Storia di incroci e d’anarchia, l’inarrestabile comicità di una paladina di giustizia

Il premio come miglior monologo dell’edizione 2018 dello Short lab è andato al divertentissimo ” Storia di incroci e d’anarchia “, di Veronica Milaneschi. La protagonista racconta ironicamente le sue disavventure stradali, convinta di essere spinta da un dettame divino che le avrebbe assegnato un compito di messaggera di giustizia. Ella infatti perde facilmente la testa quando è nel traffico ed incorre nella maleducazione e scorrettezza di alcuni automobilisti. Quasi assumendo sembianze bestiali e rabbiose (oltre una simpatica reincarnazione di una maghetta dei cartoni animati), si sfoga coloritamente e in maniera liberatoria con il malcapitato guidatore attraverso una prossemica capace di far ridere da pazzi il pubblico. Esilaranti davvero le sue battute sul mancato rispetto del codice stradale, dove paradossalmente ricorre a situazioni in cui è presente la frase “si lo so è illegale ma lascia fare“. La Milaneschi ha dimostrato anche una buona presenza scenica e un’energia coinvolgente che le è valsa i meritati applausi a scena aperta da parte della platea. Il lavoro di regia si è avvalso, sia dal punto di vista creativo che tecnico, dell’apporto prezioso di Patrizio Cigliano.

Il monologo ” Storia di incroci e d’anarchia ” ha superato di 2 soli voti “Sciaboletta”. Decisivo è stato il voto del pubblico del Cometa Off, vero e proprio ago della bilancia. La giuria, infatti, era letteralmente spaccata in due. Per la prossima stagione è previsto per questo testo un progetto molto grande, ancora in fase embrionale, per il quale si sceglierà il giusto canale comunicativo. Per rivedere la diretta streaming di ” Storia di incroci e d’anarchia ” (minuto 7:20) nella finale dello Short lab del 24 marzo cliccare qui. Di seguito le interviste a Veronica e Patrizio.

Storia di incroci e d’anarchia riceve il premio allo Short Lab 2018, Ph Chiara Calabrò

Intervista a Veronica Milaneschi

Complimenti per la vittoria e per l’interpretazione. Te l’aspettavi di vincere? Quali emozioni hai provato?

Grazie ! Non credo mai di poter primeggiare. Non che mi sentissi meno degli altri, ma perchè pensavo ci fossero molti monologhi più belli e divertenti. Il mio era un pezzo marcatamente comico che non tocca temi profondi come una storia sull’immigrazione o sulla Shoah. In questo caso sono rimasta molto stupita dopo la prima andata in scena, perchè ho sentito una risposta calorosissima del pubblico. Ed essendo la prima cosa scritta da me come autrice è stata davvero incredibile ! La platea ha reagito più di come mi aspettassi ! Questo è stato clamoroso e mi ha dato la spinta ad andare avanti in una rassegna che comprendeva una settantina di monologhi di tutti i generi. Ma da qui a trionfare non me lo aspettavo proprio ! Forse quello che mi ha fatto vincere, a parte la regia di Patrizio che ha fatto una roba deliziosa sul mio pezzo e la mia tecnica attoriale, è stato il fatto che la gente che ha assistito alla storia abbia vissuto una catarsi. Tutti uscivano dal teatro come se avessero fatto una seduta di psicanalisi sulla rabbia. Il pubblico ha apprezzato la possibilità di sfogarsi sulle proprie paturnie quotidiane.

Visto che sei anche l’autrice di Storia di incroci e d’anarchia, da che spunti nasce questo monologo?

Io penso che un autore debba partire da qualcosa di molto sincero e vicino a sé. Poi ovviamente va teatralizzato e architettato per la scena. Però il fondamento da cui si parte deve essere un qualcosa che si prova e si sente molto forte. Questo testo nasce dalla visione negativa propria delle mie origini siciliane. Dalla Sicilia prendo tutto il mio pessimismo e tragedia interiore, anche se sembro una persona molto solare. I miei riferimenti, dovuti ai miei studi classici, attingono alla tragedia greca. Questo personaggio, imbevuto nella romanità, prende spunto infatti dalle Erinni, dalla Dea della Follia dell’Eracle di Sofocle. Alcune battute vanno da “non posso punì tutti gli automobilisti che me fanno arrabbià” a “non li posso evirà, non je posso cecà l’occhi“. Per il titolo mi sono ispirata ad uno dei lavori in cui fui presa agli inizi degli anni 2000: “Storia d’amore e d’anarchia”. La regia era di Lina Wertmuller, la mia prima grande insegnante, e questa esperienza a cui sono legatissima è rimasta molto impressa nel mio cuore. E per il mio primo testo volevo renderle un omaggio doveroso. Come interprete sono stata molto contenta di sentire alcune persone che mi hanno detto di ricordargli una Cinzia Leone del periodo della “Tv delle ragazze“. Effettivamente quelle erano cose con cui mi divertivo tantissimo, ero molto piccola ma già le capivo. Non volevo andare al letto prima di aver visto “Avanzi“…

….se fossi vissuta nel 5 secolo sarei stata amata, glorificata, oltre ad essere una fonte di ispirazione dei più grandi tragediografi. Come la Nike di Samotracia… tiè, Eskilo… tiè, senti come sona…(dal monologo)

Questo testo cosa vuole trasmettere veramente al pubblico?

Non inizio a scrivere un testo pensando a quello che voglio far capire al pubblico, ma cosa mi preme raccontare, cosa mi interessa, e poi di conseguenza spero appassioni anche al pubblico. Quello che ho visto scrivendo era la possibilità di sfogarsi e vedere l’interiorità di una persona e le proprie problematiche reali attraverso la gestione della rabbia. Spero di essere riuscita a raccontare questo in una maniera leggera, senza inserire uno stacco dove comparisse una morale, che a volte può abbattere un pezzo comico. Direi che quello che è arrivato agli spettatori non era un vero e proprio messaggio, ma la possibilità di rivedersi, di poterne parlare anche loro ad alta voce. Più l’attore si pone in maniera schietta e aperta verso il pubblico, più quest’ultimo si riconosce in alcuni aspetti “terribili o mostruosi“.  Secondo me è positivo per le persone che si tengono dentro delle cose fino a scoppiare. Mi sono resa conto mentre recitavo che partivano i dibattiti. Sentivo persone che dicevano “ah si anche a me è capitato quella volta…”, non perchè non fosse interessante quel che dicevo, ma perché  avevo fatto scattare qualcosa di sincero in loro. Una sorta di confronto sulla quotidianità che vediamo tutti insomma. Anche senza patente !

Senti di avere delle cose comuni o aspetti caratteriali simili con il personaggio che hai interpretato ?

Sinceramente ci sono delle corde che io conosco, a cui poi ho aggiunto la tecnica attoriale. Sono delle corde personali e vere purtroppo. Infatti adesso io sono in macchina al telefono ma non sto guidando. Non si vede la mia faccia che ogni tanto fa: “No, e levati, ma guarda quello..”, e vorrei mandare a quel paese tutti diciamo. Ho dovuto ridurre tantissimo questa versione perchè avevo aneddoti a volontà. Non è che nel traffico io mando a quel paese semplicemente, ma conio delle frasi di senso compiuto con tutta una serie di appellativi particolari che non mi sembra il caso di citare qui…. 😛 Mi viene una grande fantasia e creatività in mezzo al traffico. E’ stata una scrittura abbastanza veloce, rivista del regista, ma diciamo che avevo buttato giù tante tante pagine di sequele di insulti creativi, Ahahah. 😆

Posso definirti artista poliedrica? Perché oltre a essere interprete dalle tante sfaccettature, hai spaziato nel doppiaggio, cinema e televisione. Poi sei anche attiva nelle associazioni culturali.

Si, io mi sdoppio e mi triplico. Non sono solo un’attrice, perchè mi è capitato molte volte di lavorare in sala doppiaggio, nel cinema e nelle fiction tv. Dal 2008 sono membro dell’associazione culturale Aut-Out, insieme alle colleghe Giada Prandi e Francesca Blancato. Con loro abbiamo realizzato tantissime iniziative e spettacoli negli anni, come ad esempio un festival di teatro a Montisi in provincia di Siena. Poi ho anche un’altra grande passione che è la Clownterapia. Faccio parte di un’associazione (MagicaBurla Onlus) dove siamo dei clown dottori professionisti. Lavoriamo nelle pediatrie di alcuni ospedali romani, soprattutto nei reparti di oncoematologia del Bambin Gesù. Sono molto legata a questa parte di me che si dedica a tutt’altro. Qui a contatto con i bimbi dedico la mia dolcezza, creatività e la magia di trasformare tutto.

Intervista al regista Patrizio Cigliano

Quale è stata, secondo te, la chiave del successo di  “Storia di incroci e d’anarchia”, che ha letteralmente conquistato pubblico e giuria? Su cosa avete voluto puntare?

Sicuramente è un monologo brillante, molto comico e leggero. In questi casi, oltre al pezzo di base che ha indubbi punti di forza, tutto dipende dall’attore e dalla regia. Ogni cosa, anche buona, non funziona se letta male. Veronica è un’attrice ottima, la conosco benissimo avendoci lavorato diverse volte. C’è una fiducia reciproca tra noi. Il testo ben scritto ed orchestrato ovviamente ha il suo carico di regia che ha il fine di valorizzarlo. La regia che ho pensato io si può dire quasi cinematografica perchè ha dei cambi di situazioni velocissimi e tanti effetti sonori. Cosa importante è che esca fuori l’attore, il testo, e ci sia una regia riconoscibile che non resti anonima. Questo monologo presenta 10 minuti senza respiro, neanche un secondo di pausa. Il principio è stato: “in platea devono ridere poco e tutto insieme in punti precisi“. Se avessimo fatto ridere troppe volte e durante, rischiavamo di rallentare il monologo. D’altra parte il pubblico, quando lo fai caricare, va benissimo, soprattutto sulle cose comiche.

Quali sono gli aspetti su cui hai lavorato sia dal punto di vista creativo che dell’apporto tecnico?

Io sono un regista che è figlio dei propri tempi, ovvero quelli del cinema, della tv e dell’immagine. La mia formazione è chiaramente teatrale, ma ho avuto frequentazioni di tipo televisivo che cinematografico. Questo comporta per esempio l’utilizzo del suono. A teatro normalmente la sonorità è di sottofondo, un ornamento. In tutte quante le mie regie il suono è un altro personaggio, una parte importantissima dello spettacolo. Nel monologo di Veronica c’erano effetti polistrutturali, un grande crescendo nei momenti in cui si arrabbia, oltre ad esserci la luce rossa che la rendeva “bestiale”. Per fare un breve suono composto da 8 effetti ho lavorato un’ora e mezzo al computer. Si cominciava con dei leggeri rombi, poi subentravano via via rumori di terremoto, un crollo, dei maiali, di una tigre e di un’esplosione. Questo è per me fare regia, quando serve. Poi c’è anche lo spettacolo in cui bastano solo delle candele e non si ha bisogno di musica. In questo caso, trattandosi di spettacolo comico e della durata di 10 minuti si doveva necessariamente dare un segnale forte e di impatto.

Hai affermato che ti ha divertito lavorare molto alla regia di questo monologo e che dirigere attori bravi fa la differenza. Veronica Milaneschi peraltro è una tua collaboratrice storica.

Assolutamente si ! Un regista ha bisogno di avere dall’altra parte una disponibilità attoriale molto ampia, perchè la libertà del regista si amplifica con il talento dell’attore. Si potenziano a vicenda. Più il regista è bravo, più l’attore si lascia andare, e questo ne aumenta la creatività dello spettacolo. Quindi diventa una nota esponenziale che rende fare regia un mestiere meraviglioso. Ci sono moltissimi attori che non sono neanche in grado di capire che cosa vuol dire “recitazione in maggiore“, “recitazione in minore“, controtempo o ritmo. Quando devi lavorare con attori del genere sei costretto a fare il lavoro più basso possibile e dire “Dilla giusta e arrivederci…“. E questo comporta la moltitudine di spettacoli piatti che si vedono oggi nei nostri teatri. Il teatro è un mestiere per le eccellenze, non per la “media manovalanza”. Veronica è un’attrice giovane ma con una grande esperienza. Io l’ho incontrata la prima volta nel 1999 in uno spettacolo di Arturo Brachetti, “Sogno di una notte di mezza estate“. Facevamo i due innamorati, lei era Ernia e io Lisandro. Ricordo che era il suo primo spettacolo, ovviamente giovanissima, ma già generosa e talentuosa. In questi anni ha potuto approfondire ulteriormente, anche grazie all’incontro con registi importanti. E’ una persona seria che sa quello che vuole fare, ed è questa la differenza! Fare veramente bene un personaggio non è da tutti. Veronica è un’attrice con una fisicità molto particolare: piccola, spigolosa, minuta, ma con una voce potentissima e con una versatilità rara. Lei poi mi conosce perfettamente e sapeva qual è il mio livello di richiesta quando mi ha chiamato per questo lavoro.

Allo short lab hai seguito la regia anche di Cantigola, monologo di Roxy Colace, che però non è andato avanti.

Cantigola” è stata commissionata dalla mia amica Rossana Colace, anche lei attrice molto molto brava, proveniente dal musical e da situazioni di performance. E’ quindi anche cantante e ballerina, e questa è stata la prima volta che si misurava con un monologo drammatico. Ha scritto un pezzo bellissimo, totalmente diverso da quello di Veronica, e su questo il lavoro di regia è stato ancor più strutturato. Giusto per fare un esempio in Storia di incroci e d’anarchia c’erano solo 7 tracce audio, mentre in quello di Rossana 18, sempre in dieci minuti. Questo spettacolo richiedeva più metafore, segnali, ed è nato originariamente da un monologo di un’ora. Forse doveva assolutamente arrivare in finale perchè il testo era fortissimo e Roxy è stata straordinaria. Comunque diventerà uno spettacolo indipendente per la prossima stagione qui a Roma. Quello di Veronica invece farà parte di un mio progetto molto grande, ma ne darò notizia ufficiale tra un mesetto.

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