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“La Seduzione” nell’arte di Roberta Coni e Anna Izzo

La sede romana della Galleria Triphè inaugura la sua stagione espositiva con la mostra “La Seduzione“, a cura di Maria Laura Perilli. Presenti le opere di Roberta Coni e Anna Izzo. Dal 26 settembre il pubblico potrà già visitare liberamente l’allestimento, mentre il vernissage ufficiale sarà previsto per l’8 Ottobre alle ore 19. La mostra terminerà il 19 ottobre 2018.

 

Saranno quattro i lavori artistici di Roberta Coni. In primis i due polittici del “Mea Culpa” (vedi copertina), realizzati nel 2010 in occasione della mostra “La Seduzione del peccato” presso la galleria Triphè a Cortona. L’artista contamina “la bella pittura“, quasi iperrealistica, per mezzo di 4 innesti di videoarte dedicati al senso del peccato. Sono opere che rappresentano appieno lo scopo di ricerca: la “figurazione concettuale“. Gli altri due sono dipinti ad olio su tela. Il primo, dal titolo “La seconda morte ciascun grida“, appartiene alla serie realizzata sull’inferno dantesco nel 2014. L’altro,”Autoritratto“, è stato esposto nel 2011 in occasione della mostra “sacrum facere” contro la violenza sulla donna a Cortona presso il Polo Museale di Sant’Agostino. A breve, Roberta Coni sarà anche presente con una personale di 30 dipinti presso la sede di Parigi nella prestigiosissima galleria francese “Galeries Bartoux“. La mostra sarà curata da Andrew Dikson.

A sinistra “La seconda morte ciascun grida“, di Roberta Coni (2012); a destra “Amanti” di Anna Izzo (2014)

 

Le altre due opere presenti, “Abbracci” e “Amanti“, sono le sculture dell’artista romana Anna Izzo. Entrambi i lavori sono stati premiati a Milano ed esposti in varie sedi nazionali e internazionali, in particolare a Miami. Le caratteristiche che contraddistinguono le sculture della Izzo sono sicuramente la sensualità e l’ intensità del significante attraverso una modalità ad alta sintesi. Le sue opere attraversano vari materiali come ferro, bronzo, resine, in una continua ricerca estetica e innovativa. La scultrice ha ulteriormente raccolto il consenso di importanti artisti come Rotella, Arman e testi critici di Costantini, Apuleo, Milani.

Quando:

Dal 26 Settembre al 19 Ottobre; vernissage l’8 Ottobre, ore 19.

Info:

info@triphe.it 

robertaconi ;  annaizzoartdesign

Dove:

Galleria Triphè Roma, Via delle Fosse di Castello, 2

Maria Laura Perilli presenta la realtà espositiva della Galleria Triphè

La sede di Roma (quartiere Borgo) della Galleria Triphè nasce nel 2017 da un progetto di Maria Laura Perilli, iniziato già nel 2007 a Cortona. Nel suo decennale di attività, la giovane gallerista cura e dirige mostre personali e collettive di artisti contemporanei italiani e stranieri. La Perilli è stata anche autrice di testi come “L’arte contemporanea del Maghreb-rapporti vecchi e nuovi con l’Europa” (2009), e “Vita e opere dell’artista americano John Ratner” (2016), entrambi editi dalla De Luca Editori d’Arte. Inoltre ha collaborato in maniera continuativa con la Rivista “Insider magazine”, per la quale ha curato la sezione Arte contemporanea. Di seguito l’intervista alla gallerista, con cui ripercorriamo il primo anno espositivo nella location romana e alcuni aspetti del suo progetto artistico.

Maria Laura Perilli con un ‘opera di Adriano Fida

Galleria Triphé è una realtà che si divide un due sedi espositive: Roma e Cortona (Arezzo). Puoi raccontarci quando e come è iniziato il tuo progetto artistico?

Tutto iniziò per caso nel 2007. Con i miei genitori, durante un week-end in Toscana, andammo a visitare uno spazio espositivo in vendita. Era una ex chiesa del 1620 di Filippo Berrettini da Cortona accatastata come pinacoteca, di proprietà dello scenografo Mario Garbuglia (collaboratore di Luchino Visconti n.d.r.). Da qui è nata l’idea di aprire una galleria d’arte. In quel periodo poi ero appena laureata in “Beni Culturali, filone contemporaneo”. L’occasione mi permise di intraprendere quella nuova avventura impostando un discorso di talent scout per giovani artisti. La sede di Roma, situata nel quartiere dove sono cresciuta, è arrivata solo dopo 10 anni. Ho pensato che fosse trascorso il tempo giusto per potenziare il progetto. Questa galleria romana rappresenta senz’altro il coronamento di questi anni formativi.

Oltre al ruolo della gallerista d’arte contemporanea, svolgi allo stesso tempo anche quello di curatrice e ufficio stampa. Qual è il compito più difficile?

Inizialmente non avevo mai pensato di fare la gallerista, bensì di svolgere mansioni descrittive o allestimenti per mostre. Secondo me il ruolo del gallerista va al di la del mero mercato. Nelle mie mostre c’è anche una ricerca artistica e curatoriale delle opere che sfocia in una tematica ben definita. E’ la parte del mio lavoro che preferisco, perchè è presente l’incontro con l’artista nello studiare insieme il progetto da presentare. Ho un maggiore coinvolgimento dal punto di vista lavorativo. Credo sia importantissimo essere consapevoli di ciò che si vuole comunicare. Ad esempio nella mostra Empatia, ancora in esposizione, si vuole veicolare un messaggio sociale, psicologico legato alla creatività contemporanea. Questa passione che ho per l’arte l’ho voluta trasferire in tutti gli aspetti della galleria. Anche nel compito di ufficio stampa sento di mettere la mia impronta personale.

Che obiettivo si pone Gallerie Triphè nel presentare gli artisti? Come avviene la loro selezione?

Sicuramente la creazione di uno spirito intellettuale atto a favorire sia lo scambio culturale che l’interazione tra gli artisti stessi e il pubblico. Ho voluto proporre un filone di figurazione concettuale partendo da alcuni ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Molti di questi oggi espongono in gallerie importantissime a livello internazionale. Sono delle grandi soddisfazioni queste, perchè insieme abbiamo fatto un percorso in cui abbiamo condiviso le nostre reciproche crescite. La mia scelta ricade sulla conoscenza tecnica, ma guardo anche alla genialità e l’identità, che fa la vera differenza tra l’artista e il semplice esecutore. Può accadere delle volte che l’autore sia bravo, ma non basta. In questo lavoro serve la determinazione, il carattere e la volontà di crederci. Altra cosa a cui tengo molto è il rispetto che porti poi a un rapporto diretto e schietto.

Le mostre che hai ospitato quest’anno a Roma hanno affrontato diverse tematiche. Vuoi ricordarne qualcuna?

Nella sede di Roma tutte le mostre hanno trattato temi particolari. In concomitanza con l’apertura, ho ospitato l’artista cinese Ma Lin, con la quale ho collaborato portando opere italiane nel paese asiatico. Poi abbiamo avuto l’artista Francesco Bancheri, che ha realizzato opere con collage. Posso ricordare inoltre l’artista spagnolo Moya Gonzàlezcon le sue suggestive farfalle tra le bruciature su carta, e Sara Lovariche ha affrontato il tema dell’emancipazione femminile attraverso gli assemblaggi di materiale. L’ultima in ordine di tempo, la collettiva Empatia, racchiude tutti i miei artisti. Le opere scelte possiedono tutte delle caratteristiche ben precise e di impatto che si avvicinano alla figurazione concettuale pensata. Credo di aver raggiunto l’obiettivo prefissato perché i visitatori sono stati tantissimi, sia all’inaugurazione che nei giorni seguenti. L’arte può essere il giusto strumento per trasmettere un miglioramento dell’uomo e creare un terreno fertile per la riflessione.

Avrai di sicuro un’artista/opera a cui sei legata particolarmente, vero?

Ovviamente si. E’ l’artista Roberta Coni, con cui ho praticamente iniziato il mio lavoro 10 anni fa. Ho stabilito con lei un saldo rapporto d’amicizia ed è una persona molto speciale per me. Sono legatissima alle sue 2 opere di “Mea Culpa”, parte di un progetto che presentammo a Cortona. Si trattava di quadri raffiguranti corpi femminili iperrealisti racchiusi da polittici dorati in stile quattrocentesco. Qui l’arte figurativa comprendeva già un messaggio sottinteso, quello della seduzione del peccato.

A sinistra il quadro “Matilde” di Roberta Coni; a destra l’opera “Lenisci” di Davide Dall’Osso

Dalle fotografie che posti sui social network sembri quasi coccolare le opere che ospiti nella tua galleria. ll web è certamente uno strumento efficace per attrarre il pubblico verso l’arte figurativa. Prima di questa attività lavorativa ne avevi un rapporto abituale o ne prendevi le distanze?

Credo molto nella galleria come luogo di comunicazione e creazione di sinergie con gli altri, non come luogo autoreferenziale dell’artista o del gallerista. Io sono sui social da circa un anno e devo dire che hanno i loro pro e i loro contro. Personalmente mi hanno dato l’opportunità di conoscere molte persone e pubblicizzare la mia attività. Il fatto di “coccolare le opere” è relativo al modo di comunicare. Adoro comparire al fianco dei quadri e le varie opere, quasi a stabilire una connessione tra gallerista/artista/opera, e anche caricare le foto della gente che visita la mostra. Cerco di rendere Instagram perlopiù colorato e ricco di contenuti spontanei e immediati. Lo scopo è soprattutto quello di coinvolgere chi si trova in altre città, informandolo di quello che avviene nella realtà artistica romana.

Riguardo l’arte classica/antica, quali sono le opere e gli artisti che preferisci in assoluto?

Non ho di base un artista vero è proprio. Posso dire però che il periodo a me più vicino e che apprezzo è quello dell’ Umanesimo. E’ stata l’epoca di Brunelleschi, Donatello, Botticelli e tanti altri, che ha permesso di riscoprire l’uomo e la sua centralità, oltre a riguardare ai classici greci e latini. Oggi stiamo vivendo un periodo complesso e transitorio dal punto di vista storico, economico e umano, accostabile al Medioevo. Forse avremmo bisogno di tornare a questa rinascita identitaria, anche professionale, che cerco di trasmettere nei temi delle mie mostre. Riguardo le opere, trovo molto coinvolgenti “Le tre età” di Klimt e “L’adorazione dei Magi” di Gentile da Fabriano. Altresì penso che ogni artista del passato abbia un dettame rispettabile, al di là dell’impatto visivo.

Quale sarà il prossimo appuntamento che vedremo alla Galleria Triphè di Roma? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ad ottobre ci sarà la continuazione della mostra “Promètheus 1″ dell’artista Giorgio Lupattelli, che in questi giorni è stata presentata a Cortona. Sono in programma poi altre iniziative che comprenderanno differenti forme artistiche, sempre seguendo la linea della figurazione concettuale.

© Riproduzione riservata

Info:

info@triphe.it ; www.triphe.it/

Dove:

Galleria Triphè, Via Fosse di Castello, 2, Roma

Empatia, l’arte di comprendere le emozioni

La galleria Triphè presenta, nella sede di Roma, la sua prima collettiva dal titolo Empatia. A cura di Maria Laura Perilli, l’esposizione vuole tentare una lettura diversa dell’operato artistico. Le variegate opere dei 28 artisti non sono presentate nella loro dimensione autoreferenziale, distaccata, ma tendono ad approdare ad uno scambio e ad una condivisione emozionale sia sul piano figurativo che concettuale. L’arte, infatti, che da sempre è un qualcosa che si tocca e si sente, comporta necessariamente un coinvolgimento sia dell’intelligenza razionale che della sensibilità. Proprio questa fusione potrebbe portare ad una lettura più esaustiva dell’opera. Il vernissage della mostra avrà inizio giovedì 10 maggio alle ore 19.

Roberta Coni in una versione del 2018 di “Matilde”, @Roberta Coni

L’eco artistico dell’ empatia

Empatia, titolo di questa mostra, pone l’accento sulla capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore con un messaggio in cui lo stesso è portato ad immedesimarsi. Una presa di coscienza e consapevolezza di un qualcosa che può rigenerarsi, anche in un particolare modo di percepire l’arte. Per la curatrice Maria Laura Perilli l’intento della collettiva è:

stimolare interrogativi e sottolineare che l’ Empatia può intercorrere non solo tra persone ma anche tra persone e cose. Un quadro, una scultura, possono aiutare a rigenerare un sentire più completo, fatto sì della percezione immediata dell’immagine ma anche dell’individuazione del messaggio nascosto posto alla base del profilo concettuale dell’opera stessa.

La figurazione concettuale può quindi essere la strada da percorrere per rieducare le emozioni. L’osservatore non guarderà l’opera con un atteggiamento permeato da puro sentimentalismo o da stupore per l’immagine, ma anche con un background del sentire più analitico e utile a stimolare maggiori riflessioni. Tutto ciò può trasferirsi come un’ eco a tutte le sfere del sentire.

Da sinistra: “Società Liquida” di Moreno Bondi, Olio su tela; “Donna del Damascato”, 2016, di Alessio Deli

Alcune delle opere in mostra

Un nuovo dialogo tra uomo e donna viene raccontato dalla scultura di Davide Dall’Osso. L’opera “Lenisci” (vedi copertina), realizzata attraverso le trasparenti fusioni di policarbonato e gli amalgami materici di ferro e cemento, racconta dell’energia femminile primordiale che pervade l’umanità. Il progetto nasce dalla necessità di fare un appello per porre rimedio alla condizione esistenziale di incertezza e tormento, che ha portato uomini e donne alle soglie di un conflitto sterile e autodistruttivo. L’uomo del nostro tempo deve intervenire su se stesso, trovare un nuovo modo di rapportarsi alla donna all’insegna di un atteggiamento fondamentale: il rispetto. L’uomo è chiamato a rispettare la donna e se stesso in nome della comune dignità di persona.

Soggettivismo, consumismo, apparenza sono le anti-virtù della “Società Liquida” di Moreno Bondi. Queste tematiche di grande attualità vengono interpretate in quest’opera figurativa che unisce la pittura ad olio e l’introflessione della tela nella scultura in marmo statuario. Sulle sculture in marmo affiorano 9 parole chiave (Società liquida, Apparenza, Crisi, Legami sociali, Individuo, Armonia, Ideali, Valori, Identità) ed evocano il rapporto ormai fluido ed instabile dell’individuo con se stesso e con la società. Sulla tela giganteggia un maestoso volto femminile che si sfuoca e si sfalda turbinosamente verso l’esterno. Il volto allude alla dissoluzione ed alla crisi dello stesso io di fronte alla perdita di certezze.

Un incontro misterioso tra epoche e stili differenti si fondono classicità e avanguardia in “Donna del Damascato“. L’opera scultorea di Alessio Deli, evoca memorie rinascimentali, nostalgie ed elementi di forte contemporaneità, nel mistero di una sacralità perduta e legata allo splendore delle figure femminili. Il materiale usato da Deli per le sue sculture viene trovato nelle discariche. Qui ferri arrugginiti, lamiere e plastica vengono infatti manipolati, elaborati e assemblati e acquisiscono una nuova vita tra le mani dell’artista. Con un approccio poetico e filosofico ricompone rifiuti della nostra società in un insieme nuovo e sorprendente.

Gli altri artisti coinvolti saranno: Roberta Coni, Salvatore Alessi, Adriano Fida, Enrique Moya, Sara Lovari, Franco Giletta, Antonio Finelli, Giuseppe Barilaro, Marco Stefanucci, Veronica Montanino, Francesco Bancheri, Elena Uliana, Re, Ma Lin, Claudio Magrassi, Li Zi, Roberta Maola, Benjie Basili Morris, Teresa Merolla, Salvatore Pellegrino, Kristina Milakovic, Arteinacciaio Cavalieri, Lorenzo Santinelli, Gianluca Sità, Salvatore Cammilleri.

Quando:

Empatia : dal 10 Maggio al 10 Luglio 2018

Orari 10.00 – 13.00 16.00 – 19.00 dal Martedì al Sabato

Info:

info@triphe.it   366-1128107

Dove:

Via delle Fosse di Castello 2, 00193 Roma (Castel Sant’Angelo/ San Pietro)

Sara Lovari e la sue “Bambole di carta”

Dal 20 dicembre al 26 gennaio 2018 la Galleria d’arte Triphè di Roma, con il patrocinio di FIDAPA BPW Italy – sezione di Roma, presenta “The Queen”. La mostra personale dell’artista Sara Lovari, a cura di Maria Laura Perilli, ci propone la donna di oggi attraverso lo spirito degli anni ’60. Dall’assemblaggio di carta, cartoni, immagini e macchie di colore bianco, nascono le sue bambole di carta in una chiave tra l’ironico e il retrò. Bambole che da qualsiasi posizione tu decida di osservarle, ti scrutano con lo sguardo comprensivo tra il sensuale, il divertito e l’arrendevole. Le bambole di carta sono le donne del ventunesimo secolo, le speleologhe irrisolte del sentimento che non si spezzano mai. Loro sono delle “The Queen”!

Le “bambole di carta”, anime fragili ma non sottomesse 

Sara Lovari nasce ad Avena, Arezzo, nel 1979. Nel 2007 sceglie di dedicarsi alla pittura, intraprendendo un percorso che la porta ad esporre in Italia e all’estero. Ama usare colori acrilici e applicazioni polimateriche su supporti eterogenei. Un aspetto che la distingue sin dagli esordi è la tavolozza prettamente “lovariana”, ottenuta a partire da una triade di colori base. Inoltre i soggetti sono tratti dalla quotidianità. Prendono forma sulla tela, grazie alla viva gestualità della stesura cromatica e agli assemblages di materiale di recupero, per riemergere poi come elementi di memoria collettiva. L’assemblaggio viene utilizzato da Sara con uno stile strettamente personale e ad alta identificabilità che rimanda ad artisti quali ad esempio lo statunitense Joseph Cornell.

Le immagini proposte da Sara Lovari sono quelle della donna vintage degli anni ’60, un’ icona rivoluzionaria. Le donne di Sara vengono incastonate in teche di vetro, quasi nostalgicamente a salvaguardia della loro femminilità e fragilità. Una sorta di baluardo contro l’interpretazione maschilista vissuta in chiave di dominio. L’impiego della carta come materiale privilegiato nella realizzazione delle opere non può dirsi casuale. La carta infatti rappresenta da sempre un materiale delicato, leggero, ma nel contempo duttile e dai molteplici impieghi. Forte come una “The Queen” appunto.

Gli abiti delle donne ricordano luoghi storici di Roma, quasi ad identificare l’idea della sensibilità femminile. Un qualcosa di immortale come può esserlo un edificio storico che ha consegnato all’immortalità la sua infinita bellezza. Perché una donna può essere un’insieme di tante affascinanti contraddizioni: buon senso, un po’ di emotiva sregolatezza e pazzia. Come spesso si sente citare: la bellezza salverà  il mondo ! Per cui la donna avrà sicuramente un ruolo fondante che dovrà  compiersi in un prossimo futuro.

Una lunga lotta chiamata “uguaglianza”

Sara Lovari non a caso pone attenzione alla donna degli anni sessanta. Infatti, in questi anni, le richieste dei movimenti femministi in Italia avevano come obbiettivo l’emancipazione e l’eguaglianza, cioè la richiesta di avere pari diritti e doveri rispetto agli uomini e la volontà di conquistarsi spazi nella vita nazionale, economica, personale e sociale. Tra i più importanti il diritto al voto per le donne, arrivato nel (1946) e la parità salariale, traguardo del (1957). Tra gli anni ’60 e ’70, il femminismo in Italia pone l’attenzione sulla liberalizzazione e indipendenza, ottenendo la legge sull’aborto datata 1978.

Nei giorni nostri, la condizione della donna è migliorata, ma sono rimaste comunque molte disuguaglianze. In compenso la donna oggi ricopre spesso ruoli maschili nel campo lavorativo, non senza difficoltà, bisogna dirlo. Può rimanere senza un uomo al fianco, il quale nel passato l’ha sempre relegata in cucina alle sue dipendenze. D’altra parte questa uguaglianza tanto agognata ha subito una battuta d’arresto in diversi campi, sia sociale, lavorativo, esistenziale. Ma certe mentalità maschili sono “dure a morire“, essendo ben radicate nell’uomo, forse colpa di insegnamenti sbagliati. Si dovrebbe cambiare tutto alla radice, ma sarebbe un lavoro impossibile. Bisogna solo confidare nel futuro.

Quando:

Dal 20 dicembre al 26 gennaio 2018

orari : tutti i giorni 10.00-13.00 16.00-19.00; chiusura: domenica e lunedi

Info:

Tel.366/1128107 –  info@triphe.it

Dove:

Galleria Triphe’, via Delle Fosse di Castello 2, Roma

Enrique Moya : quando l’arte incontra la poesia

La sede romana della Galleria d’arte Triphè presenta “El gran silencio”, mostra personale dell’artista spagnolo Enrique Moya, a cura di Maria Laura Perilli. Realizzata con il patrocinio dell’ufficio culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia e di AEPE (Associacion Espanola de Pintores y Escultores), l’esposizione sarà visitabile fino a venerdì 15 dicembre.

Qualcosa di speciale e misterioso

Le opere di Enrique Moya si propongono come una suggestiva e colta accoglienza nei confronti di chi si accinge a percorrere la strada di questo ’’grande silenzio’’. Una tacita dimensione nella quale, come funamboli su una corda, aleggiano disegni a matita di corpi quasi in trasparenza, farfalle bloccate per sempre in una aria senza tempo e libri antichi, forse anche essi inseriti in un’ incerta e immortale sopravvivenza alla storia. Nel libro sta talvolta una verità celata, nelle pagine bruciate rimangono anche fogli bianchi, risparmiati al sacrificio. In fondo, solo attraverso quegli scritti che giungono alla libera interpretazione dei lettori, si svela tra le righe una propria verità e non quella universale. Nel non tutto bruciato e in una farfalla che si appoggia, c’è la speranza di un pensiero rinnovato.

Il grande silenzio della riflessione

Il corpo, quasi come un contenitore, interagisce con il libro in tutte le sue parti. Le mani per sostenerlo, gli occhi e la bocca per leggerlo, le orecchie per ascoltare il ritorno di ciò che si legge. Tuttavia solo una parte è legata al libro da un filo invisibile: la mente. La mente, infatti, assorbe quella verità scritta e poi la rielabora. La metabolizza e, successivamente, entra nel grande silenzio della riflessione. La scatola corporea si rilassa e il peso di quella verità scivola via; il pensiero gira e svuota la mente per arrivare alla verità nascosta. La leggerezza dei corpi disegnati da Enrique Moya rappresenta l’involucro che non c’é più. È rimasta solo l’anima e il corpo diviene una trasparenza in lontananza, attraversata da parole e pensieri in piena e continua rielaborazione. In alcune opere poi l’immagine della verità è avvolta in una cornice ovale dorata sulla quale si poggia una impalpabile farfalla.

Arriva dopo la tempesta un grande silenzio. In un’area rarefatta, sta la poesia della leggerezza sulla punta di un insetto dal fascino e dalla forza immortale.

L’equilibrio degli opposti

L’Italia gioca un ruolo fondamentale per la formazione artistica e culturale di Enrique Moya González il quale, grande appassionato dell’arte del passato, ha trovato nel nostro Paese la sua fonte d’ispirazione nei suoi lavori. Oltre all’arte italiana, si coglie spesso un chiaro riferimento all’arte africana, utilizzata dall’artista come strumento per spiegare diversi concetti antropologici. Gli studi sull’antropologia portano l’artista a riconsiderare il rapporto tra maschio e femmina, e in particolar modo, sul legame che unisce questi due mondi apparentemente opposti. In cosa siamo diversi? Cosa invece ci accomuna? Come trovare il giusto equilibrio? Ecco le domande che si pone l’artista con sottile intuito e che ritroviamo nelle sue opere.

Le bruciature su carta

L’idea artistica trova il suo equilibrio nella materia, lavorata con grande rispetto e devozione da Enrique Moya. La carta, in particolar modo, non è solo il supporto fisico delle sue opere, ma è qualcosa di ben più profondo. Si adatta, entra in sinergia con l’artista che accetta il suo mistero intrinseco. Le bruciature visibili sulle opere sono “graffi” di presenza. All’inizio della sua carriera le abrasioni sulla tela erano poco controllate, ma col tempo l’artista ha saputo trovare la giusta convivenza tra la sua tecnica e il caso. Le abrasioni infatti mostrano piccole pellicole che si staccano dalla tela, formando delle gocce, degli schizzi che prendono vita, ricordando che la causalità è sempre accanto all’artista. Per questo l’arte di Enrique Moya è unica, originale e non catalogabile. Non è una fotografia, una pittura, un disegno, una stampa né un’incisione. Le bruciature visibili nei quadri sono un modo per rompere gli schemi, capovolgere, spezzare i discorsi e trovare il punto di congiunzione tra le parti. Le sue tele nascono da un mondo interiore. Lo spettatore ha la possibilità di scrutare e vedere l’universo dell’artista e, allo stesso tempo, di lasciarsi trasportare.

Quando:

dal 15 novembre al 15 dicembre

Dal martedì al sabato, orari : 10.00-13.00 16.00-19.00

Info:

tel: 366/1128107

info@triphe.it  www.triphe.it   https://www.facebook.com/galleriatriphe/

Dove:

Galleria Triphè, via Delle Fosse di Castello 2, Roma