianza storica del periodo di “romanizzazione” dell’artista. La mostra, a cura di Cinzia Ammannato, resterà aperta al pubblico fino all’8 di aprile. Flaminia Gennari Santori, direttore delle Gallerie Nazionali, tiene a sottolineare ulteriormente che :
Questa piccola mostra rientra nella politica di scambi e strette collaborazioni con musei internazionali, con l’obiettivo di offrire al visitatore un cambio di ritmo rispetto alla visita consueta.
“Madonna Esterházy” è una tavola in pioppo di piccole dimensioni (cm 29 x 21,5), proveniente dallo Szépművészeti Múzeum di Budapest, il Museo Nazionale di Belle Arti ungherese. È  stata realizzata da Raffaello intorno al 1508, tra la fine del suo periodo artistico fiorentino e l’inizio di quello romano. In quell’anno, cruciale per l’arte dell’Occidente, si aprivano infatti per l’artista i cantieri per le decorazioni del nuovo Vaticano. Il nome del dipinto deriva dalla famiglia dei principi ungheresi  che lo possedettero fino alla metà dell’800. Successivamente la collezione della famiglia Esterházy passò allo stato e quindi al museo di Budapest. L’opera presenta un poetico e armonioso quadretto di vita familiare dalle pose semplici, con la Madonna che sorregge il piccolo Gesù Bambino che indica san Giovannino, assorto nella contemplazione di un sottile cartiglio. Della “Madonna Esterházy” non si conosce il committente. Una scritta retrostante, non più visibile, riconduceva a Elisabetta, madre di Maria Teresa d’Asburgo, e a un dono dell’opera da parte di Clemente XI Albani. Una delle tesi più accreditate, tuttavia, è che Raffaello l’abbia sempre tenuta con sé, avendola concepita come un’opera intima, segreta ai più. La tavola, oltre a lievi segni di danneggiamento dopo la trafugazione del 1977, non è del tutto compiuta, mancando in alcuni ritocchi proprio dell’ultima stesura. Ma questo particolare non nasconde neanche per un istante la dolce bellezza, anzi contribuisce ad addensarne intorno un’aria di ulteriore, inafferrabile mistero.

Il dipinto della Madonna Esterházy, al fianco la riproduzione grafica del disegno preparatorio.

Il disegno preparatorio

La certezza del passaggio dal periodo fiorentino a quello romano può essere ricondotto da un disegno preparatorio della Madonna, presente in mostra con una riproduzione grafica ingrandita che facilita una migliore lettura dello sfondo. A questo cartoncino da spolvero, il cui originale è custodito negli Uffizi di Firenze, furono individuati dei piccoli forellini che avrebbero permesso grazie alla polvere di carbone il trasferimento dello schema grafico sulla tavola da pittura. Il cambio di sfondo passa da paesaggi di colline ed alberi, tipicamente fiorentini, a rappresentazioni di vestigia romane come il Tempio di Vespasiano e della Torre dei Conti nel Foro Romano. Il gruppo centrale invece appare pressochè invariato, se non per qualche aggiustamento relativo al contorno della testa della Madonna, e le inclinazioni dell’ avambraccio di San Giovannino e la testa del Bimbo.

Da sinistra: “Madonna dei garofani” (XVI sec.) 28,5X23; “Madonna Hertz” (1515) 36X30,5; “Gesù Bambino” (XVI sec.) 41,5X53,5.

Gli altri tre capolavori

Insieme al dipinto si è scelto di esporre alcune opere ben conservate nei depositi delle Gallerie Nazionali. Tre i dipinti che certificano ulteriormente il Raffaelloromanizzato“. La “Madonna col bambino” (nota come Madonna Hertz) di Giulio Romano, ereditario della bottega di Raffaello, fu eseguita dal pittore nel periodo delle prime committenze vaticane. Le altre due opere sono copie antiche. La “Madonna dei Garofani” è stata a lungo cercata dagli studiosi e individuata nel 1992 nell’opera esposta al National Gallery di Londra. Il piccolo dipinto rappresenta il Raffaello intimizzato e romanizzato, come testimonia lo sfondo. L’altra opera è una copia del particolare della “Madonna del velo“, ovvero la raffigurazione di Gesù Bambino, molti anni fa identificata nella versione conservata al Musèe Condè de Chantilly.

Quando:

Dal 31 Gennaio all’8 Aprile 2018

Orari: martedi/domenica 8.30 – 19.00

Info e Prezzi:

BarberiniCorsini;  064824184 ; Gan-aar@beniculturali.it

Biglietto Intero € 12 , ridotto € 6

Dove:

Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane 13, Roma

L’ Arte Pubblica di Daniel Muñoz

Il 20 gennaio la Galleria Varsi presenta “Vexillum Transparent”, mostra personale di Daniel MuñozSAN, artista spagnolo impegnato nella realizzazione di progetti pittorici, installativi e partecipativi. Le sue opere di Arte Pubblica divengono un ponte tra il sé e il mondo, ma anche una rottura con l’immaginario visivo quotidiano. L’estetica di Muñoz trova nel disegno, tecnica intima e spontanea, il suo linguaggio primo, elevandone l’aspetto di studio e applicandolo alla critica della realtà. Oggetto della mostra è la riflessione dell’artista sull’uomo che si muove, sul significato e sulle conseguenze che il suo spostarsi nello spazio ha sulla società, su di noi e sulle necessità che ci spingono a superare i nostri confini.

Daniel Munoz “Footing”,Gouache on paper,210×107 cm,2017

Un turismo ribelle

La mostra indaga sul concetto di turismo generando una catena di interrogativi. ll turismo è invasione o sviluppo? Quali conseguenze ha l’esperienza turistica sul sistema mondiale? I luoghi sono ancora in grado di produrre significati? E noi quali significati possiamo attivare nell’incontro con l’altro e con l’altrove? L’ interesse per il turismo è visto da Muñoz attraverso una prospettiva diversa. L’artista è stato fortemente attratto dagli aspetti visivi e estetici derivati dalle situazioni di protesta anti-turismo svoltesi in Spagna la scorsa estate. I manifestanti erano principalmente gruppi di giovani che per vari motivi volevano difendere l’integrità della loro città o provincia, o del loro paese.

L’artista presenta al pubblico una serie di pitture, disegni, serigrafie inedite e un’installazione site-specific. Qui gli strumenti della lotta militare si mescolano all’iconografia dell’Arte Classica e a oggetti ordinari, in una saturazione di simboli. Daniel Muñoz immagina così una manifestazione di turisti i quali sembrano ribellarsi alla natura della loro condizione paradossale.

Nel 1993 scrivevo il mio nome per le strade, senza pensare che nel 2018 il concetto base di “Street” sarebbe stato il nucleo della maggior parte delle cose che mi riguardavano, non solo come artista, ma anche come spettatore. (Daniel Muñoz)

“41 ways to make a mural”. Acrylic on concrete. Bayamon (Puerto Rico). 2014; a destra “Souvenir7”, Gouache on paper,42x30cm,2017

Il vessillo ci racconta

Interessante il concetto di elemento unificante e identificativo rappresentato dal vessillo, bandiera o stendardo delle legioni imperiali romane. Ogni legione aveva il suo, e serviva per identificare la legione stessa e anche per radunare gli uomini in battaglia. Esso viene svuotato completamente, reso trasparente e silenzioso attraverso un eccesso un eccesso di immagini. Secondo l’artista infatti : “la saturazione può portare alla confusione, al vuoto generando silenzio”. Il Vexillum è il diminutivo latino di “vellum” (vela), e crea un collegamento al tema del viaggio: le vele che, guidate dal vento, spingono le navi. Il vessillo simbolo identitario per eccellenza, si fa spoglio di segni e colori per raccontare il tessuto sociale odierno e la trama di contraddizioni. In esse si districa il turista, una figura che Daniel Muñoz vede ambigua, complessa e dai tratti ironici.

Da sinistra: “Barricada1”,Gouache on paper,76x112cm,2017; “Souvenir1”,Gouache on paper,42x30cm,2017

Biografia dell’artista

Daniel Muñoz, in arte SAN, inizia il suo percorso artistico nei primi anni ‘90 quando comincia a dipingere sui muri del suo paese natale. Dopo anni di sperimentazione da autodidatta, concentrato esclusivamente nella pittura murale, si trasferisce a Madrid, dove frequenta il corso di Belle Arti presso l’Università Complutense. Parallelamente agli studi realizza le sue prime esposizioni e i sui primi interventi di Arte Pubblica, all’interno di manifestazioni culturali in molteplici città spagnole e Europee. È in questo momento che la sua arte evolve verso il disegno figurativo che diviene il suo linguaggio privilegiato. Le sue opere nascono dalla volontà di instaurare un dialogo diretto con lo spettatore e di parlare al maggior numero di persone possibile, senza discriminazioni socio-culturali. Per questo motivo sceglie di esprimersi nello spazio di tutti con una tecnica di rappresentazione riconoscibile.

Simboli e codici suggeriscono una lettura attenta, tra la narrativa tipica della pittura classica e i discorsi sociologici dell’arte contemporanea. Le sue creazioni inducono a cadere in interpretazioni molteplici e ambigue, nonostante egli racconti fatti e aneddoti quotidiani basati sugli stereotipi comuni. Negli ultimi anni ha presentato numerose mostre personali e collettive e realizzato opere d’Arte Pubblica in diversi paesi dell’Europa, Nord e Sud America, Asia e Medio Oriente. Le sue opere sono state esposte in spazi rinomati come la Galería Luis Adelantado (Valencia), il BACC Museum (Bangkok), il CEART (Fuenlabrada) e la Galería Nacional de Arte de Amman (Giordania) e pubblicate in diversi cataloghi e libri di prestigio.

Quando:

Dal 20 gennaio al 25 febbraio

da martedì a sabato dalle ore 12 alle 20, domenica dalle ore 15 alle 20, lunedì chiuso

Info:

info@galleriavarsi.it | www.galleriavarsi.it | 06 68309410

Dove:

Galleria Varsi – Via di Grotta Pinta 38, Roma

Glorie di carta: in mostra i disegni degli arazzi Barberini

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma dedicano una mostra alla storia dell’arazzeria Barberini: Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini, a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte. Fino al 22 aprile 2018, il percorso museale prevede un’intera sala dedicata all’allestimento delle serie di arazzi realizzate dalla fabbrica impiantata a Roma nel 1627 dalla famiglia Barberini. In mostra tre cartoni preparatori, ciascuno appartenente a uno dei cicli che ritraggono le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e le Storie di Urbano VIII. Le serie prescelte sono le più importanti delle sette volute dal cardinal Francesco e prodotte dall’arazzeria Barberini lungo un arco di circa 50 anni di attività. I cartoni, che escono per la prima volta dai depositi dopo 20 anni, costituiscono un’occasione irripetibile per conoscere una delle più fastose committenze della famiglia, ancora poco nota al grande pubblico. 

Anteprima stampa “glorie di carta” del 19 dicembre a Palazzo Barberini

L’arazzeria Barberini

Nel XVII secolo, collezionare arazzi era quasi d’obbligo per una famiglia che, come quella dei Barberini, ambiva a un prestigio internazionale, anche perché gli arazzi erano simboli di lusso e ricchezza, ben più dei dipinti. Ma un conto era possedere arazzi, sia pure pregiati e in gran copia, altra cosa era possedere addirittura un’arazzeria di famiglia. E siccome i Barberini miravano in alto, e non badavano a spese, il Cardinal Francesco (1597-1679), nipote del papa, decise di fondarne una ex novo a Roma, naturalmente a maggior gloria della propria dinastia. L’occasione fu un regalo che il cardinale ricevette da Luigi XIII, come captatio benevolentiae per compensare il parziale insuccesso della delicata missione diplomatica. Il gesto fu grandioso e strategico: 7 enormi arazzi tessuti su disegni di Rubens, dedicati alle Storie di Costantino, l’imperatore che aveva abdicato al paganesimo per farsi cristiano e concesso pieni diritti alla nuova Chiesa. Barberini accettò il dono, ma per completare la serie, preferì servirsi della manifattura romana da lui appena fondata nel 1627. Se le arazzerie francesi facevano scuola, Roma non poteva essere da meno, se non altro nei disegni dei Barberini.

La tecnica di tessitura

La realizzazione di un arazzo era operazione complessa, lunga e costosa, che richiedeva specifiche competenze tecniche. Il Cardinal Francesco affidò la direzione della fabbrica al fiammingo Jacob van den Vliete (ovvero Giacomo della Riviera), e a bravi pittori e artisti dell’epoca la realizzazione dei disegni preparatori. La tessitura richiedeva un modello, a grandezza naturale, tracciato e colorito di solito su un cartone, il quale veniva poi tagliato in varie parti per poter tradurre il disegno nel tessuto. La tecnica adottata dagli arazzieri Barberini, detta “a basso liccio”,  garantiva una maggior fedeltà al modello grazie al telaio orizzontale. Spesso i cartoni andavano perduti, soprattutto se usati ripetutamente. Ma se è vero che i Barberini non lesinavano, neppure sprecavano. Molti dei disegni originali furono attentamente ricomposti e preservati, e persino esposti nelle sale del palazzo di famiglia, dove rimasero per oltre 3 secoli.

L’autocelebrazione del potere

Ma come venivano usati questi arazzi? Opere del genere consentivano di approntare apparati decorativi vasti come cicli di affreschi, ma assai più mobili e versatili. Durante la loro vita “operativa”, infatti, gli arazzi entravano e uscivano dalla guardaroba dove erano custoditi, per essere utilizzati secondo esigenze variabili. L’impiegato incaricato, il festarolo, doveva selezionare e persino combinare a questo scopo i pezzi delle varie serie. I preziosi tessuti si potevano anche esporre all’esterno delle residenze Barberini, come avvenne in occasione della celebrazione del centenario dell’ordine dei Gesuiti (1639), quando la chiesa del Gesù venne parata di superbi arazzi. All’occorrenza li si poteva concedere in prestito, magari a pagamento, che era un bel salto di qualità, per una famiglia che doveva le sue originarie fortune al commercio tessile.

Delle sette serie uscite dalle arazzerie romane, le tre più importanti, per imponenza, qualità e investimento ideologico, sono qui rappresentate dai tre cartoni esposti: le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e la Vita di Urbano VIII, che insieme danno la misura e il carattere dell’ambizioso progetto di autorappresentazione retorica che Urbano VIII e la sua famiglia avevano strenuamente perseguito. Tuttavia, l’attività delle manifatture Barberini non visse più del suo fondatore, ma i segni di quella gloria si possono ancora vedere, almeno sulla carta. L’arazzeria Barberini fu concepita operando a immagine e somiglianza del suo fondatore. Le serie prodotte rifletterono totalmente il disegno politico e “mediatico” del cardinal Francesco, al punto che, alla sua morte, la fabbrica cessò immediatamente di esistere.

A sinistra “Le celebrazioni del centenario dei Gesuiti”, a destra “Costantino abbatte gli Idoli”

Grandi pittori e artisti dell’epoca erano chiamati a dipingere il disegno preparatorio dell’arazzo. E’ il caso del ciclo con le Storie di Costantino (1631-1641), alla cui intera ideazione sovrintese Pietro da Cortona. Nel 1630 l’arazzeria Barberini riprese lana, seta e fili d’oro per tessere il ciclo per la quale era stata concepita fin dall’inizio dal suo fondatore. I 5 nuovi cartoni con le Storie di Costantino completavano la serie di arazzi donati al cardinale Francesco Barberini da re Luigi XIII. Il re non avrebbe potuto scegliere soggetto migliore per i Barberini. Nel corso del suo pontificato, Urbano VIII instaurò infatti un parallelo costante con il primo imperatore cristiano e fondatore dell’antica basilica di San Pietro. I cartoni romani esaltano la dimensione universalistica, temporale e spirituale della Chiesa. Al contempo celebrano le gesta di Urbano VIII. Ad esempio, Costantino che uccide il leone simboleggia il papa che protegge Roma dal flagello della peste del 1629-1632. Gli arazzi si conservano attualmente al Philadelphia Museum of Art, quattro degli originali cartoni sono nelle Gallerie Nazionali di Palazzo Barberini.

Giovan Francesco Romanelli, “La Natività”, 1644

La serie della Vita di Cristo (1643-1658), è opera di Giovan Francesco Romanelli, e viene rappresentata in mostra dalla Natività, mai esposta al pubblico fino ad ora. Questo ciclo impegna l’arazzeria in anni difficili per i Barberini. Nel 1644 il nuovo papa Innocenzo X Pamphilj, ostile alla famiglia, avvia un’inchiesta sulla condotta del defunto Urbano VIII e dei nipoti, accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini sono costretti ad abbandonare Roma. Forse anche per questo la realizzazione si protrae a lungo. Molto probabilmente, il Cardinal Francesco affida il ciclo delle dodici storie di Cristo al Romanelli sulla scorta del successo del suo precedente impegno per i Dossali della Cappella Sistina. Il pittore viterbese, cresciuto all’ombra del maestro Pietro da Cortona, ottiene finalmente la sua emancipazione, il suo riscatto. Dei dodici grandiosi arazzi, attualmente nella cattedrale di Saint John the Divine di New York, 8 cartoni si conservano a Palazzo Barberini.

Pietro da Cortona, “Ritratto di Urbano VIII”, 1627

Il ciclo di arazzi con la Vita di Urbano VIII (1663-1679), progettato dalla scuola di Pietro da Cortona, era destinato a decorare il grande salone di Palazzo Barberini. È la serie più importante realizzata dall’arazzeria e, in assoluto, uno dei più notevoli cicli biografici del Seicento. La finalità panegirica è evidente: nei fatti prescelti per raccontare la vita di Urbano VIII, biografia e allegoria si sovrappongono. Il ciclo può considerarsi il completamento ideale dell’esaltazione del papa e della sua famiglia dipinta da Pietro da Cortona nel Trionfo della Divina Provvidenza (1632–1639). In mostra anche il Ritratto di Urbano VIII di Pietro da Cortona, in prestito dai Musei Capitolini, e la Visita di Urbano VIII al Gesù (1642-1643) di Andrea Sacchi, Jan Miel e Antonio Gherardi, esposta l’ultima volta negli anni Ottanta del Novecento.

Quando:

Fino al 22 aprile 2018

orari : martedì/domenica 8.30 – 19.00. La biglietteria chiude alle 18.00

Info e prezzi:

barberinicorsini

Intero 12 € – Ridotto 6 € (fino al 22 gennaio, compreso l’esposizione di Parade di Pablo Picasso)

Dove:

Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13, Roma