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Ambra Cianfoni: vivo in simbiosi con i miei personaggi

La giovane attrice romana Ambra Cianfoni è in questi giorni tra le protagoniste dello spettacolo teatrale Donne de Roma (qui la recensione). Raffinata e versatile cantante/cantautrice, si forma prima come ballerina frequentando i corsi della Royal Academy of Dance di Londra e successivamente nel campo della recitazione sotto la guida del maestro Giancarlo Sammartano, debuttando al Teatro Antico di Segesta. La simpatica Ambra ci parla del suo personaggio Ninetta, ripercorrendo anche alcune tappe della sua carriera che, tra le altre, l’ha vista a fianco del grande Enrico Montesano su palco del Sistina e in tournée nei maggiori teatri italiani.

Ambra Cianfoni in Donne de Roma (foto Matteo Mignani)

Complimenti vivissimi per lo spettacolo! Dalla platea sembrava di vivere la piazza romana di un tempo lontano, quella dove le storie si raccontavano attraverso gli stornelli. Com’è nata l’idea di rappresentare queste donne appartenenti a un’epoca di una Roma che non esiste più?

Grazie mille! Si, noi abbiamo voluto legare tutto quanto a questo elemento scenico. Ma vorrei aggiungerne un altro: quello della scala, intesa come collegamento verso l’alto. Il cielo infatti è la massima spiritualità a cui rivolgersi, al di là della religione professata. E poi c’è la presenza dei fiori, che sono la parte dolce e naturale, perfettamente accostabile alla donna. L’obiettivo è stato quello di pensare alle donne di una volta e dimostrare al mondo odierno l’esempio della loro forza a saper mettere in atto tante cose, tra le quali la rivoluzione. Quest’ultima può venire da molte parti della nostra anima e della nostra personalità. Ecco perchè presentare 5 Donne de Roma dalle storie completamente diverse ed emotivamente coinvolgenti. Senza dimenticare la malinconia per Roma, quella vera e oramai scomparsa, che abbiamo provato a far respirare con le sue atmosfere. 

Ambra nel personaggio di Ninetta (foto Luca De Vecchis)

Il personaggio della dolce e innamorata Ninetta che hai portato in scena ha qualcosa di similare con la tua personalità?

Si assolutamente! La sua rivoluzione bianca è scoprire la felicità, la verità (rivelatasi poi dura e sofferente) e cosa c’è oltre l’amore. Questo sentimento che può condurre fino a decisioni estreme. Citando Dante direi: “E’ l’amor che move il sole e l’altre stelle”. In verità l’amore porta avanti tutta quanta la mia vita. Tutt’ora io sono innamorata e questo fa si che la mia immedesimazione con Ninetta sia completa. I personaggi che noi attori affrontiamo ci portano spesso in situazioni che possono accadere anche nella vita reale, e a me è capitato. Certo…speriamo di non finire nel Tevere come lei…ahahaha.

Di questo spettacolo hai curato anche la regia. Come riesci a conciliare questo lavoro con la recitazione?

Qualche giorno fa ho partecipato ad uno studio, che seguo già da diversi anni, con Michele Placido. Il maestro mi ha dato dei grandi consigli da seguire sulla regia di questo spettacolo. C’è chi mi domanda come riesca a fare entrambe le cose, ma le svolgo volentieri. Effettivamente in questo ruolo mi ci sono ritrovata quando è capitato a volte di sostituire un regista per uno spettacolo. “Dio mio, il regista non c’è, Ambra corri…”.

Recentemente hai fatto parte di produzioni teatrali di successo che raccontavano la romanità, ma anche i cambiamenti dell’epoca. (Il Marchese del Grillo, Il Conte Tacchia). Che ricordi hai di queste esperienze?

La cosa incredibile è che mi sono vista assegnare dei personaggi come Camilla e Gertrude che hanno molto in comune con il mio essere, e questo è merito di Enrico Montesano. Ad esempio nel Conte Tacchia, la figura di Gertrude è stata creata e scritta apposta per me, perchè nel film non esiste. Sono la prima Gertrude della storia, ecco ! Per i ricordi ci sarebbe veramente tanto da dire. Nei primi anni del Marchese del Grillo, ero una pupetta di 19 anni che si chiedeva: “Oddio, ma dove sono arrivata?”. E’ stata un po’ la mia culla. Poi le due epoche (1910-1944) affrontate nel Conte Tacchia sono state indimenticabili ! Mi sono anche ritrovata a ballare un boogie-woogie, io che provengo da 18 anni di danza classica e da genitori ballerini professionisti. Fortunatamente ho incontrato delle persone meravigliose, tra le quali Andrea Pirolli, Roberto Attias, Giulio Farnese e Massimo Romeo Piparo. Tutti quanti mi hanno accompagnato in questo percorso, e continuano ad essere presenti per me. Non bisogna mai dimenticare le persone che ti aiutano e ti danno molta forza. Questo lo dirò sempre!

Da sinistra Ambra con parte della compagnia nel Marchese del Grillo (@Flaminio Boni); a destra accanto a Montesano nel Conte Tacchia (@Antonio Agostini, fonte ilcontetacchia.com)

Completamente altro genere i ruoli fantastici di “Spugna” in un musical di “Peter Pan” e quello del “Cappellaio Matto”. Ti ha divertito interpretarli?

Da morire!! Soprattutto Spugna, venuto fuori grazie all’intuito dei bambini. Io insegno recitazione ai piccoli nella scuola di mia madre, Teatro Danza 85. Durante alcune lezioni scherzavo con loro facendo un voce molto simpatica, e mi dissero di provarla nel personaggio del musical. E ha fuzionato! Questi ruoli vengono dalla Disney, una scuola di immaginazione, in cui la creatività viene sempre più stimolata come anche il canto. Infatti continuo ancora oggi a guardare questi cartoni animati e intonare le canzoni della Sirenetta sotto la doccia.

Ambra e il canto

Ho apprezzato molto la tua versione di “Ciumachella de Trastevere” che hai eseguito per un festival musicale romano. Quali sono i tuoi miti canori?

Quella era una serata in cui ho cantato canzoni di cabaret insieme al mio corpo di ballo. Non ho proprio una punta di diamante, anche se mi piace svariare da Liza Minnelli a pezzi come “On my Own“. Per quanto riguarda la romanità, in “Ciumachella”, credo di essermi ispirata al serenante di Rugantino, il compianto Aldo Donati. In particolare nella parte cantata “Ciumachella tu sei nata pe incantà…”, l’artista eseguiva un levare di voce fantastico. Partiva dal cuore e arrivava fino alle braccia. Questa è la romanità a cui voglio attingere, ovvero quella che fa arrivare al pubblico il sentimento viscerale, come d’altronde avviene anche nelle altre canzoni popolari italiane. Quando canto io mi sento al settimo cielo!

Professionalmente è nata prima l’Ambra cantante, attrice o ballerina?

E’ nata prima l’Ambra danzante sul palcoscenico, anche perchè i miei genitori erano coreografi e ballerini. Ci sono salita per la prima volta a 2 anni con un tutù minuscolo e solo successivamente ho cantato nei balletti. La prima canzone in assoluto che ho eseguito è “My Way” di Frank Sinatra, una cosetta così, mica “il coccodrillo come fa” o “Le tagliatelle di Nonna Pina”! La passione per la recitazione è nata molto dopo assistendo a “Sogno di una notte di mezza estate” che vidi al Globe Theatre. Da quel momento ho deciso di dedicarmi a fare teatro. Io scrivo anche testi e ne ho molti pronti, ma sono ancora alla ricerca di un bravo compositore. 

Dove ti vedremo prossimamente? E a cosa ti piacerebbe lavorare?

Dove mi vedrete prossimamente non lo so, e se qualcuno me lo vole fa sapè me lo dica.. ahaha. Il mio sogno è avere un ruolo alla Broadway e cantare una canzone tutta mia e che posso dedicare con tutto il cuore, tipo come “Somewhere over the raimbow”. Quando ci fu lo spettacolo dedicato a Judy Garland, dissi a Massimo Romeo Piparo, “mammamia che fico, pure io vojo cantà sta canzone”. Ma questo capisco che si raggiunge solo a piccoli passi e con molta umiltà. Il nostro mestiere è complesso, e non può esistere senza le emozioni. Ogni esperienza ti fa aumentare di capacità, emotività e consapevolezza. Io voglio perfezionarmi e andare avanti come cantante e attrice nella commedia musicale tutta la vita.

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Roberta e Floriana, 2 amiche per il Teatro

Il Teatro, specie quello Offè sempre un luogo dove scoprire talenti emergenti o spettacoli e performance piacevoli. Per l’occasione presentiamo due giovanissime e simpatiche attrici romane, Floriana Corlito e Roberta Pompili, che debutteranno con un nuovo spettacolo al Teatro Testaccio di Roma. Il 12 e 13 giugno, infatti, andranno in scena con Quelle che hanno perso il corteo, (qui la recensione) brillante commedia scritta da Alessandro Mancini e Tiziana Foschi, che ne cura anche la regia. Nei loro occhi traspare tutta quella passione per il teatro e un carattere deciso, che (soprattutto alla loro età) è molto raro incontrare oggi. Apprezzando ciò, auguriamo davvero alle ragazze di poter raggiungere al più presto traguardi importanti e significativi!

Conosciamo meglio Floriana e Roberta in un’intervista realizzata tra le poltrone rosse del Teatro Testaccio, appena dopo aver concluso le prove del loro spettacolo.

Potete raccontarci di cosa parlerà “Quelle che hanno perso il corteo” ? Cosa ci aspetta?

Roberta: Lo spettacolo parla di donne. Averlo portato l’8 marzo sarebbe stato troppo scontato, farlo inizio estate è proprio coraggioso! Tratta la storia di 2 giovani giornaliste che partecipano ad un bando che dà l’opportunità alle vincitrici di lavorare in redazione per una prova.

Floriana: Queste 2 ragazze, che ancora non si conoscono, si ritrovano a dover scrivere un articolo insieme sul tema del “Come è cambiata la donna dall’8 marzo del 1946 ad oggi?”. Questa è la domanda che ci poniamo e che rivolgiamo anche al pubblico.

Roberta: Si interrogano e affrontano, in pochissimo tempo a disposizione, un argomento così vasto. Da qui verranno fuori riferimenti che vanno dalla televisione a tutto ciò che è cambiato di generazione in generazione: dalla nostre nonne, madri e infine figlie. E’ uno spettacolo molto brillante, dove si ride. La regia è di Tiziana Foschi (ex Premiata Ditta) e il testo di Alessandro Mancini, autori comici professionisti, che si sono messi a nostra completa disposizione. Si sono proprio immedesimati in noi e ci hanno saputo ascoltare.

Floriana: La cosa bella è che ci hanno detto: “di che cosa vorreste parlare?” Per noi è stato straordinario sentir nascere questo spettacolo, portarlo quasi “in grembo” e vedere realizzare la scrittura. Poi adesso basta dire altro….perchè a un certo punto….Venite a teatro a vederlo!  😋

I ruoli comici femminili che si impongono, a teatro come nello spettacolo, sono molto pochi o spesso sono un compendio di quelli maschili. E’ un fattore che personalmente spero si sovverta. Quali sono gli idoli (anche attori uomini) a cui vi ispirate?

Floriana: Si è vero! Per me idoli moderni sono assolutamente Paola Cortellesi e Luca Marinelli. Li adoro! Invece tra i  più “datati” Nino Manfredi e Monica Vitti.

Roberta: Enrico Brignano è sicuramente stato l’artista che mi ha avvicinata per primo alla recitazione, facendomi riderere con i suoi esilaranti monologhi, che puntualmente imitavo già da piccola. Per quanto riguarda il cinema moderno, quella che ha segnato la Roberta di oggi è Paola Cortellesi. Ci sono cresciuta e ritengo sia un’attrice a tutto tondo! In merito agli attori del passato, mi hai fatto una domanda da 100 milioni di dollari, perchè mi viene in mente Nino Manfredi

Floriana: Vabbè mo se me stai a copià però me lo dici…cioè…

Roberta: Ci tengo a precisare che Manfredi  è l’ “Attore” per eccellenza. Però per non nominare lui, che per me è il “cuore”, nominerei Gigi Proietti. Ho adorato anche vedere i vecchi schetch di Franca Valeri e Anna Marchesini, che hanno rivoluzionato molto il ruolo della donna comica. Un tempo le comiche erano Bice Valori, Ave Ninchi, le classiche maschere.

Floriana: Tornando al discorso dei ruoli, sono convinta che ci sono state e ci sono tutt’ora tantissime donne comiche straordinarie. Poi è logico che gli uomini sono prevalenti, perchè per loro fare ruoli come il brutto, il matto, lo scemo gli riesce meglio, ahahaha.🤣

Roberta Pompili e Floriana Corlito

Come è nata la vostra empatia professionale? Vi trovate bene penso?

Floriana: Oddio non troppo…, ahahahaha. Per parlare di questo bisogna partire un po’ a posteriori. Io e lei ci siamo conosciute tramite social network. Roberta aveva postato su Instagram una foto di Enrico Brignano mentre cantava “Lulù”, un omaggio ad Aldo Fabrizi. “Lulù, nel cielo blu…” 🎶 (canta). Mentre vedo questa foto penso dentro di me: “strano che una ragazza della mia età conosca Fabrizi”. Inizio a spulciare il suo profilo, e noto che erano presenti Manfredi, Montesano, Proietti, la Lazio….Tante passioni comuni insomma.

Roberta: Quindi è nata prima la nostra amicizia in realtà. Lei mi ha contattato e io ho detto: “Chi è questa matta?”. Anche io ho visualizzato il suo profilo ed era molto molto simile al mio. Avevamo praticamente le stesse foto! Dopodiché ci siamo incontrate e da li Floriana è diventata una cambiale a vita. Per 2 anni siamo state tranquillissime, facevamo delle chiacchierate straordinarie, passeggiate in centro. Poi un giorno, non so a chi, venne la malsana idea dire: “Perchè non facciamo qualcosa insieme?” E’ finita l’amicizia ed è iniziata la società, ahahaha, scherzo. 😜

Floriana: Io ho fatto di tutto per non vederla più, ma ormai mi si era attaccata. Una cosa pazzesca.😫

In cosa vi sentite uguali e diverse? Vabbè, a parte che una è mora e l’altra castana.

Floriana: Si, una è riccia e una è liscia, vabbè lascia fa …😉

Roberta: Io mi sento uguale a Floriana in molte cose. Ho trovato in lei una amica, una socia, una complice a tutti gli effetti. Questa è una dedica che ti sto facendo Floria’. 😙 E’ molto difficile trovare una coetanea con cui discutere di miti, i sogni e aspirazioni. 

Floriana: Ma non solo! Parlare con una persona di Garinei & Giovannini, ma dove la trovi della nostra età? Oppure che dice allo stesso tempo: “Che bello Alleluja Brava Gente“.

Roberta: Insieme andavamo poi al Sistina alle 4 di pomeriggio a vedere Massimo Ranieri. Insomma io ho trovato una persona con cui condividere tutto. Chiaramente c’è qualcosa in cui non ci troviamo. Non condividiamo la mia ansia, perchè sono una ragazza abbastanza ansiosa….

Floriana: No, non se pò condivide l’ansia de Roberta….!! L’ansia di Roberta è patologica !! E’ come dire “condivido una malattia”, non puoi condividere una malattia. La puoi sopportare, la puoi gestire….

Roberta: Però devi apprezzare il fatto che lo sto dicendo, lo sto ammettendo. E questo è già un passo verso la guarigione. 😁

Floriana: Fortunatamente questa è una cosa che ci dà empatia, perchè se in una coppia entrambe le persone sono estremamente energiche/entusiaste e dicono “dai facciamo, dai andiamo, dai che fico”, si rischia di partire per la tangente senza avere dubbi. Invece funziona se una delle due parti è più frenata. Questa è una cosa che ho imparato grazie a Roberta. 

Roberta: Io sono sia energica che riflessiva. Insieme abbiamo capito che porci domande è intraprendere la giusta direzione. Floriana è LA SOLUZIONE A TUTTI I MIEI PROBLEMI.

Floriana: Invece Roberta è IL PROBLEMA A TUTTE LE MIE SOLUZIONI 😅 . Questo è il sunto del nostro rapporto, però ci vogliamo anche bene.

Da “L’Italia in Bianco e Nero” (2017).

Entrambe avete avuto esperienze lavorative al fianco di personaggi conosciuti. Cosa avete imparato?

Roberta: Io ho iniziato a fare teatro nel 2015. Ho seguito il laboratorio “Bonalaprima” di Marco Falaguasta, qui al Testaccio, il primo a livello professionale per me. Da qui, perfezionando alcune cose, ho capito seriamente che questa era la strada che volevo intraprendere. Poi sono passata al laboratorio di arti sceniche di uno straordinario artista come Massimiliano Bruno. Davvero una bella occasione! In questa “Isola Felice” ho conosciuto persone eccezionali, partendo in primis dal mio gruppo di lavoro e dagli insegnanti che ho avuto. Da Pietro De Silva a Luca Angeletti, e in ultimo Maurizio Lops, tutti grandi professionisti con cui mi sono rapportata cercando di prendere tutto, anche le piccole cose regalate durante la pausa caffè.

Floriana: Io invece ho iniziato a studiare teatro all’accademia Artès di Enrico Brignano a Pomezia. Era un corso propedeutico rivolto a tutti i bambini, avevo 16 anni. Anche a me quell’anno è servito per capire che volevo fare questo lavoro da grande. Successivamente sono venuta qui al Teatro Testaccio seguendo 2 anni il laboratorio di Marco Falaguasta, e poi ho iniziato con lui a lavorare come sua assistente. Per me Marco è stato il mio mentore, come dire….un “padre artistico”, ecco. Inoltre ho collaborato nell’aiuto regia con Tiziana Foschi in “Non si butta via niente” e Marco Fiorini in “Punto e a capo”. Ho conosciuto poi un sacco di attori all’interno dell’ambito come Benedetta Valanzano, Claudia Campagnola e molti altri. A livello formativo, gestendo da 4 anni questo teatro, ho avuto la possibilità di capire il funzionamento delle luci, delle tecniche, della scatola teatrale. A 20 anni fare queste esperienze mi rendo conto che è un grosso privilegio. Roberta ed io abbiamo poi collaborato con la Compagnia della Rosa, che ci ha dato la possibilità di sperimentare delle cose, come fosse una palestra. (L’Italia in Bianco e Nero n.d.r.)

Qualche settimana fa avete debuttato a Scicli (Ragusa) con “Risotto agli Scambi“. Lo riproporrete anche a Roma?

Roberta: Siamo proprio reduci infatti…abbiamo ancora i cannoli siciliani sopra lo stomaco. 😄 E’ stata un’esperienza bellissima perchè ci siamo confrontate con un pubblico totalmente nuovo, eravamo fuori casa a tutti gli effetti. Non c’erano amici e parenti a supportarci. Questo pubblico non ci conosceva ancora e aveva pagato i biglietto senza sapere cosa aspettarsi da noi. Eravamo li insieme a Giovanni Alfieri e Riccardo Cananiello con un testo curato da Sabrina Scansani. Questa simpatica commedia racconta la vicenda di 2 coppie che si rivedono dopo un’estate a cena, durante la quale emergeranno una serie di equivoci e non detti che cambieranno gli equilibri in generale.

Floriana: Per quanto mi riguarda, è stato bello scoprire come il pubblico siciliano sia completamente diverso da quello romano. Durante queste repliche mi sono accorta infatti che è più abituato alla commedia dialettale e alle sfumature della risata o la gag. Mentre quello romano forse vuole andare più in fondo alla ricerca della verità nella commedia.

Roberta: Non avevamo ancora citato lo scenografo, Peppe Spadaro. Noi siamo scesi in Sicilia con “il girevole” sul palco! Cioè, dopo il Sistina c’eravamo noi con il Piccolo Stabile di Scicli, diciamolo. Un girevole dove c’era la cucina e poi una sala. Il pubblico ha apprezzato molto questa tecnica scenica, una vera chicca dello spettacolo, che ci ha regalato molti applausi. Ringraziamo davvero Peppe con il suo gran lavoro, come tutti i ragazzi della troupe di Scicli. La Sicilia in generale ci ha accolto da Regine, da Prime Donne. Ne abbiamo ancora nostalgia e ritorneremo sicuramente.

Floriana: Probabilmente replicheremo “Risotto agli Scambi” a Roma, qui al Testaccio per il 9 e 10 Novembre 2018. Col girevole, non dimenticatevelo!

Una scena di “Risotto agli Scambi” insieme a Riccardo Cananiello e Giovanni Alfieri

Infine vi chiedo: qual è la soddisfazione più grande che vi volete togliere e il sogno che volete realizzare come attrici?

Floriana: Un sogno che mi farebbe dire un domani ai nipoti “Io l’ho fatto”, è quello di recitare al Sistina. Questo teatro per me è tanta roba a livello emotivo, proprio nel ricordo degli attori prima citati che lo hanno calcato. Un posto sacro. Una grande soddisfazione sarebbe quella poi di poter lavorare al fianco di attori che per me sono “piezz ‘e core”, tali Montesano, Proietti, Brignano. Vai Roberta,… e tu?

Roberta: Uffa…! Come ho ricordato prima, con Floriana siamo uguali quasi in tutto. Ci conosciamo bene e siamo molto compatibili anche per questo, e non escludo quello che ha detto. Io posso aggiungere, e sono sicura condivida anche Flo, che una soddisfazione che vorrei levarmi è quella di poter dire: “vivo di questo mestiere”. Anche con le cose più piccole, nel teatrino più polveroso di questa città o in quello abbandonato in periferia. Poter altresì regalare la gioia sia ai miei genitori nel vedere la propria figlia fare l’attrice, sia a tutte le persone che mi vogliono bene e mi hanno sempre sostenuto in questa strada un po’ tortuosa.

 © Riproduzione Riservata

Quando:

12-13 Giugno 2018, ore 21:00

Info e prenotazioni:

Quellechehannopersoilcorteo

TeatroTestaccio , tel: 065755482

Dove:

Via Romolo Gessi, 8, Roma

Prime Donne, la web serie intelligente, ironica, quanto mai reale

Prime Donne è la web-serie ideata dall’attrice Liliana Fiorelli, con la partecipazione attiva delle colleghe Adele Piras, Irene Splendorini e Gloria Radulescu. Attrici giovani, preparate, bellissime e già con molteplici esperienze in diversi campi che vanno dal teatro, al cinema, alle fiction tv. La prima stagione prevede 4 episodi, ciascuno legato ad un singolo personaggio femminile (dalle diverse sfumature) alle prese con un primo appuntamento. Donne impossibili, problematiche, con le quali non si vorrebbe mai uscire e che invece si incontrano e alla fine piacciono proprio perchè esistono. La produzione, che ha già in cantiere la seconda stagione, è affidata alla casa cinematografica romana Dispàrte, e viene distribuita dalla Premiere Film Italy. Curiosi, restiamo in attesa di notizie ufficiali sulla data di pubblicazione. Nel frattempo Prime Donne si è aggiudicata la finale dell’ International Online Web Fest nella categoria European Web Series, dove rappresenterà l’Italia in autunno. In bocca al lupo ragazze, anzi Prime Donne!

Da sinistra: Gloria Radulescu, Irene Splendorini, Liliana Fiorelli e Adele Piras, “Prime Donne” alla Festa del Cinema di Roma (foto Iorio)

Di seguito le interviste a Liliana, Adele, Irene e Gloria che ci raccontano la serie e descrivono i loro accattivanti personaggi.

Liliana Fiorelli: La mia Gioia? Una mistica pop

Liliana, sei l’ideatrice di Prime Donne. Ci puoi spiegare da cosa nasce questo progetto e come lo avete costruito?

Prime Donne è un progetto che ho sempre voluto vedere nel web come spettatrice. Un prodotto che abbiamo cercato di rendere qualitativo sotto tutti gli aspetti, con un cura cinematografica, un’attenzione antropologica alla costruzione dei personaggi col reparto trucco e costumi (Liliana Serra e Marta Romano), e una dedizione recitativa molto attenta. Volevamo fare un piccolo cambiamento dato dalla necessità di unire contenuti e approccio visivo. Attraverso la scelta del linguaggio, si è creato un testo che fosse privo di gender, senza rivolgerci al maschile né al femminile. E con la lingua italiana è difficilissimo trovare degli escamotage! Prime Donne racconta di primi appuntamenti che avvengono direttamente con lo spettatore, proprio per dare questo senso di realtà in un incontro virtuale. Anche se sembrerebbe un controsenso, la volontà è quella di  rappresentare il più possibile il contatto con lo spettatore. Grazie alla regia di Giacomo Spaconi, abbiamo voluto “umanizzare” la macchina da presa lavorando sui punti di riferimento come occhi, naso e bocca dell’interlocutore che stavamo guardando rispetto agli angoli dell’obiettivo. Non capita molto spesso di dover interagire con la telecamera come se fosse un essere umano! Ogni puntata della serie ricorda un’esibizione piuttosto che una necessità di un incontro o voglia di stare con un’altra persona. In alcuni momenti si frappongono dei flashback che tendono a raccontare la realtà rispetto alla finzione e svelare le intenzioni del personaggio. L’utilizzo della forma del monologo non permette allo spettatore di parlare, proprio perchè la prima donna, con tutta la voglia di esprimersi, di affermarsi, non gli darà mai ascolto. La sfida è quella di presentare dei primi appuntamenti che raccontino 5 minuti della vita di una persona che sicuramente abbiamo incontrato, prima o poi.

Liliana Fiorelli

Esistono similitudini con altre “prime donne” (le politiche Raggi, Meloni n.d.r.) che parodizzi su facebook nei divertentissimi video di “Maladonna?

E’ un mio interesse cercare di cogliere l’anima artistica, comica, umana (e quindi di debolezza) di personaggi femminili della sfera pubblica, apparentemente monolitici. Innanzitutto sono pochi, ed è difficile trovarli avvincenti. Una cosa che sento molto sono questi attacchi, strumentalizzazioni che vengono compiuti nei loro confronti, al di là del colore politico. Vorrei far riflettere sulla frustrazione di un personaggio immaginando come se potesse esprimere tutto il suo risentimento. Dico sempre che non sono delle parodie, ma delle vere e proprie impersonificazioni. Cerco di immergermi completamente nel personaggio di riferimento. Anche qui è avvincente fare un percorso trasformativo, che una volta acquisito posso replicare.

Parlaci della donna che interpreti nella serie.

La adoro ! Il mio personaggio si chiama Gioia e la puntata la Pop-olistica. Esattamente è un mix tra cultura pop e rinfusi concetti olistici, senso comune e spiritualità. L’obiettivo del suo primo appuntamento è quello di riuscire a convincere l’ editore alla produzione dei propri brani pop-spirituali. In pratica vuole unire il suo misticismo a qualcosa di terreno. Gioia vive di sensazioni, percezioni, e nel suo racconto confonde e seduce con presagi, coincidenze, casualità. Ella inoltre sostiene di aver ricevuto un messaggio spirituale dall’universo secondo il quale deve diventare famosa. La sua follia costringerà il povero editore ad ascoltare il suo brano… ovviamente orrendo.  🙂

Adele Piras nel ruolo della “A-Mantide”

Adele Piras

Adele, ti abbiamo già incontrato per DIRETTAmente in Scena, progetto sul teatro in streaming. Questo Prime Donne, invece, quali contenuti vuole affrontare? Perché scegliere proprio la comedy?

Non ci sono molti ruoli femminili in generale che abbiano uno spessore e che siano diversi dalla solita fidanzata, moglie di, amante. Spesso i prodotti di commedia sono silenti della figura femminile, utilizzata come compendio del personaggio maschile. Quante donne comiche conosci che non abbiano rinunciato alla loro femminilità per raggiungere l’obiettivo della comicità? Sono davvero poche. Noi siamo attrici belle e femminili, che parlano di donne, per le donne e per gli uomini. Vogliamo tornare ad avere ruoli in chiave comica, senza rinunciare o mettere sotto forma di clichè la nostra femminilità per far ridere. Ci siamo molto ispirate a Amy Schumer, che è una web commedian molto importante in America, ma anche alla tagliente ironia della Dandini o di Cinzia Leone. I contenuti di Prime Donne vogliono essere infatti intelligenti, autoironici, e superare stereotipi e volgarità. La comedy è proprio un’esigenza artistica molto forte e nobile che permette allo spettatore di identificarsi. Per questo abbiamo immaginato diversi personaggi al loro primo appuntamento, che è sempre un grande salto nel buio. C’è poi una riflessione sul mondo social relativa a “cosa può succedere adesso che ci incontriamo a tu per tu? “quanto fa paura conoscere uno sconosciuto dal vivo sperando ogni volta che sia quello giusto? Cosa vuol dire incontrarsi per davvero e avere un primo appuntamento?“. La generazione del nostro tempo si sta un po’ dimenticando delle “vecchie maniere“, perchè abbiamo modo di approcciarci come prima battuta magari proprio tramite social. Abbiamo già ben in mente il viso del nostro interlocutore in tante vesti diverse, sappiamo già i suoi gusti, gli amici in comune. Noi vorremmo tornare alle basi del primo appuntamento, per svelare un’umanità che poi è quella di Prime Donne, cioè personaggi abbastanza esuberanti, forti di personalità, che hanno tante paure ma non hanno vergogna di presentare le loro debolezze.

Il tuo personaggio quali peculiarità presenta?

La mia Rita è nella puntata la “A-Mantide“, ideata da un piccolo gioco di parole tra amante e mantide. Parte da questo impulso un pò distruttivo, scorretto, battagliero sugli uomini, ma poi si rivelerà una persona piena di simpatiche nevrosi. Interpreto una donna con un’energia piuttosto disturbata, cacofonica, che vive una sorta di fastidio perenne. Seduce, consuma e uccide nel mentre, è questa la metafora che rende bene l’idea. La puntata del mio personaggio, ad oggi, è stata resa visibile anche in occasione della Festa del Cinema di Roma, dove esordivo con la frase: “Perchè tu non fumi…? Meglio! Ecco, a causa mia voglio che inizi a fumare“. Come dire… se mi conosci hai una ragione in più per rovinarti la vita.  😛

Irene Splendorini nei panni della “stupenda.com”

Irene Splendorini

Irene, oltre che attrice, nella vita hai esperienza anche come social media manager. Non posso che chiedere a te quindi i canali comunicativi che avete scelto per portare avanti il vostro lavoro. Quale pubblico e aspettative volete raggiungere?

Abbiamo concluso una parte molto impegnativa del crowdfunding sulla piattaforma Eppela per la raccolta fondi, affiancandola ad eventi in locali di Roma. Qui facevamo serate di letture e intrattenimento per i nostri sostenitori che ci hanno poi offerto le loro donazioni. Successivamente ad aprile del 2017 abbiamo girato in studio le prime puntate utilizzando la tecnica del green screen. In parallelo, come tutte le buone strategie di inbound marketing, abbiamo fatto una call to action ai nostri followers attraverso la pagina ufficiale di Facebook DonnePrimeDonne e anche di Instagramm (primedonne_). Il nostro lavoro è stato affidato poi alla Premiere Film, casa di distribuzione per festival, che ha visto in esso delle potenzialità. Si è deciso così di effettuare inizialmente un iter festivaliero, esclusivamente dedicato alle web serie inedite. Prima o poi verrà pubblicato sul web e ovviamente anche su Youtube, che è comunque un palco di tutto rispetto. Noi speriamo che Prime Donne diventi una serie con molte puntate, e ci aspettiamo di allargare il cast con altri personaggi, anche maschili. Non è quindi una serie rivolta a sole donne ma a un pubblico molto più ampio, dai 18 ai 50 anni.

Tornando ai social, il  personaggio che interpreti si può dire molto legato a questo mondo, vero?

Assoutamente si! Il mio personaggio si chiama Cocò e la puntata Stupenda.com, quindi questo già dice tutto! E’ molto social-addicted, cosa che io vorrei essere davvero nella vita ma non ho il coraggio di diventare.  🙄 Il suo è il tipico atteggiamento delle fashion blogger, delle influencer, spavaldo e senza vergogna nel condividere e mostrare. Ama apparire, seguire i gattini, il countoring, il make-up. Questa vita fatta di iphone, telecamere professionali e foto dalle luci perfette, le fa dimenticare tutto il resto, come l’amore e il sesso. Le relazioni umane sono limitate e non si cerca un partner per la vita, ma quello che possa funzionare per i social: un uomo carino che abbia un seguito, un engagment. In fondo Cocò cerca di essere amata a tutti i costi, perché poi la vita vera è diversa da quella social, e conclude dicendo: “nella vita, a volte, un filtro non basta…”.

Gloria Radulescu in una “Indie” molto dipendente

Gloria Radulescu

Gloria, ci puoi descrivere il vostro incontro professionale? Come definiresti il rapporto con le tue colleghe, la regia, la produzione?

Liliana mi è stata presentata 2 anni fa da amicizie in comune ad una serata. In quell’occasione mi anticipò di questo progetto che era in cantiere già da diversi anni, fermatosi però per varie dinamiche e priorità su altri lavori. Dopo diverso tempo ha avuto la possibilità di conoscere meglio me, Adele e Irene, e le è tornata la voglia di riprenderlo e rimetterlo in moto. La nostra collaborazione è nata in modo molto semplice, con una chiacchierata in una sera d’estate. Ci siamo messe al tavolino con 4 fogli e una penna e abbiamo buttato giù tutte quelle che erano le nostre idee, scrivendo insieme dei monologhi a più mani. Reciprocamente ci siamo aiutate con i vari personaggi, non soffermandoci solo sul nostro. C’è stato proprio uno scambio di consigli, un lavoro collettivo, una coesione. Stessa cosa è avvenuta con i produttori di Dispàrte, Alessandro Amato e Luigi Chimienti. Abbiamo lavorato davvero in un bel clima.

Tra le varie fiction tv che hai fatto, ti mancava ancora questo ruolo femminile particolare che vai a inscenare qui?

E’ vero, hai detto bene. In realtà questa è la prima volta che interpreto un personaggio così complesso. Mi sono divertita tantissimo a misurarmi con un soggetto così lontano da come sono io e da altri personaggi che ho fatto in questi anni. Lei si chiama Fiorella, apparentemente timida, molto riservata, remissiva e poco avvezza all’apprendimento. Ha degli attacchi di rabbia, un rapporto conflittuale con la mamma e si ritrova per la maggior parte del tempo a vestirsi di nero come una Emo. Ama la sofferenza e lo stare chiusa in casa, quindi ha proprio l’ansia di un possibile contatto umano. Nella puntata, che non a caso si chiama Indie-sagio, in un incontro con un ipotetico interlocutore, Fiorella si ritroverà a dover rovesciare tutte quelle che sono le sue paure, fobie, ansie. Sarà una sorta di seduta psicologica più che un appuntamento, un vero e proprio momento di sfogo per lei, che finora non ha mai potuto manifestare. Durante il mio monologo si evince una sorta di controllo spietato della mamma nei confronti della figlia, come se gli avesse sempre imposto cosa sia giusto fare. Infatti ripete sempre: “me lo aveva detto mia mamma, me lo aveva detto…“. Sarebbe interessante, nel prosieguo della serie, vedere Fiorella in altri contesti, relazionarsi con altre persone, e liberasi finalmente da questo potere materno.

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Storia di incroci e d’anarchia, l’inarrestabile comicità di una paladina di giustizia

Il premio come miglior monologo dell’edizione 2018 dello Short lab è andato al divertentissimo ” Storia di incroci e d’anarchia “, di Veronica Milaneschi. La protagonista racconta ironicamente le sue disavventure stradali, convinta di essere spinta da un dettame divino che le avrebbe assegnato un compito di messaggera di giustizia. Ella infatti perde facilmente la testa quando è nel traffico ed incorre nella maleducazione e scorrettezza di alcuni automobilisti. Quasi assumendo sembianze bestiali e rabbiose (oltre una simpatica reincarnazione di una maghetta dei cartoni animati), si sfoga coloritamente e in maniera liberatoria con il malcapitato guidatore attraverso una prossemica capace di far ridere da pazzi il pubblico. Esilaranti davvero le sue battute sul mancato rispetto del codice stradale, dove paradossalmente ricorre a situazioni in cui è presente la frase “si lo so è illegale ma lascia fare“. La Milaneschi ha dimostrato anche una buona presenza scenica e un’energia coinvolgente che le è valsa i meritati applausi a scena aperta da parte della platea. Il lavoro di regia si è avvalso, sia dal punto di vista creativo che tecnico, dell’apporto prezioso di Patrizio Cigliano.

Il monologo ” Storia di incroci e d’anarchia ” ha superato di 2 soli voti “Sciaboletta”. Decisivo è stato il voto del pubblico del Cometa Off, vero e proprio ago della bilancia. La giuria, infatti, era letteralmente spaccata in due. Per la prossima stagione è previsto per questo testo un progetto molto grande, ancora in fase embrionale, per il quale si sceglierà il giusto canale comunicativo. Per rivedere la diretta streaming di ” Storia di incroci e d’anarchia ” (minuto 7:20) nella finale dello Short lab del 24 marzo cliccare qui. Di seguito le interviste a Veronica e Patrizio.

Storia di incroci e d’anarchia riceve il premio allo Short Lab 2018, Ph Chiara Calabrò

Intervista a Veronica Milaneschi

Complimenti per la vittoria e per l’interpretazione. Te l’aspettavi di vincere? Quali emozioni hai provato?

Grazie ! Non credo mai di poter primeggiare. Non che mi sentissi meno degli altri, ma perchè pensavo ci fossero molti monologhi più belli e divertenti. Il mio era un pezzo marcatamente comico che non tocca temi profondi come una storia sull’immigrazione o sulla Shoah. In questo caso sono rimasta molto stupita dopo la prima andata in scena, perchè ho sentito una risposta calorosissima del pubblico. Ed essendo la prima cosa scritta da me come autrice è stata davvero incredibile ! La platea ha reagito più di come mi aspettassi ! Questo è stato clamoroso e mi ha dato la spinta ad andare avanti in una rassegna che comprendeva una settantina di monologhi di tutti i generi. Ma da qui a trionfare non me lo aspettavo proprio ! Forse quello che mi ha fatto vincere, a parte la regia di Patrizio che ha fatto una roba deliziosa sul mio pezzo e la mia tecnica attoriale, è stato il fatto che la gente che ha assistito alla storia abbia vissuto una catarsi. Tutti uscivano dal teatro come se avessero fatto una seduta di psicanalisi sulla rabbia. Il pubblico ha apprezzato la possibilità di sfogarsi sulle proprie paturnie quotidiane.

Visto che sei anche l’autrice di Storia di incroci e d’anarchia, da che spunti nasce questo monologo?

Io penso che un autore debba partire da qualcosa di molto sincero e vicino a sé. Poi ovviamente va teatralizzato e architettato per la scena. Però il fondamento da cui si parte deve essere un qualcosa che si prova e si sente molto forte. Questo testo nasce dalla visione negativa propria delle mie origini siciliane. Dalla Sicilia prendo tutto il mio pessimismo e tragedia interiore, anche se sembro una persona molto solare. I miei riferimenti, dovuti ai miei studi classici, attingono alla tragedia greca. Questo personaggio, imbevuto nella romanità, prende spunto infatti dalle Erinni, dalla Dea della Follia dell’Eracle di Sofocle. Alcune battute vanno da “non posso punì tutti gli automobilisti che me fanno arrabbià” a “non li posso evirà, non je posso cecà l’occhi“. Per il titolo mi sono ispirata ad uno dei lavori in cui fui presa agli inizi degli anni 2000: “Storia d’amore e d’anarchia”. La regia era di Lina Wertmuller, la mia prima grande insegnante, e questa esperienza a cui sono legatissima è rimasta molto impressa nel mio cuore. E per il mio primo testo volevo renderle un omaggio doveroso. Come interprete sono stata molto contenta di sentire alcune persone che mi hanno detto di ricordargli una Cinzia Leone del periodo della “Tv delle ragazze“. Effettivamente quelle erano cose con cui mi divertivo tantissimo, ero molto piccola ma già le capivo. Non volevo andare al letto prima di aver visto “Avanzi“…

….se fossi vissuta nel 5 secolo sarei stata amata, glorificata, oltre ad essere una fonte di ispirazione dei più grandi tragediografi. Come la Nike di Samotracia… tiè, Eskilo… tiè, senti come sona…(dal monologo)

Questo testo cosa vuole trasmettere veramente al pubblico?

Non inizio a scrivere un testo pensando a quello che voglio far capire al pubblico, ma cosa mi preme raccontare, cosa mi interessa, e poi di conseguenza spero appassioni anche al pubblico. Quello che ho visto scrivendo era la possibilità di sfogarsi e vedere l’interiorità di una persona e le proprie problematiche reali attraverso la gestione della rabbia. Spero di essere riuscita a raccontare questo in una maniera leggera, senza inserire uno stacco dove comparisse una morale, che a volte può abbattere un pezzo comico. Direi che quello che è arrivato agli spettatori non era un vero e proprio messaggio, ma la possibilità di rivedersi, di poterne parlare anche loro ad alta voce. Più l’attore si pone in maniera schietta e aperta verso il pubblico, più quest’ultimo si riconosce in alcuni aspetti “terribili o mostruosi“.  Secondo me è positivo per le persone che si tengono dentro delle cose fino a scoppiare. Mi sono resa conto mentre recitavo che partivano i dibattiti. Sentivo persone che dicevano “ah si anche a me è capitato quella volta…”, non perchè non fosse interessante quel che dicevo, ma perché  avevo fatto scattare qualcosa di sincero in loro. Una sorta di confronto sulla quotidianità che vediamo tutti insomma. Anche senza patente !

Senti di avere delle cose comuni o aspetti caratteriali simili con il personaggio che hai interpretato ?

Sinceramente ci sono delle corde che io conosco, a cui poi ho aggiunto la tecnica attoriale. Sono delle corde personali e vere purtroppo. Infatti adesso io sono in macchina al telefono ma non sto guidando. Non si vede la mia faccia che ogni tanto fa: “No, e levati, ma guarda quello..”, e vorrei mandare a quel paese tutti diciamo. Ho dovuto ridurre tantissimo questa versione perchè avevo aneddoti a volontà. Non è che nel traffico io mando a quel paese semplicemente, ma conio delle frasi di senso compiuto con tutta una serie di appellativi particolari che non mi sembra il caso di citare qui…. 😛 Mi viene una grande fantasia e creatività in mezzo al traffico. E’ stata una scrittura abbastanza veloce, rivista del regista, ma diciamo che avevo buttato giù tante tante pagine di sequele di insulti creativi, Ahahah. 😆

Posso definirti artista poliedrica? Perché oltre a essere interprete dalle tante sfaccettature, hai spaziato nel doppiaggio, cinema e televisione. Poi sei anche attiva nelle associazioni culturali.

Si, io mi sdoppio e mi triplico. Non sono solo un’attrice, perchè mi è capitato molte volte di lavorare in sala doppiaggio, nel cinema e nelle fiction tv. Dal 2008 sono membro dell’associazione culturale Aut-Out, insieme alle colleghe Giada Prandi e Francesca Blancato. Con loro abbiamo realizzato tantissime iniziative e spettacoli negli anni, come ad esempio un festival di teatro a Montisi in provincia di Siena. Poi ho anche un’altra grande passione che è la Clownterapia. Faccio parte di un’associazione (MagicaBurla Onlus) dove siamo dei clown dottori professionisti. Lavoriamo nelle pediatrie di alcuni ospedali romani, soprattutto nei reparti di oncoematologia del Bambin Gesù. Sono molto legata a questa parte di me che si dedica a tutt’altro. Qui a contatto con i bimbi dedico la mia dolcezza, creatività e la magia di trasformare tutto.

Intervista al regista Patrizio Cigliano

Quale è stata, secondo te, la chiave del successo di  “Storia di incroci e d’anarchia”, che ha letteralmente conquistato pubblico e giuria? Su cosa avete voluto puntare?

Sicuramente è un monologo brillante, molto comico e leggero. In questi casi, oltre al pezzo di base che ha indubbi punti di forza, tutto dipende dall’attore e dalla regia. Ogni cosa, anche buona, non funziona se letta male. Veronica è un’attrice ottima, la conosco benissimo avendoci lavorato diverse volte. C’è una fiducia reciproca tra noi. Il testo ben scritto ed orchestrato ovviamente ha il suo carico di regia che ha il fine di valorizzarlo. La regia che ho pensato io si può dire quasi cinematografica perchè ha dei cambi di situazioni velocissimi e tanti effetti sonori. Cosa importante è che esca fuori l’attore, il testo, e ci sia una regia riconoscibile che non resti anonima. Questo monologo presenta 10 minuti senza respiro, neanche un secondo di pausa. Il principio è stato: “in platea devono ridere poco e tutto insieme in punti precisi“. Se avessimo fatto ridere troppe volte e durante, rischiavamo di rallentare il monologo. D’altra parte il pubblico, quando lo fai caricare, va benissimo, soprattutto sulle cose comiche.

Quali sono gli aspetti su cui hai lavorato sia dal punto di vista creativo che dell’apporto tecnico?

Io sono un regista che è figlio dei propri tempi, ovvero quelli del cinema, della tv e dell’immagine. La mia formazione è chiaramente teatrale, ma ho avuto frequentazioni di tipo televisivo che cinematografico. Questo comporta per esempio l’utilizzo del suono. A teatro normalmente la sonorità è di sottofondo, un ornamento. In tutte quante le mie regie il suono è un altro personaggio, una parte importantissima dello spettacolo. Nel monologo di Veronica c’erano effetti polistrutturali, un grande crescendo nei momenti in cui si arrabbia, oltre ad esserci la luce rossa che la rendeva “bestiale”. Per fare un breve suono composto da 8 effetti ho lavorato un’ora e mezzo al computer. Si cominciava con dei leggeri rombi, poi subentravano via via rumori di terremoto, un crollo, dei maiali, di una tigre e di un’esplosione. Questo è per me fare regia, quando serve. Poi c’è anche lo spettacolo in cui bastano solo delle candele e non si ha bisogno di musica. In questo caso, trattandosi di spettacolo comico e della durata di 10 minuti si doveva necessariamente dare un segnale forte e di impatto.

Hai affermato che ti ha divertito lavorare molto alla regia di questo monologo e che dirigere attori bravi fa la differenza. Veronica Milaneschi peraltro è una tua collaboratrice storica.

Assolutamente si ! Un regista ha bisogno di avere dall’altra parte una disponibilità attoriale molto ampia, perchè la libertà del regista si amplifica con il talento dell’attore. Si potenziano a vicenda. Più il regista è bravo, più l’attore si lascia andare, e questo ne aumenta la creatività dello spettacolo. Quindi diventa una nota esponenziale che rende fare regia un mestiere meraviglioso. Ci sono moltissimi attori che non sono neanche in grado di capire che cosa vuol dire “recitazione in maggiore“, “recitazione in minore“, controtempo o ritmo. Quando devi lavorare con attori del genere sei costretto a fare il lavoro più basso possibile e dire “Dilla giusta e arrivederci…“. E questo comporta la moltitudine di spettacoli piatti che si vedono oggi nei nostri teatri. Il teatro è un mestiere per le eccellenze, non per la “media manovalanza”. Veronica è un’attrice giovane ma con una grande esperienza. Io l’ho incontrata la prima volta nel 1999 in uno spettacolo di Arturo Brachetti, “Sogno di una notte di mezza estate“. Facevamo i due innamorati, lei era Ernia e io Lisandro. Ricordo che era il suo primo spettacolo, ovviamente giovanissima, ma già generosa e talentuosa. In questi anni ha potuto approfondire ulteriormente, anche grazie all’incontro con registi importanti. E’ una persona seria che sa quello che vuole fare, ed è questa la differenza! Fare veramente bene un personaggio non è da tutti. Veronica è un’attrice con una fisicità molto particolare: piccola, spigolosa, minuta, ma con una voce potentissima e con una versatilità rara. Lei poi mi conosce perfettamente e sapeva qual è il mio livello di richiesta quando mi ha chiamato per questo lavoro.

Allo short lab hai seguito la regia anche di Cantigola, monologo di Roxy Colace, che però non è andato avanti.

Cantigola” è stata commissionata dalla mia amica Rossana Colace, anche lei attrice molto molto brava, proveniente dal musical e da situazioni di performance. E’ quindi anche cantante e ballerina, e questa è stata la prima volta che si misurava con un monologo drammatico. Ha scritto un pezzo bellissimo, totalmente diverso da quello di Veronica, e su questo il lavoro di regia è stato ancor più strutturato. Giusto per fare un esempio in Storia di incroci e d’anarchia c’erano solo 7 tracce audio, mentre in quello di Rossana 18, sempre in dieci minuti. Questo spettacolo richiedeva più metafore, segnali, ed è nato originariamente da un monologo di un’ora. Forse doveva assolutamente arrivare in finale perchè il testo era fortissimo e Roxy è stata straordinaria. Comunque diventerà uno spettacolo indipendente per la prossima stagione qui a Roma. Quello di Veronica invece farà parte di un mio progetto molto grande, ma ne darò notizia ufficiale tra un mesetto.

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Elisabetta Mandalari: vi presento la mia Fernanda del Conte Tacchia

Elisabetta Mandalari in questi giorni è impegnata al Sistina di Roma con la commedia teatrale “Il Conte Tacchia” (qui la recensione), di e con il grande Enrico Montesano. Attrice di formazione classica ha, da sempre, la passione per la musica e il ballo. Professionista seria, preparata, espressiva e geniale, come si evince da alcuni suoi video su youtube. A suo completamento artistico, una potenza vocale notevole, ben evidenziata nei duetti canori svoltisi durante lo spettacolo, tutti rigorosamente in dialetto romano. Meritevole la sua interpretazione del personaggio di Fernanda accanto agli altri bravissimi attori che hanno dato vita ad un Conte Tacchia coinvolgente, divertentissimo ed emozionante. Abbiamo raggiunto telefonicamente la simpatica Elisabetta, che ci racconta il suo personaggio, le curiosità e la propria carriera. Noi le auguriamo di raggiungere livelli sempre più alti! 👍

Elisabetta Mandalari sul palco del Sistina

Montesano, Fernanda e lo spettacolo

In questa commedia musicale tu sei Fernanda, il vero amore di Checco, il Conte Tacchia. Immagino che per te essere co-protagonista di questo spettacolo si sia rivelato davvero un grande traguardo. Come la stai vivendo questa esperienza?

Hai ragione, e’ un grande traguardo ! Ma è anche vero che non si arriva mai secondo me. Credo che il compito di un attore sia quello di cercare di dare il meglio in ogni occasione. Penso che sia un lavoro di squadra questo, dove tutti si concentrano su un unico obiettivo. E lo spettacolo funziona solo se tutte quante le sinergie vanno nella stessa direzione. Io sono molto onorata di essere per la prima volta su un palco come il Sistina. Ogni teatro, almeno nel mio modo di pensare, merita il suo doveroso rispetto, essendo un luogo sacro. Bisogna regalargli tutto quello che si ha, sia in prova che nelle repliche. Spero ogni giorno di svolgere un buon lavoro e di farlo sempre meglio. Difficilmente si vedono storie dal sapore antico come questa commedia che sanno uscire in maniera preponderante da tutti i pori del palcoscenico. Questo è uno spettacolo che mi impegna molto soprattutto a livello di concentrazione. Quando sei titolare di un ruolo la responsabilità del personaggio è tua !  Tutta quanta la giornata, anche prima di andare a teatro, é in funzione della replica da preparare. Il resto passa in secondo piano. 

Che ci dici di Enrico Montesano? Che effetto fa stare al fianco di un “super” come lui?

Ogni sera rimango a bocca aperta quando me lo guardo dalle quinte. Enrico è unico, inimitabile!! Per esempio ci sono delle battute che amo molto e che mi hanno fatto notare la complessità e la ricchezza di questo uomo. Ha veramente fatto la storia della commedia italiana, e ancora continua ad essere presente in prima linea. Facendo un’operazione interpretativa, di regia e scrittura notevole come il Conte Tacchia dimostra un grande coraggio e soprattutto un amore infinito nei confronti di questo mestiere. Ci mette tutto se stesso, con tutta la forza che ha. Quando siamo in scena insieme, vedo brillare i suoi occhi. Questa è una cosa incredibile, infatti c’è molto da imparare da lui.

Come ti ha accolto la compagnia? (che poi in gran parte è la stessa che ha realizzato il Marchese del Grillo)

Mi sento molto fortunata, perché questa compagnia è una grande famiglia fatta di persone squisite. Esiste un grandissimo rispetto in ogni comparto e personalmente mi sono trovata benissimo con tutti. Non è facile accogliere una protagonista, invece loro lo hanno fatto veramente in un modo eccezionale, estremamente naturale, senza pretese. Sono davvero molto contenta, sento proprio la gioia di andare a teatro e passare del tempo insieme ai miei colleghi. Poi non conoscevo nessuno, tutti erano nuovi per me. Poteva essere un timore questo. Al contrario, è stato uno stimolo per conoscere persone con la possibilità di ascoltare le loro esperienze e contaminarci a vicenda.

Quanto c’è in te di Fernanda? Senti di avere qualche tratto comune al personaggio, a parte la romanità?

Sono molto fiera di essere di Roma. Peraltro ai tempi dell’Accademia ero l’unica della città. Ogni sera che vado in scena penso a mia nonna, che non c’è più da tanti anni. Lei era romana di vicolo dell’ Arcaccio, una traversa di via Giulia. Aveva una sorella che si chiamava proprio Fernanda! Mia nonna credeva tantissimo in questo mio percorso, anzi fu proprio lei, nel 2005, a parlarmi di scelte che avrei dovuto fare rispetto ad altre. Di mio c’è tutto il ricordo che ho della sua dolcezza, ma anche della forte tempra. Non faceva trasparire i sentimenti ma sapeva essere comunque materna. Una donna estremamente sincera e terribilmente ingenua. La Fernanda che vado a interpretare ha questi tratti tipicamente romani, con un’ironia che la contraddistingue. Nella scrittura innovativa che hanno compiuto Enrico Montesano e Gianni Clementi, la storia d’amore tra Checco e Fernanda inizia, si interrompe e continua 30 anni dopo. Questa donna cresce i figli da sola, aspettando che prima o poi il suo uomo ritorni. Nell’arco narrativo dello spettacolo, mi immedesimo nella stessa sua attesa, che si conclude con il ritrovamento tra i due. Il culmine dell’emozione che si rinnova ogni volta sul palco! È bellissimo scoprirsi in un personaggio che pensavi non potesse esistere.

Ho molto apprezzato la tua vocalità durante i duetti con Montesano in dialetto romanesco. (bellissima “Aò, ma che sarà” n.d.r.). 

Ti ringrazio ! Di duetti ne facciamo 4 con Enrico: da “Terra Promessa” a “Basta che sto co’ te“, fino a “Nun ce posso crede” di chiusura spettacolo. “Aò, ma che sarà“, che conclude il primo atto, è la mia preferita, perché sembra una canzone della Disney, che ti entra in testa e non esce più. Poi é un momento magico, molto romantico, con gli angeli che si animano. Qui Enrico è stato insuperabile 😍! Comunque trovo tutte strepitose le musiche del maestro Maurizio Abeni. Un lavoro eccezionale che ha restituito sonorità tipicamente romane.

Parafrasando una strofa della canzone del conte “perche li doni della modernità, oggi noi tutti li stamo a sconta’ qua“, secondo te la virtualità odierna (parlo di whatsapp e social) sta minando i rapporti face-to-face con le persone? Forse all’epoca non si era freddi e calcolatori, l’amore si viveva diversamente, con meno distacco, e non con cuoricini e like….

In merito allo spettacolo, posso risponderti facendoti riflettere su un elemento scenografico principale: la piazza. Sia nella commedia che nel film era il luogo di ritrovo per i popolani. È in piazza che Fernanda e Checco vivono la storia. È sempre qui che il padre Alvaro richiama il figlio dicendogli di andare a lavorare. La piazza era l’appuntamento. Ecco, questa è una cosa che a me manca molto oggi. Certo, questo dipende dal quartiere in cui si vive e da come si è abituati a svolgere la propria vita. I tempi attuali sono veloci, e non permettono di soffermarsi a fare un incontro o uno scontro. Io benedico la piazza. Ho origini di Amatrice, e durante tutta la mia infanzia incontravo i miei amici, i parenti, le persone con cui sono cresciuta. Però ci si vedeva li, ci si parlava diretti, nonostante il telefonino. Questo a Roma forse si può ancora vivere a Trastevere, Testaccio, Garbatella, Rione Monti. In altri purtroppo non esiste praticamente più…

Elisabetta Mandalari e l’amore per il teatro

L’arte è passione e cuore. Quando hai capito che volevi diventare veramente attrice e dedicarti al teatro?

La consapevolezza é nata piano piano. I miei genitori mi hanno sempre stimolato e consigliato, fornendomi delle opportunità come ad esempio lo studio del pianoforte e della danza sin da piccolina. Musica e ballo sono sempre state grandi accompagnatrici della mia vita. Durante il liceo ho scoperto un corso di teatro, grazie a insegnanti molto validi, e da lì è nata la scintilla. Terminati gli studi e dopo varie esperienze, mi sono arresa al mio istinto. A 21 anni feci domanda all’Accademia Nazionale D’arte Drammatica Silvio D’Amico ed entrai “alla prima botta”, un po’ per fortuna (eravamo tanti) e un po’ perché ce l’avevo dentro. Porterò sempre nel cuore quei 3 anni meravigliosi nella mia “Mamma Accademia”. La consiglio ad ogni ragazzo che abbia intenzione di formarsi e capire le proprie peculiarità, per poi intraprendere il mestiere di attore in maniera seria. Devo davvero molto alla Silvio D’Amico, perchè grazie a lei ho avuto l’onore di conoscere il maestro Luca Ronconi, con il quale ho lavorato in “6 personaggi in cerca d’autore“. Un altro fondamentale incontro artistico con Valerio Binasco, a cui tengo particolarmente, mi ha portato a collaborare con la Popular Shakespeare Kompany da lui diretta.

Da sinistra, Elisabetta Mandalari ed Emilio Solfrizzi in “Sarto per Signora”, a destra in “Il Borghese gentiluomo”.

Hai avuto modo di lavorare con Emilio Solfrizzi, Silvio Orlando, Corrado Tedeschi e molti altri. Conservi ricordi a cui tieni in particolare?

La parola fortuna ritorna, perché da quando ho finito gli studi non ho mai smesso di lavorare. Credo che molto del nostro destino ce lo creiamo da soli, però sono anche le coincidenze che ti mettono a volte sulla strada delle occasioni. Comunque sono tutti bei ricordi. Da “Vite private” con Corrado Tedeschi, alla “mia” Porzia nel Mercante di Venezia insieme a Silvio Orlando, un attore fantastico e uomo straordinario. Emilio Solfrizzi è una persona speciale con cui ho condiviso il palco per molto tempo. Con lui ho fatto ben 2 commedie: “Sarto per signora” e “Il Borghese gentiluomo“. Sono grata di queste opportunità, altrimenti non avrei potuto lavorare con le persone che per me sono risultate importanti. 

Sei una dei soci fondatori della Compagnia Teatrale Bluteatro. Parlacene un po’.

La Blu (www.bluteatro.it) è la mia amata compagnia nella quale ci sono alcuni dei miei compagni di classe accademica. Con un saggio fortunato diretto da Luca Bargagna, “La Bottega del caffè” di Goldoni, abbiamo partecipato e vinto un concorso di giovani talenti al teatro Vittoria. Siamo andati persino a Mosca a fare questo spettacolo! Subito dopo, intorno al 2012, ci siamo costituiti come compagnia. Ci occupiamo di spettacoli di prosa, drammaturgie contemporanee e didattica per i giovani con corsi estivi. Abbiamo anche vinto dal Ministero il FUS (Fondo unico per lo spettacolo), che ci ha permesso di effettuare nuove produzioni. Uno, “Donne d’acqua dolce“, è scritto, diretto e interpretato da me e la mia compagna Viviana Altieri. Spettacolo molto frizzante tutto al femminile, che ci diverte portare in scena già da un po’ di anni. Ora abbiamo in programmazione uno spettacolo al Giovanni di Udine da fare a maggio, “Verso Occidente l’ Impero dirige il suo corso” , tratto dal romanzo di David Foster Wallace.

So che sei stata docente di movimento e recitazione e ti dedichi molto alle giovani promesse. Prof.ssa Mandalari, cosa consiglia sempre a chi deve apprendere?

Insegnare mi piace molto, ma non mi definirei una docente con la D maiuscola. Più che altro sono una sorella maggiore, perché molto spesso i ragazzi sono vicini a me come eta’. Ho attivo un progetto di insegnamento teatrale dedicato ai bambini di scuola primaria, il Bruco Teatro. Pongo tantissima fiducia nelle nuove generazioni che entreranno nelle scuole teatrali e saranno poi i nuovi attori. Quello che possiamo tramandare, sia io che la mia compagnia, sono le nostre esperienze, il nostro background per la preparazione ai provini. La mia materia è un mix di movimento, regia e recitazione che ancora non riesco a definire. È semplicemente “lezione con Elisabetta” 😊.

Progetti per il futuro? Hai mai pensato di realizzare dei brani propriamente tuoi e fare esperienze anche come cantante? Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? 

Con mio padre ho uno spazio artistico polifunzionale sulla Salaria, il Mamo Center. Qui si fanno incisioni, prove di registrazioni, allestimenti teatrali, eventi privati. In realtà il mio socio mi dice sempre: “Betta, perché non vieni a fare delle canzoni appena hai un attimo di tempo?”. Ma Betta il tempo non c’è l’ha, è questo il problema😂. Per fare un progetto musicale occorre dedizione e continuità. Però esiste da qualche parte un sogno per questo. Ho molto rispetto per la musica, avendola studiata molti anni, e ritengo che questa attività non sia da prendere sottogamba. Dal momento in cui avrò tempo e forza per dedicarmi a scrivere, incidere brani o riprendere gli strumenti, lo farò solo nel modo giusto. Posso dire che sono molto affascinata dalla regia, con cui è capitato di approcciarmi. Di questa forma artistica mi sorprende la piacevolezza del compito e le soddisfazioni che comporta. Poi le cose cambiano continuamente, per scaramanzia non dico nulla. Vedremo cosa potrà accadere da qui in avanti.

Ringraziamo Elisabetta Mandalari per la concessione del materiale fotografico

© Riproduzione Riservata

Silvia Siravo: “noi donne fragili ma forti”

Silvia Siravo è protagonista in queste settimane a teatro con “Vestire gli ignudi” (qui la recensione) nel ruolo di Ersilia. Un personaggio ben riuscito alla bella e brava attrice marchigiana con la sua capace espressività emotiva. Figlia d’arte, ha avuto numerose esperienze teatrali alternandosi tra rappresentazioni classiche e moderne, impegnate e divertenti. Abbiamo intervistato telefonicamente Silvia che ci racconta i personali punti di vista sullo spettacolo in programmazione e alcune curiosità della sua carriera.

La Siravo nel ruolo di Ersilia Drei

Secondo te, il personaggio di Ersilia Drei al giorno d’oggi avrebbe assunto un comportamento differente e una reazione meno drastica?

S. Ersilia era un’istitutrice, una governante di una casa, era dato per scontato che dovesse subire le avances, le vessazioni del padrone di casa. La posizione della donna era ancora più difficoltosa all’epoca. Oggi avrebbe un pochino di più la forza per reagire, la possibilità di difendere lo spazio, sia lavorativo, sociale, che psicologico rispetto chiaramente agli anni ’20. Non è facile, purtroppo, perchè le dipendenze economiche, affettive esistono ancora adesso nei confronti degli uomini. Si fatica sempre un pò a capire quale sia il proprio scopo nella vita senza dipendere da altro. Forse ci si riconosce in questo testo proprio nell’incapacità di trovare un’identità. Riflettevo sul fatto dell’aggressività della donna di difendere la propria vita (in senso positivo) che è sempre stata molto compressa.

Quale pensi sia il messaggio più forte, tra i tanti, che in questa rappresentazione Pirandello voleva trasmettere?

S. Non finiamo mai di scoprire e attraversare le sue numerose sfaccettature. E’ uno stupore continuo anche per chi lavora su questi testi, perchè si capisce quanto vada a scavare nei meandri della mente. Questo è un testo molto particolare rispetto agli altri, per via del discorso della comunicazione, dell’uso mediatico. Ersilia fa una dichiarazione al giornale che scardina tutto un assetto sociale. Questa è una cosa che anticipa moltissimo i tempi, ovvero la potenza incontrollata della stampa, che si rivolta contro. Nel testo è una chiave molto importante, oltre ai discorsi classici di “come appariamo”, di “come ci vedono gli altri” e l’impossibilità di essere creduti. I drammi di Pirandello eseguono uno “scavo psicologico”  del personaggio e mettono in rilievo la “scarnificazione” dei rapporti umani. Ciò determina l’isolamento, incomunicabilità e il desiderio di rivestire la metaforica nudità. 

Hai collaborato a un progetto su un libro fotografico dedicato alle donne, che è  in particolar modo legato a “Vestire gli ignudi”. Ce ne puoi parlare?

S. Il progetto a cui partecipo si chiama proprio “La voce delle donne”. L’idea è  quella di aiutare ogni donna che subisce violenze di genere a parlare, confidarsi, per uscire da situazioni sacrificate. In questo libro, io e altre 20 donne (di professioni diverse) abbiamo prestato la nostra immagine con delle foto che ci ha fatto Sergio Battista, curatore di tutto il progetto. Sergio ci ha dato la possibilità di scrivere liberamente un pensiero su questo argomento, e ognuno di noi poteva scegliere la forma che preferiva, da riflessioni in generale a esperienze personali. Non in quanto “vittime” ma come donne, che vogliono raccontare. Io ad esempio ho scritto una piccola poesia. Questo ci ha dato anche l’opportunità di fare dei reading nelle scuole (insieme alle attrici Arianna Ninchi e Ottavia Orticello), che ha stimolato molte riflessioni. É importante che il dibattito rimanga sempre aperto, e che le donne denuncino gli abusi di potere.

Il progetto “La voce delle donne”, libro fotografico di Sergio Battista, a destra la poesia di Silvia Siravo

A proposito di esposizioni, segui l’arte figurativa? I tuoi artisti preferiti?

S. Amo molto le mostre, perchè trovo che un attore debba trovare gli stimoli da altre parti per affrontare un testo, un personaggio. Proprio da poco ho assistito a “Enjoy“, al Chiostro del Bramante, una mostra davvero divertente e appassionante, dove si può interagire con le varie strutture. Parlando di donne, mi viene in mente quella meravigliosa del pittore Simone Boldini, dove mi è piaciuto il suo modo di raccontare la femminilità. Adoro anche Edward Hopper, con la sua solitudine dell’animo che riesce a evocare.

Ti piace anche disegnare?

S. Non è una cosa che faccio spesso, però ultimamente mi sono messa per scherzo a fare i disegni con i pastelli. Ho uno stile un pò da vignettista, e in qualche modo mi escono fuori dei strani mostri con le lingue di fuori. Mi diverte farlo, e quando provo uno spettacolo, a volte realizzo delle caricature dei personaggi o i loro abiti di scena. E’ un bello sfogo per me.

Alcuni simpatici disegni di Silvia per la rappresentazione di “Vestire gli ignudi”

Una tua esperienza professionale indimenticabile?

S. Poco tempo fa ho partecipato a un bel progetto su Caporetto, organizzato dall’esercito all’Auditorium. È stato molto emozionante perché leggevo le lettere dei soldati, dei loro familiari. Un’esperienza molto forte e toccante!

Gran parte della tua carriera l’hai rivolta al teatro classico. Quali sono stati i lavori che ricordi piacevolmente?

S. Mi è piaciuto molto fare “La dodicesima notte” di Shakespeare, con il compianto attore e regista Luca De Filippo. Uno spettacolo che ricordo con gioia perché debuttai in un ruolo molto divertente, quello di Viola. Un’esperienza particolare, al di là dei ruoli e degli spettacoli, è stata quella con il grande maestro Peter Stein. Il suo laboratorio, focalizzato su Harold Pinter ci ha permesso di lavorare tante ore al giorno, per un mese, sulle scene di questo drammaturgo. Da questo è derivato un piccolo spettacolo finale, “Lavorando su Pinter”, composto da una serie di atti unici, e andato in scena al teatro Vascello. Poi mi viene in mente un periodo curioso della mia carriera, in cui ho fatto 2 Re Lear diversi! Il pomeriggio facevo le prove di Goneril, la figlia cattiva del re, mentre la sera recitavo al teatro Globe, interpretando Cordelia la figlia buona. 

Da sinistra, Silvia Siravo interpreta Viola in “La dodicesima notte”; nei due “Re Lear” è Cordelia con Mariano Rigillo (al centro) e Goneril con Giuseppe Pambieri.

Però hai partecipato anche a spettacoli di teatro molto esilaranti.

S. Si, sempre per quanto riguarda l’approfondimento della tematica femminile. Ho fatto due spettacoli molto spiritosi e divertenti con altre attrici: “Tacchi misti”, di Gloria Calderòn Kellet e “Moms, il primo varietà sulla maternità”. Qui abbiamo affrontato in maniera ironica i cliché femminili, con ruoli diversi, però  facendo anche riflettere. Tra classico e divertente anche “Il Vantone”, un’opera plautina che è andata molto bene. Recitavo insieme a Ninetto Davoli e mio padre Edoardo Siravo. Quando senti gli spettatori ridere é fantastico insomma, hai l’immediato riscontro del piacere del pubblico, che è un bel regalo per noi attori!

Dove ti vedremo prossimamente?

S. Prossimamente (27 febbraio – 11 marzo n.d.r.) lavorerò nella “Signora delle Camelie” con una produzione del teatro Quirino. Qui dovrò addirittura suonare la fisarmonica, semmai ci riuscirò… A fine mese inizieremo le prove. Questa estate abbiamo fatto uno spettacolo che si chiamava “La cena delle belve”, con la regia di Virginia Acqua e Julien Sibre. É un testo che dovremmo riprendere più avanti, nella stagione seguente.

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Pamela Lacerenza: vivo per lei, la musica !

Una voce potentissima, un talento innato, un carisma da showgirl come poche. Questo è Pamela Lacerenza, che con il suo carattere deciso, ha da sempre dimostrato e voluto fortemente vivere per la musica. Dopo essersi perfezionata nel canto, ha cominciato ad affacciarsi nel mondo dello spettacolo attraverso i talent, e successivamente in importanti teatri con il cabaret. Totalmente a suo agio in molte categorie musicali, riesce ad abbracciare epoche e generazioni differenti. La sua simpatia coinvolgente poi si esprime ai massimi livelli nella cartoon cover band di cui è voce leader. Insomma, una grande artista che merita il giusto spazio per le emozioni che sa trasmettere. Pamela sarà il 26 maggio al Salone Margherita con il fascino retrò del Burlesque Cafe’, mentre per il 1 Giugno appuntamento al Locanda Blues con la sua scatenata Ufo Rock Band. Noi di Pocket Art l’abbiamo raggiunta telefonicamente, e ci ha raccontato il suo percorso artistico, curiosità e considerazioni. Non perdetevela!

Quando hai cominciato ad avvicinarti al canto ? Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali e la tua formazione artistica?

P. Io ho iniziato a studiare canto, prendendo lezioni in una scuola privata dall’età di 18 anni. Ovviamente facevo altri lavori, era solo un hobby. Piano piano ho cominciato ad esibirmi insieme alla mia insegnante Marina Cara facendo pianobar e karaoke. Un’ evoluzione questa che praticamente mi ha “sbloccato” per quanto riguarda il live, e da li ho cominciato a prendere seriamente il fatto di voler cantare. Il riferimento dell’epoca giovanile, che ho amato e amo tutt’ora, era Giorgia. Mi piaceva come artista per la sua vocalità, il suo pop melodico; era la mia preferita, oltre ai cartoni animati…

In tv su Rai 2 ti ricordiamo per la partecipazione a “The Voice of Italy“, dove hai gareggiato per il team di Raffaella Carra’. Ci puoi raccontare la tua esperienza?

P. Dopo aver fatto diverse selezioni per altri talent, con scarsissimi risultati, mi ero decisa a non farli più. Quando è uscito questo nuovo talent, mi sono incuriosita e documentata. Sono andata così, pensando che non mi avrebbero mai preso, convinta che sarebbe stato l’ennesimo buco nell’acqua. Con mia grande sorpresa sono rientrata nelle “blind audition” che mi hanno permesso di esibirmi in prima serata su Rai 2. La mia idea era quella di fare la showgirl e sapendo che c’era Raffaella Carrà, speravo che dalle poltrone si girasse proprio lei. Così è stato! Contemporaneamente si girò anche Piero Pelù e questo mi sorprese tantissimo! Pensavo fosse un rocker e basta, e invece fece delle osservazioni che mi lasciarono un po’ basita. Mi disse: “Tu mi ricordi Liza Minnelli, io ti farei cantare Mina”. In quel momento io non ho colto, perché comunque puntavo ad andare con Raffaella, non notando questa sua analisi perfetta sul mio modo di cantare. Quindi scelsi la Carrà. Lei aveva visto subito la mia dote di non essere semplicemente solo una cantante e mi prese a benvolere portandomi fino al live show. Certo, i cantanti erano tantissimi, i meccanismi erano quelli; io molto felicemente dove sono potuta arrivare sono arrivata. Ma ci tengo a dire che “The Voice” è un programma vero, perché non conoscevo nessuno, ho fatto il provino e sono entrata. Sicuramente ho acquisito da quel momento il “mio genere”, dando retta a Pelù, e la consapevolezza di dedicarmi completamente a fare la cantante di professione, vendendo definitivamente il negozio in cui lavoravo.

Pamela Lacerenza a “The voice of Italy” , Stefano De Grandis/lapresse
Milano 24/01/13

Personalmente mi hai colpito molto quando hai eseguito la canzone “Big Spender” alle blind. Io l’avevo vista fare solo da Freddye Mercury, nel concerto del Magic Tour 1986! (da DVD ovviamente)

P. Bravo, grazie! Secondo me, quella canzone è stato il mio punto di forza, semplicemente perché era differente da quello che si era sentito fino a quel momento. Ecco perché la Carrà, appena partì la canzone, si girò immediatamente rimanendo colpita dal tipo di pezzo. Poi vabbè, ovviamente gli piaceva anche la mia voce! Scelsi quel pezzo proprio per essere diversa, perché sapevo che non l’avrebbe portata nessuno ecco. Infatti la produzione era contenta del pezzo che andavo ad interpretare. Si, bellissima Big Spender, versione di Shirley Bassey, fantastica !

Non tutti sanno però che sei stata presentata nel 2006 al festival di Sanremo come giovane proposta con la canzone ” Le parole“.

P. La casa discografica Road House, con la produzione di Marco Patrignani e Roberto Volpe, mi propose di andare a Sanremo. Quello fu l’anno della vittoria di Fabrizio Moro con “Pensa”. Il mio brano fu arrangiato da Celso Valli, che ha lavorato per Vasco Rossi e Laura Pausini, e per me che ero piccolina era praticamente un sogno. Purtroppo non è andato avanti. All’epoca non ero molto matura musicalmente. In realtà forse il pop non è il genere in cui mi esprimo meglio, sono molto più contenta di quello che faccio adesso.

Hai fatto parte come voce leader di molti gruppi musicali, che riproponevano cover di successi di vario genere. Dal 2008 sei tra i componenti della “Ufo Rock Band”, la cover band per eccellenza, tuttora molto amata nel panorama romano e non solo. Come è nata l’idea di crearla e qual è l’ obiettivo principale?

P. La cosa bella di tutto questo mio percorso è che la maggior parte delle band che ho costruito nel tempo ci sono ancora. I “Grandfathers” sono proprio il mio primo gruppo, e ogni tanto torno da loro a fare delle comparsate. Però sia la Red’s Band che la Ufo Rock Band sono le mie band principali in cui faccio live, e non penso che le mollerò, perché appunto a prescindere da essere colleghi siamo amici. Ed è questa la vittoria nelle band, essere comunque complici, non si è turnisti in questo senso, siamo proprio affiatati al massimo! La Ufo Rock Band a ottobre compirà 10 anni, e faremo un grandissimo evento che annunceremo a breve. E’ nato tutto per gioco. La band stava cercando una cantante e io fui presentata dalla mia amica Marina Cara. Feci un provino, ma io dico sempre che sono io che ho provinato loro….ahahaha. Si vabbè ma per gioco 😆 Il giorno dopo mi hanno chiamata e da li, fino ad adesso, le soddisfazioni sono state tante. Arrivare al Lucca Comics, i sold-out ai nostri concerti, cantare al fianco di Cristina D’Avena. Quando con lei ho cantato insieme Jem“, penso di non essere svenuta per poco…Per me è un mito! Il pubblico che viene a vederci è sui 30 anni come ranking di età; lo definirei nostalgico in quanto i nostri spettacoli gli ricordano l’infanzia. La formula è vincente secondo me perché non è un concerto e basta. E’ vero, ce ne sono tante a Roma di cartoon cover band, una bella concorrenza. Però comunque noi ci distinguiamo: ci vestiamo, riproponiamo i personaggi, facciamo gli sketch e abbiamo anche un personaggio inventato, “Ceppaman”. Oltre agli appassionati dei cartoni, abbiamo anche gli affezionati al nostro mondo, che fa ridere, diverte e svaga. Ci dicono sempre che a ogni nostro spettacolo “staccano la spina” dalla loro settimana.

In primo piano, da sinistra, i cantanti della Ufo Rock Band: Pamela Lacerenza, Fulvio Pannese e Daniela Lacerenza.

Completamente un altro mondo e atmosfere quello del cabaret, dove lavori da anni come cantante performer e presentatrice per il Micca Club. Parlaci un po’ del tuo personaggio Gigì.

P. Gigì nasce in in duo vocale con Nanà per uno spettacolo anni ’60. Mi ero ispirata alla pin-up degli anni ’40, Betty Grable. Io presi le sue canzoni in inglese e me le feci tradurre da una mia amica attrice, Giulia Nervi, e le riadattammo in italiano. La stagione successiva il direttore artistico mi propose di provare un repertorio diverso non più italiano ma internazionale, con brani su base come “New York, New York”. All’inizio c’è stata un po’ di perplessità, perché il Micca Club era un locale dove si faceva musica swing, jazz, cabaret, un tipo di musica molto ricercata. Questa novità era più un repertorio internazionale-popolare, forse non lo vedevano molto adatto e non avevano ancora fiducia canora. Invece quando ho eseguito i pezzi per la prima volta, hanno accettato e li ho convinti a cambiare. La Gigì di adesso è una diva dell’epoca, con costumi meravigliosi, molto vicina come vocalità a Liza Minnelli, diciamo. Da allora sono nati due spettacoli. Uno è Tra le luci dello swing, con un’orchestra di 9 elementi, un corpo di ballo, con repertorio all the jazz, cabaret, tutta roba molto “Broadway” ecco. Poi è nato lo “Swing-lesque”, uno degli spettacoli portati in scena al Salone Margherita a Roma da due anni. E’ stato il primo show affidato ad una conduzione femminile visto che mi hanno chiesto di presentarlo. Certamente un grande passo per me! E’ venuto fuori un bellissimo spettacolo, con un’orchestra di 5 elementi e la presenza appunto del burlesque. Gigì è questo, è una diva che presenta, canta, fa le gag divertenti, (ma non il burlesque n.d.r.) ed io, quando la impersono cantando, la sento molto adatta alla mia vocalità e al mio modo di fare. Più che altro sono io sul palcoscenico, sempre, anche con la Ufo Rock Band. Ogni tanto tiro fuori altri lati, e qui esce la mia voglia di essere showgirl…

Il duetto di “That’s Life” tra Vera Dragone e Pamela Lacerenza al Salone Margherita

Ho saputo che te la cavi anche nella creazione di abiti?

P. Ho fatto un corso da poco, con Maria Freitas, la costumista storica del Micca Club, che poi ha aperto un suo atelier che si chiama “Atelier Ultramoderno”. A prescindere da questo l’anno scorso avevo esigenze di creare un abito per me e per la mia compagna di lavoro al Salone Margherita, Vera Dragone, praticamente la mia migliore amica e un’attrice meravigliosa. Ci siamo accoppiate vocalmente, vedendo che il duo funziona. In queste settimane abbiamo provato alcune cose, ma siamo due sceme complete 😛 . Il bello è che siamo due personalità completamente diverse e nessuna è succube dell’altra. Ci lasciamo lo spazio giusto nel parlare, elaborando insieme le cose, non c’è rivalità. Due dive fatte, lei più anni ’30 , io molto pin-up anni ’40. Dicevo….avevamo l’esigenza di creare un costume che ci mancava. Mi son messa lì ed ho “accroccato”, dico questo perché alla fine era così, un abito che è venuto veramente bene! Da quel momento ho chiesto a Vera se potevo farle qualche abito, visto che non aveva una costumista ancora. Le ho realizzato tutti i costumi dello spettacolo 1920, indossati da lei stupendamente. Poi ho cominciato a fare i costumi anche alla Ufo Rock Band. Ho iniziato improvvisando, documentandomi su internet, e poi mi sono specializzata seguendo il corso. Sono molto contenta di poter assecondare qualsiasi tipo di richiesta venga fuori e per non essere da meno se mi chiedessero di fare un abito. Se non dovessi fare più la cantante, un domani potrei andare su questa strada, potrebbe essere buona.

Anche questa è arte no?

P. Si bravo! Ma infatti amo scoprire di saper fare più cose. Non mi piace essere limitata e che mi si dica soltanto: “sai cantare e basta” insomma.

Il mondo dello spettacolo ha una concorrenza grandissima tra artisti, preparati e non. Io penso che estrosita’, carisma, talento e simpatia, tutte caratteristiche che ritrovo in te, possano essere armi vincenti per emergere e distinguersi. Ma non sempre merito e sacrificio vengono riconosciuti, tu che ne pensi?

P. Madonna, grazie ! Penso che bisogna essere al punto giusto e al momento giusto. E’ vero, non sempre il merito è riconosciuto, molte volte c’è gente che ci passa avanti e sa fare meno. Per fortuna ci sono eccezioni. Ho trovato tante colleghe che quando si è presentata l’opportunità si sono fatte trovare pronte. Sono convinta che la ruota gira per tutti e arriverà anche il momento in cui farò qualcosa di molto più grande, speriamo. Bisogna farsi trovare preparati, ed è per questo che io cerco sempre di darmi da fare e non mi adagio solo su quello a cui sto lavorando. Credo che sia importante riuscire a procurarsi un proprio spazio, che non vuol dire ricevere lavoro solo dagli altri, ma anche saperselo creare. Le cose che vanno avanti nella mia vita sono quelle a cui sono legata: sono mie idee, miei progetti. Lo scopo principale è di poter fare l’artista per sempre, a prescindere di avere un ruolo da protagonista in un musical, di incidere un disco. Non mi interessa la fama, mi interessa cantare e vivere della mia arte, questa è la cosa più importante per me.

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Patrizio Cigliano: ecco il mio teatro moderno

Il lavoro di un attore teatrale è di gran lunga superiore rispetto a quello cinematografico. Non può sbagliare la scena, è sempre concentrato, deve agire rapidamente, in un sola serata, per poi replicare quella dopo. Patrizio Cigliano ha dimostrato questo talento interpretando sul palcoscenico del Sistina il celeberrimo personaggio di Mandrake del film “Febbre da cavallo” (qui la recensione) non certo semplice da riproporre. L’ originalità e la sicurezza dei propri mezzi che ha espresso in questa performance teatrale è frutto di una lunga carriera non solo da attore, ma anche da autore, regista. Una forte sensibilità verso le problematiche del mondo teatro, che in Italia sarebbe da svecchiare, lo ha portato a realizzare delle pièces moderne, intense e soprattutto vere.

La scena della truffa a Rossinì. Da sinistra Patrizio Cigliano, Tiziano Caputo, Andrea Perroni e Maurizio Mattioli.

Roma. Puntualissimo all’appuntamento dinanzi al teatro Sistina, Patrizio Cigliano, in una lunga ma interessante intervista, ci racconta curiosità sul nuovo spettacolo, i momenti professionali importanti e le considerazioni da esperto addetto ai lavori.

Rappresentare a teatro un personaggio di un film, e farlo dal vivo, ogni sera, senza possibilità di ripetere la scena, ha sicuramente difficoltà maggiori. Tu sei riuscito a superarle alla grande, complimenti! Ci hai regalato un’interpretazione convincente, disinvolta, ma anche un qualcosa in più, come l’inedita parte canora. Raccontaci, come è avvenuta la preparazione al “mitico” Mandrake?

Ti ringrazio! La preparazione del personaggio è stata quella classica da attore di teatro. Ho studiato un copione che mi è stato dato, tenendo poco presente inizialmente il lavoro del film, proprio perchè quando si parla di pellicole divenute cult, credo che sia più prudente distaccarsene, anche per non sacrificare la creatività di un attore. Essere alle prese con un personaggio grandissimo, divertentissimo, molto noto, richiedeva assolutamente una personalizzazione. Questo è stato il mio obiettivo primario e sono molto felice di averlo realizzato in qualche misura.

Il rapporto con il resto della compagnia? Che gruppo si è creato?

E’ una bellissima compagnia, c’è un grande affiatamento, abbiamo lavorato bene. Siamo tutti molto diversi fra di noi; ci sono doppiatori, attori da teatro, da avanspettacolo…insomma c’è un pò di tutto. Ed è molto bello perchè ciascuno ha potuto attingere dall’altro l’humus necessario per realizzare Febbre da cavallo. Io ho partecipato ad altri musical, ma la commedia musicale vera e propria non l’avevo mai fatta. Quindi l’apporto della compagnia è stato senz’altro di aiuto alla costruzione del percorso spettacolare. Poi ci vogliamo tutti molto bene, il che è sempre raro in teatro. C’è una grande osmosi interna insomma, e soprattutto ci si sostiene a vicenda che è importantissimo. Il teatro è una squadra, non si lavora da solisti, la macchina teatrale è una macchina corale, sempre. Anche quando ci sono i super-protagonisti lo spettacolo lo fanno tutti, e comprendo anche i tecnici, i fonici, gli scenografi e un altro personaggio fondamentale: il pubblico. Deve collaborare anche lui, e quando c’è, lo spettacolo parte e va. 

Secondo te, Bruno Fioretti – Mandrake al tempo d’oggi, sarebbe ancora un fedelissimo degli ippodromi?

Probabilmente farebbe altro e sarebbe peggio! La mania dei cavalli poggiava su qualcosa di fisico, di live, che oggi non c’è più. Adesso ci sono i giochi online, virtuali, che sono più pericolosi perchè creano una solitudine nel giocatore che è autoreferenziale, e comunque succedono ancora cose terribili di gente che va in bancarotta. La crisi delle corse dei cavalli, per quel che riguarda l’Italia,  forse viene dal fatto che l’italiano è più pigro, quindi i nostri ippodromi non sono andati più forte, e sono addirittura chiusi. La schedina del Totip, che ai miei tempi era collegata persino al festival di Sanremo, credo che non esista neanche più. Sicuramente a quei tempi la febbre da cavallo aveva creato grandi disperazioni in chi perdeva perchè comunque era uno dei giochi di punta. Oggi secondo me è più grave il tipo di gioco che si rincorre e Bruno Fioretti avrebbe rischiato cose più serie rispetto al fatto che quando perde non riesce a fare l’amore.

Adesso hai un ruolo comico,  in realtà tu nasci professionalmente dalla drammaturgia.

La drammaturgia di uno spettacolo teatrale permette agli attori di scambiarsi fra di loro le energie necessarie e di convivere il bello di uno spettacolo e di un copione sviscerandolo in tutti quanti i dettagli. Io vengo da questo teatro, di prosa, fatto secondo i criteri tradizionali. Per formazione ho avuto la fortuna di incontrare grandi nomi del teatro italiano, e per 25 anni di carriera ho potuto continuare a studiare anche dopo il diploma accademico della Silvio D’amico. Sono grato ai miei maestri come l’immenso Orazio Costa, che è il più grande teatrante che sia mai esistito in Italia con Strehler, e l’unico che ha creato un metodo di recitazione totalmente autonomo, che è il metodo mimico. Poi  ho potuto perfezionarmi con grandissimi come Franco Zefirelli, Giancarlo Sepe, Arnoldo Foà, Gabriele Lavia, Marco Carniti e Arturo Brachetti, che è tutt’altro genere ma con una grande personalità.

Una scena di Hamlet Project, inedita prima edizione originale di Shakespeare, 2014

Hai fondato sin da giovane una tua compagnia, quali sono stati i tuoi stimoli?

Io ho cominciato questo percorso teatrale sui banchi del liceo, prima ancora di entrare in accademia d’arte. Amando la dimensione attoriale e il teatro in generale, ho capito che quest’arte ha bisogno di scrittura, di tanto studio, e con coraggio nel 1987 formai la mia compagnia che tutt’oggi è l’Associazione culturale Arcandinoè. Abbiamo fatto più di 25 spettacoli tutti dedicati alla drammaturgia contemporanea, perchè io credo che il vero teatro, così comè in tutto il resto del mondo, dovrebbe essere attuale. Siamo l’unico paese al mondo in cui il panorama teatrale è composto per il 70% da repertorio e il restante 30% da novità, e questo è un grave problema, in quanto il teatro è oggettivamente la cartina tornasole della società. Il teatro racconta la società, lo ha sempre fatto in tutte le epoche. Nel nostro paese purtroppo si racconta il passato, e invece secondo me è più interessante raccontare l’epoca moderna che è ricca di spunti, contraddizioni, elementi di riflessione che servono a far pensare a tutti i livelli. Poi la drammaturgia contemporanea ha un problema di divulgazione che è stato molto mal gestito negli ultimi 20 anni dal sistema teatro italiano e quindi ne soffre. Siamo costretti a vedere rivisitazioni di classici in chiave moderna, una dietro l’altra, alcune meravigliose, altre pretestuose non hanno un grande valore aggiuntivo. Amleto è perfetto così, non c’è bisogno di farlo in maniera strana, è un capolavoro. In quel caso però l’autore (non a caso si chiamava Shakespeare) racconta una dinamica che è riuscita a diventare eterna. Il personaggio, pur essendo un principe, è senz’altro un uomo e come tale racconta problematiche universalmente condivise.

Nell’album “Ordine sparso” hai toccato temi purtroppo ancora attuali e delicati, specialmente nel brano D.P. (qui il video)

Certo certo. Io ho fatto questo primo e unico disco, nel lontano 2007. E’ un cd molto vario, un esperimento che io ho voluto fare perchè da sempre ho la passione del canto e della scrittura. Alcune canzoni, anche dal punto di vista della musica sono mie, come tutti i testi. E il brano che hai citato, che è proprio D. P., è una delle canzoni che mi sta più a cuore, perchè parla del problema dei bambini rapiti, che sappiamo benissimo essere una grave piaga della nostra brutta società.

“A Cuore Aperto” è rappresentato a Roma dal 2002 con oltre 600 repliche per più di 7000 spettatori.

Innumerevoli le tue esperienze, progetti e riconoscimenti in vari settori artistici. Dei ricordi che senti particolarmente?

Il mio percorso è  stato elastico poichè ho voluto curiosare un pochettino dappertutto. Quindi sia come attore che come autore, che come regista, ho spaziato fra il musical e la commedia, il drammone, la rivisitazione. Ricordo una mia versione dell’ Hamlet al teatro dell’Orologio con 4 settimane di tutto esaurito (con la partecipazione di Proietti nella voce del fantasma n.d.r.).  “A cuore aperto è uno spettacolo che io amo profondamente; come dice il titolo è a cuore aperto sia per chi lo recita che per chi lo vede. E’ un ricordo indelebile, vivo e sempre lo sarà. Probabilmente l’anno prossimo lo riprenderò per la dodicesima volta perchè è uno spettacolo che è andato sempre molto forte, di grandissima potenza emotiva insomma, una roba drammaticona bella pesante, ma pesante bella però! Ho bei ricordi quasi dappertutto, mi sono trovato in grande accordo con i registi, le produzioni, con gli spettacoli. Mi sono sempre divertito, io non faccio l’attore per timbrare il cartellino, altrimenti avrei fatto altro che dà molta più sicurezza economica. Mi piace la curiosità, all’interno di questa io “scavo”, a volte non trovando. Certe volte gli spettacoli non vengono sempre come li avresti immaginati tu perchè qualcosa non ha girato, però è giusto cercare in quel pozzo senza fondo che è l’animo umano applicato alla recitazione e al teatro.

Una curiosità sul doppiaggio. Hai prestato la voce a Seth Cohen nel telefilm O. C., ma non solo!

Si, io ho fatto per 5 anni la voce dell’attore Adam Brody nel personaggio di Seth in Orange County, e in altri 3-4 film che sono usciti a seguire. Amo il doppiaggio, l’ho svolto da quando avevo 14 anni, inoltre mio fratello è un noto doppiatore, si chiama Alessio Cigliano. Prestare la voce è una specializzazione ulteriore dell’attore, che deve essere una persona poliedrica in grado di spaziare su tutto. Ovviamente non renderà sempre allo stesso livello, ci sarà qualcosa in cui riuscirà meglio e in altre peggio, ma vietarselo è un errore. Soprattutto impigrisce, impoverisce ulteriormente, tentare è sempre una cosa utile per il nostro mestiere. Il doppiaggio ti permette di fare alle 9 un pazzo, alle 13 un comico, alle 19,30 un depresso; è l’unica possibilità attoriale veloce e dinamica che ti consente più ruoli in un giorno solo, a differenza del film e del teatro. E’ richiesta una versatilità vocale, attoriale non indifferente, che io trovo divertentissima. Faccio anche direzione di doppiaggio, traduzioni e adattamenti ai dialoghi.

Da regista e autore, un pensiero ai giovani. Cosa pensi debbano fare/avere i nuovi aspiranti artisti?

I giovani hanno dei grossi problemi. Il primo è che non esistono più i grandi maestri, soprattutto per chi si vuole avvicinare al teatro, ed è un limite grandissimo. Con la mia compagnia mi trovo frequentemente a fare dei provini, perchè ho sempre voglia di conoscere attori nuovi e di dare spazio. Offro sempre ruoli protagonisti a attori poco conosciuti, a giovani, ed è giusto che sia così. Purtroppo dalla metà degli anni ’80 si è affermato il problema del “nome in ditta”, ovvero il nome dell’attore che richiama il pubblico, per cui non si va più a vedere lo spettacolo x, si va a vedere l’attore x, che è un’ arma a doppio taglio perchè non è sempre sinonimo di qualità. Altri spettacoli di attori sconosciuti sono molto più validi ma non suscitano interesse. Nel provino si vede la parte tecnica, perchè quella artistica la mette il regista insieme all’attore successivamente. Se si presenta un attore che non ha dizione, sei costretto a farlo fuori. L’attore parte da una base rigorosa fatta di proprietà di linguaggio, di prossemica, di utilizzo del corpo. Il provino serve solo per capire da dove vieni, con chi hai studiato, come usi la voce, come ti muovi sul palcoscenico e come reagisci agli imput del regista. Molti giovani, nei miei provini recenti, non sono preparati a questo e sbagliano clamorosamente, ed è un dolore. Io questa cosa l’ho capita passando dalla parte del regista, forse li sbagliavo anche io. Nelle scuole di recitazione ci dovrebbe essere una materia su come si fa un provino, perchè il 90% fallisce e l’attore perde quei 5 minuti fondamentali per ottenere un lavoro.

Patrizio Cigliano chiude la sua intervista con un video-saluto, ricordandoci l’appuntamento al Sistina con Febbre da cavallo e ci regala una divertente battuta finale. Non resta che guardare!

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Benedetta Valanzano, le emozioni di un’artista

Reduce dal grande successo della lunga tournée del Marchese del Grillo, Benedetta Valanzano prosegue il suo percorso teatrale con una nuova avventura. In questi giorni a Roma è in scena con il musical “Febbre da cavallo(qui la recensione), altra rappresentazione di richiamo, soprattutto per i capitolini. Artista poliedrica, moderna e dalla bellezza pulita, si distingue sicuramente per le sue capacità creative, vedi anche la sua passione per la pittura. Tante le sue esperienze entusiasmanti: dal già citato teatro, al cinema, le fiction in tv, il ballo, la radio. Una vocalità limpida e elegante, che eccelle ancor di più nelle sue canzoni, specie nelle note alte. La solarità e semplicità che infonde, la rendono poi un esempio positivo a cui far riferimento. In bocca al lupo Benedetta, continua così!

Da sinistra Benedetta Valanzano in Olimpià nel Marchese del Grillo, a destra è Mafalda in Febbre da cavallo.

Roma. All’uscita del teatro Sistina, dopo aver da poco terminato lo spettacolo, Benedetta ci viene incontro sorridente e come sempre disponibile, avvolta in un cappotto nero. Inizia a raccontarsi ripercorrendo le sue emozioni fatte di ricordi e novità.

Ti avevamo lasciato a novembre scorso con Olimpià nel Marchese del Grillo (rileggi l’articolo), ora sei tornata a teatro a Roma con un nuovo personaggio e spettacolo. Raccontaci.

B. In “Febbre da cavallo”, Mafalda è l’indossatrice di pellicce, fa le sfilate, la modella di facciata che in realtà insomma è una signorina… come dire…., “di facili costumi” ecco! Beh, è un personaggio molto divertente con la sua parlata milanese, che è ricordata in queste scene per la battuta “storica” di Mandrake che gli chiede di aiutarla a trovare i 20 milioni della mancata vincita. (C’ho certi ca*** Mafà!….)

Come è  stata la preparazione di questo spettacolo?

B. È stato un mese no stop per tutti noi del cast, prove su prove. E’ ancora tutto work in progress. Alla fine quel che conta è che questa commedia piaccia al pubblico.

Quando nasce il tuo amore per il teatro?

B. Mah, …tanti anni fa, ero piccina, avevo 17 anni. E’ nato cosi, è stato un colpo di fulmine, bisogna provare le cose per poi innamorarsi. Io ho provato e mi sono innamorata. Il primo debutto è stato davvero speciale nella Lisistrata di Aristofane, con la mia piccola compagnia a Capua al Teatro Ricciardi. Comunque sono tutti bellissimi ricordi. Il teatro è molto gratificante!

Sei una delle poche artiste che si emoziona veramente per quel che fa, e riesce a non ancorarsi in un unico ruolo, quello dell’attrice. Insomma non è da tutti !

B. Si, ti ringrazio ! Questa è una bellissima affermazione, quindi oltre a ringraziarti non saprei che cosa dire, perchè poi che cosa dico? Faccio un’auto-celebrazione? No, perchè non sono proprio la persona. Quindi questa la lascio a te, va bene cosi, e ti ringrazio, un bellissimo complimento !

Parliamo di musica. Nelle tue canzoni che hai pubblicato c’è un sensibile legame con la tua Campania. Puoi descrivercele ?

B. In “Una Terra che tace” ho cercato di trattare il tema della terra dei fuochi attraverso una poetica differente. Chi ascolta la canzone e vede il video, non ci sono mai riferimenti espliciti a questo problema, ne’ ho mai strumentalizzato nulla. Quindi non c’è mai la parola terra dei fuochi, roghi, “monnezza” o quant’altro. Infatti è una canzone ispirata alle liriche del Pavese “La terra e la morte”, e poi fra l’altro questo pezzo è stato costruito proprio nello stesso momento in cui Rocco Hunt fece “Nu juorn buon”, che è stato campione a San Remo. Io l’ho voluto raccontare in un modo diverso. Il video di “Eclissi” è stato girato in costiera sorrentina, alla Cala di Mitigliano, infatti in lontananza si vede Capri. Io poi ho sempre lavorato con le persone del mio territorio, da Claudio D’Avascio il regista del mio video, all’arrangiatore Flex Aiello. Sono tutti ragazzi napoletani, bravissimi, e io con loro costruisco questa passione per la musica, ecco.

Un contrasto dolore-allegria, da “Una Terra che tace” e “Com’è bella la sera”, immagini Youtube.

“Com’è bella la sera” invece è una cover degli anni ’60 reinterpretata in chiave moderna e coinvolgente.

B. Si, grazie. E’ una cover di Sandie Shaw. Infatti molti non conoscevano il pezzo originale, pensavano che fosse un inedito. E’ stata un pò la canzoncina estiva del 2014.

Ci riserverai nuovi brani prossimamente?

B. C’è un altro brano per l’estate, che già è stato scritto e si chiama…..

Ma si può dire?

B. No ! Ahahah, non lo diciamo.  😛 

Tu segui l’arte figurativa? Pratichi o hai praticato qualcosa in particolare?

B. Io ho fatto l’Istituto d’arte e adoro la pittura. Purtroppo per questioni di tempo non pratico più. 

Ti senti di dare dei consigli ai giovanissimi che vogliono intraprendere il tuo stesso lavoro?

B. E’ quello di studiare perchè oggi il mercato è molto fitto di attori, di tante persone che vogliono intraprendere questa professione. Credo che la marcia in più la dia la preparazione, lo studio, la diversità, e cercare di crescere a livello personale e umano.

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Si ringrazia Benedetta Valanzano per la concessione e autorizzazione del materiale fotografico.

I Gemelli di Guidonia: una giusta combinazione di musica e ironia

Tre fratelli, non gemelli davvero, Pacifico, Gino e Eduardo, originari di Caserta, ma vissuti nella provincia romana. I Gemelli di Guidonia, rinominati così dal grande Fiorello, con cui partecipano dal 2013 nella sua edicola Fiore, stupiscono per la loro bravura, simpatia e improvvisazione. Offrono un nuovo genere di spettacolo innovativo e mai stancante, il Musicabaret, fondendo le loro performance canore a scene comiche, gag musicali. (qui il loro canale Youtube) Inoltre nella loro più che decennale carriera, possono vantare di aver collaborato con personaggi di rilievo. Non resta che seguire l’ intervista e il video saluto finale per conoscerli più da vicino e andarli a vedere al Cotton Club di Roma il 28 Gennaio.

Da sinistra a destra Pacifico, Gino e Eduardo, da: “Quelli che il calcio 2014”

Puntuali  e sorridenti all’appuntamento, dopo aver sorseggiato insieme un caffè, i ragazzi riescono a creare subito un’ atmosfera allegra e distesa. L intervista si svolge tra battute divertenti e lunghe argomentazioni (soprattutto di Pacifico n.d.r.). Si parte !

Come è iniziata la vostra passione per la musica? Quando avete deciso di creare il gruppo?

Pacifico : La passione per la musica è iniziata da quando eravamo molto piccoli. Il primo sono stato io, perché a casa avevo una tastierina elettronica che suonava nostro padre, e rimasi affascinato da questo strumento. Nato come un gioco, ho cominciato a studiarmi le posizioni dei tasti bianchi e neri, e a riprodurre le canzoni che ascoltavo anche non avendo una preparazione musicale vera e propria. Preparazione che poi alla fine non ho mai avuto…mi sono accontentato sempre di quello che attualmente so fare, rimango autodidatta insomma. Gino cominciava a cantare sopra quello che suonavo, riproducevamo le canzoni col doppio canto, in controcanto, tutto sempre in maniera casalinga. Vivendo nella stessa casa è stato inevitabile (pareva brutto) non coinvolgere anche Eduardo. L’anno in cui uscirono i Neri per caso, intorno al 1996, è stato folgorante perché abbiamo preso ispirazione nel modo di cantare, nelle armonie, l’impronta che ha fatto nascere le nostre esibizioni. In realtà siamo nati con un altro nome i Green, (i verdi, nessun riferimento ai leghisti n.d.r.) poi siamo diventati Effervescenti Naturali, ed è stato il nome che ci ha accompagnato per la maggior parte del nostro percorso, ma che poi è stato cambiato ancora in Gemelli di Guidonia da Fiorello, ma ne parleremo.

Non solo canto ma anche sketch comici e imitazioni, avete una buona dose di ecletticità artistica

Pacifico: Abbiamo fatto i nostri percorsi canori, come l’accademia di Sanremo, i quali ci hanno portato a modificare la nostra natura musicale e inoltrarci in una dimensione comica, soprattutto venuta fuori da Gino. Dall’unione di tutto questo è nato il Musicabaret, circa dal 2006. Questa è la strada che forse ci piace di più, e difficilmente ci porterà indietro a dire torniamo solo cantanti.

Genuinità , coesione, impegno e sacrificio: vi riconoscente in ogni caratteristica?

Eduardo: Coesione sicuramente, perché essendo fratelli è naturale, anche se ci sono degli imprevisti, intoppi ecc. Impegno…si dai c’è, anche se a volte si potrebbe fare di più. Il sacrificio c’è stato, non tutti i settori sono facili e a volte ci siamo trovati anche in ambienti ostili. Genuinità spero che traspaia, o traspara 😆 ….? Che possa trasparire , che era più difficile da dire!

Pacifico:  Siamo ancora in una fase di crescita, non ci sentiamo arrivati. Anche se abbiamo fatto cose importanti ci può ancora capitare di lavorare in ambienti dove la tua arte può non venir compresa, rispettata. Può capitare a tutti, però credo che questo sia la miglior palestra per questo lavoro. Se si riesce a affrontare e portare a casa un risultato da questi ambienti, sarà poi più semplice ottenerli da quelli più facili.

Vi siete esibiti in teatri, nelle piazze , cinema tv e radio, ma qual è il pubblico che preferite?

Gino: Ovviamente proprio per un discorso che viene da se’, il teatro ha un pubblico attento, sicuramente lo preferiamo. Perché ? E’ quello che paga di meno sicuramente, però appaga di più. Il rapporto è diretto e si deve pensare che gli spettatori stanno li per te. Nelle piazze noi troviamo situazioni più strane, essendo ingresso libero, si fa fatica a creare un coinvolgimento. Però ci sono state tante piazze in cui ci siamo parecchio divertiti.

Pacifico: Ovviamente il teatro è quello che (senti che risposta che ti do) ti fornisce il feedback immediato, per noi la cosa più bella.

Ripercorrendo le fasi della vostra carriera, avete avuto momenti che considerate indelebili, emozionanti?

Eduardo: Con Enrico Montesano il debutto al Sistina di Roma nel 2006 è stata un’ emozione incredibile, con lo spettacolo “E’ permesso?” dove facevamo da cornice recitando e cantando, persino da ballerini, insomma provavamo dei movimenti, però eravamo piuttosto asciutti allora. Oggi forse sarebbe impossibile col nostro fisico. Poi quando abbiamo fatto il tour con Fiorello al teatro Ariston, è stato veramente forte, nella casa della…

Gino: Ariston? nella casa della cucina? Masterchef?

Eduardo: Nella casa della musica italiana. Non avremmo mai immaginato di fare uno spettacolo su quel palco e con lui. In edicola Fiore poi, quando è arrivato Michael Bublè, di cui sono un fan, e ho cantato insieme…indescrivibile!!!

Pacifico: Io aggiungerei un altro ospite dell’edicola che mi ha emozionato parecchio è Giorgia, soprattutto la prima volta quando l’edicola era ancora sul web.

Gino: Io pensavo al teatro con Montesano al Sistina, quando facemmo 3 serate di anteprima, che erano una sorta di prima non ufficiale, perché dovevamo coprire un problema con uno spettacolo precedente che saltò. Insomma è stata una cosa particolare e ce la ricordiamo bene.

I Gemelli di Guidonia insieme a Fiorello , dal tour “L’ora del Rosario”, Paestum, 2015

Lavorare al fianco di un mattatore come Fiorello, raccontateci com’è e come è iniziata?

Pacifico: Noi lo seguiamo da quando ha iniziato col karaoke, al Festivalbar e gli show in tv; siamo stati e siamo tutt’ora sui fan. Cerchiamo di imparare da quello che fa, carpire i trucchi del mestiere, di una comicità ironica ma non volgare. L’incontro è stato casuale; vedevamo che all’edicola Fiore ogni giorno si presentavano artisti che cercavano di promuovere la loro arte, lui dava spazio a tutti, e noi abbiamo detto: “perchè non ci proviamo?” Anche se fino ad allora non aveva mai assunto un ruolo da talent scout, avevamo delle remore, soprattutto Gino, ma volevamo cominciare a dare una svolta alla nostra carriera. Una mattina siamo andati sul posto e abbiamo cercato il contatto con lui presentandoci, è gli si è accesa come una lampadina per il fatto che eravamo fratelli. (come è nata l’idea di essere fratelli? 🙄 ) Dopo aver cantato un pezzo senza musica, si è complimentato e ci ha detto di rimanere, facendoci partecipare con alcun stacchetti durante la puntata con una parodia che avevamo scritto. Per noi era già il massimo, potevamo andare via anche così, invece è successo quello che non ci aspettavamo, cioè che mentre lo salutavamo e stavamo avviandoci verso la macchina, ci richiama “’o ragazzi, domani avete da fare? venite?” E da li è diventata una collaborazione continuativa e si sono aperte per noi altre strade come a Radio 2, Radio Radio e l’esperienza del Tour con Fiorello che ha raggiunto molte città italiane ma anche tappe in Europa.

Un sogno professionale che volete assolutamente realizzare?

Eduardo: Un Tour Teatrale tutto nostro o una trasmissione radiofonica importante. Vedremo…

Pacifico: Se vogliamo parlare di sogni, Eduardo ha espresso quelli che sono più a portata di mano, però se proprio devo dirlo, quello di lavorare in tv con un programma che ci vede protagonisti e magari riportare il varietà di una volta, quello sarebbe bello!

Gino: Fino a qualche anno fa avrei detto la tv , (vedo che siete tutti d’accordo ahahah n.d.r.) ma ultimamente è difficile che venga lanciato veramente qualcuno. Sognamo uno Zelig o un Colorado che ci dia la svolta finale e una grande visibilità, ma anche se te la concede, dura poco perché dopo una settimana esce il Got Talent di turno che ha ancora più visibilità, passa un mese e c’è il vincitore di Amici che oscura tutti gli altri. Quindi adesso penso che una frontiera da inseguire sia il teatro con un bel tour o il web.

Prossimi appuntamenti lavorativi? Dove vi vedremo a Roma?

Eduardo : Il 28 Gennaio al Cotton Club, saremo insieme a questo gruppo di musicisti straordinari, gli Aristogattoni, che hanno tutti alle spalle esperienze varie, dei professionisti al 100%. Sono una formazione modulabile , composta da 5 musicisti: dal basso, al piano, batteria e due fiati, più altri fiati pesanti che siamo noi ! Ci sarà un misto tra quello che abbiamo noi in repertorio e brani swing che sono più indicati per questo genere di locale.

Gino: Ovviamente possiamo già anticiparvi che a fine febbraio – inizio marzo riprenderà edicola Fiore su Sky e noi saremo sempre in prima linea!

I Gemelli di Guidonia, conclusa questa lunga intervista, ci regalano un jingle nello stile che li contraddistingue. Non perdetevi il divertentissimo video saluto !

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I Gemelli di Guidonia saranno il 28 Gennaio al Cotton Club, via Bellinzona 2, Roma, ore 22.

Ingresso € 10 Info: 06-85352527