Patrizio Cigliano: ecco il mio teatro moderno

Il lavoro di un attore teatrale è di gran lunga superiore rispetto a quello cinematografico. Non può sbagliare la scena, è sempre concentrato, deve agire rapidamente, in un sola serata, per poi replicare quella dopo. Patrizio Cigliano ha dimostrato questo talento interpretando sul palcoscenico del Sistina il celeberrimo personaggio di Mandrake del film “Febbre da cavallo” (qui la recensione) non certo semplice da riproporre. L’ originalità e la sicurezza dei propri mezzi che ha espresso in questa performance teatrale è frutto di una lunga carriera non solo da attore, ma anche da autore, regista. Una forte sensibilità verso le problematiche del mondo teatro, che in Italia sarebbe da svecchiare, lo ha portato a realizzare delle pièces moderne, intense e soprattutto vere.

La scena della truffa a Rossinì. Da sinistra Patrizio Cigliano, Tiziano Caputo, Andrea Perroni e Maurizio Mattioli.

Roma. Puntualissimo all’appuntamento dinanzi al teatro Sistina, Patrizio Cigliano, in una lunga ma interessante intervista, ci racconta curiosità sul nuovo spettacolo, i momenti professionali importanti e le considerazioni da esperto addetto ai lavori.

Rappresentare a teatro un personaggio di un film, e farlo dal vivo, ogni sera, senza possibilità di ripetere la scena, ha sicuramente difficoltà maggiori. Tu sei riuscito a superarle alla grande, complimenti! Ci hai regalato un’interpretazione convincente, disinvolta, ma anche un qualcosa in più, come l’inedita parte canora. Raccontaci, come è avvenuta la preparazione al “mitico” Mandrake?

Ti ringrazio! La preparazione del personaggio è stata quella classica da attore di teatro. Ho studiato un copione che mi è stato dato, tenendo poco presente inizialmente il lavoro del film, proprio perchè quando si parla di pellicole divenute cult, credo che sia più prudente distaccarsene, anche per non sacrificare la creatività di un attore. Essere alle prese con un personaggio grandissimo, divertentissimo, molto noto, richiedeva assolutamente una personalizzazione. Questo è stato il mio obiettivo primario e sono molto felice di averlo realizzato in qualche misura.

Il rapporto con il resto della compagnia? Che gruppo si è creato?

E’ una bellissima compagnia, c’è un grande affiatamento, abbiamo lavorato bene. Siamo tutti molto diversi fra di noi; ci sono doppiatori, attori da teatro, da avanspettacolo…insomma c’è un pò di tutto. Ed è molto bello perchè ciascuno ha potuto attingere dall’altro l’humus necessario per realizzare Febbre da cavallo. Io ho partecipato ad altri musical, ma la commedia musicale vera e propria non l’avevo mai fatta. Quindi l’apporto della compagnia è stato senz’altro di aiuto alla costruzione del percorso spettacolare. Poi ci vogliamo tutti molto bene, il che è sempre raro in teatro. C’è una grande osmosi interna insomma, e soprattutto ci si sostiene a vicenda che è importantissimo. Il teatro è una squadra, non si lavora da solisti, la macchina teatrale è una macchina corale, sempre. Anche quando ci sono i super-protagonisti lo spettacolo lo fanno tutti, e comprendo anche i tecnici, i fonici, gli scenografi e un altro personaggio fondamentale: il pubblico. Deve collaborare anche lui, e quando c’è, lo spettacolo parte e va. 

Secondo te, Bruno Fioretti – Mandrake al tempo d’oggi, sarebbe ancora un fedelissimo degli ippodromi?

Probabilmente farebbe altro e sarebbe peggio! La mania dei cavalli poggiava su qualcosa di fisico, di live, che oggi non c’è più. Adesso ci sono i giochi online, virtuali, che sono più pericolosi perchè creano una solitudine nel giocatore che è autoreferenziale, e comunque succedono ancora cose terribili di gente che va in bancarotta. La crisi delle corse dei cavalli, per quel che riguarda l’Italia,  forse viene dal fatto che l’italiano è più pigro, quindi i nostri ippodromi non sono andati più forte, e sono addirittura chiusi. La schedina del Totip, che ai miei tempi era collegata persino al festival di Sanremo, credo che non esista neanche più. Sicuramente a quei tempi la febbre da cavallo aveva creato grandi disperazioni in chi perdeva perchè comunque era uno dei giochi di punta. Oggi secondo me è più grave il tipo di gioco che si rincorre e Bruno Fioretti avrebbe rischiato cose più serie rispetto al fatto che quando perde non riesce a fare l’amore.

Adesso hai un ruolo comico,  in realtà tu nasci professionalmente dalla drammaturgia.

La drammaturgia di uno spettacolo teatrale permette agli attori di scambiarsi fra di loro le energie necessarie e di convivere il bello di uno spettacolo e di un copione sviscerandolo in tutti quanti i dettagli. Io vengo da questo teatro, di prosa, fatto secondo i criteri tradizionali. Per formazione ho avuto la fortuna di incontrare grandi nomi del teatro italiano, e per 25 anni di carriera ho potuto continuare a studiare anche dopo il diploma accademico della Silvio D’amico. Sono grato ai miei maestri come l’immenso Orazio Costa, che è il più grande teatrante che sia mai esistito in Italia con Strehler, e l’unico che ha creato un metodo di recitazione totalmente autonomo, che è il metodo mimico. Poi  ho potuto perfezionarmi con grandissimi come Franco Zefirelli, Giancarlo Sepe, Arnoldo Foà, Gabriele Lavia, Marco Carniti e Arturo Brachetti, che è tutt’altro genere ma con una grande personalità.

Una scena di Hamlet Project, inedita prima edizione originale di Shakespeare, 2014

Hai fondato sin da giovane una tua compagnia, quali sono stati i tuoi stimoli?

Io ho cominciato questo percorso teatrale sui banchi del liceo, prima ancora di entrare in accademia d’arte. Amando la dimensione attoriale e il teatro in generale, ho capito che quest’arte ha bisogno di scrittura, di tanto studio, e con coraggio nel 1987 formai la mia compagnia che tutt’oggi è l’Associazione culturale Arcandinoè. Abbiamo fatto più di 25 spettacoli tutti dedicati alla drammaturgia contemporanea, perchè io credo che il vero teatro, così comè in tutto il resto del mondo, dovrebbe essere attuale. Siamo l’unico paese al mondo in cui il panorama teatrale è composto per il 70% da repertorio e il restante 30% da novità, e questo è un grave problema, in quanto il teatro è oggettivamente la cartina tornasole della società. Il teatro racconta la società, lo ha sempre fatto in tutte le epoche. Nel nostro paese purtroppo si racconta il passato, e invece secondo me è più interessante raccontare l’epoca moderna che è ricca di spunti, contraddizioni, elementi di riflessione che servono a far pensare a tutti i livelli. Poi la drammaturgia contemporanea ha un problema di divulgazione che è stato molto mal gestito negli ultimi 20 anni dal sistema teatro italiano e quindi ne soffre. Siamo costretti a vedere rivisitazioni di classici in chiave moderna, una dietro l’altra, alcune meravigliose, altre pretestuose non hanno un grande valore aggiuntivo. Amleto è perfetto così, non c’è bisogno di farlo in maniera strana, è un capolavoro. In quel caso però l’autore (non a caso si chiamava Shakespeare) racconta una dinamica che è riuscita a diventare eterna. Il personaggio, pur essendo un principe, è senz’altro un uomo e come tale racconta problematiche universalmente condivise.

Nell’album “Ordine sparso” hai toccato temi purtroppo ancora attuali e delicati, specialmente nel brano D.P. (qui il video)

Certo certo. Io ho fatto questo primo e unico disco, nel lontano 2007. E’ un cd molto vario, un esperimento che io ho voluto fare perchè da sempre ho la passione del canto e della scrittura. Alcune canzoni, anche dal punto di vista della musica sono mie, come tutti i testi. E il brano che hai citato, che è proprio D. P., è una delle canzoni che mi sta più a cuore, perchè parla del problema dei bambini rapiti, che sappiamo benissimo essere una grave piaga della nostra brutta società.

“A Cuore Aperto” è rappresentato a Roma dal 2002 con oltre 600 repliche per più di 7000 spettatori.

Innumerevoli le tue esperienze, progetti e riconoscimenti in vari settori artistici. Dei ricordi che senti particolarmente?

Il mio percorso è  stato elastico poichè ho voluto curiosare un pochettino dappertutto. Quindi sia come attore che come autore, che come regista, ho spaziato fra il musical e la commedia, il drammone, la rivisitazione. Ricordo una mia versione dell’ Hamlet al teatro dell’Orologio con 4 settimane di tutto esaurito (con la partecipazione di Proietti nella voce del fantasma n.d.r.).  “A cuore aperto è uno spettacolo che io amo profondamente; come dice il titolo è a cuore aperto sia per chi lo recita che per chi lo vede. E’ un ricordo indelebile, vivo e sempre lo sarà. Probabilmente l’anno prossimo lo riprenderò per la dodicesima volta perchè è uno spettacolo che è andato sempre molto forte, di grandissima potenza emotiva insomma, una roba drammaticona bella pesante, ma pesante bella però! Ho bei ricordi quasi dappertutto, mi sono trovato in grande accordo con i registi, le produzioni, con gli spettacoli. Mi sono sempre divertito, io non faccio l’attore per timbrare il cartellino, altrimenti avrei fatto altro che dà molta più sicurezza economica. Mi piace la curiosità, all’interno di questa io “scavo”, a volte non trovando. Certe volte gli spettacoli non vengono sempre come li avresti immaginati tu perchè qualcosa non ha girato, però è giusto cercare in quel pozzo senza fondo che è l’animo umano applicato alla recitazione e al teatro.

Una curiosità sul doppiaggio. Hai prestato la voce a Seth Cohen nel telefilm O. C., ma non solo!

Si, io ho fatto per 5 anni la voce dell’attore Adam Brody nel personaggio di Seth in Orange County, e in altri 3-4 film che sono usciti a seguire. Amo il doppiaggio, l’ho svolto da quando avevo 14 anni, inoltre mio fratello è un noto doppiatore, si chiama Alessio Cigliano. Prestare la voce è una specializzazione ulteriore dell’attore, che deve essere una persona poliedrica in grado di spaziare su tutto. Ovviamente non renderà sempre allo stesso livello, ci sarà qualcosa in cui riuscirà meglio e in altre peggio, ma vietarselo è un errore. Soprattutto impigrisce, impoverisce ulteriormente, tentare è sempre una cosa utile per il nostro mestiere. Il doppiaggio ti permette di fare alle 9 un pazzo, alle 13 un comico, alle 19,30 un depresso; è l’unica possibilità attoriale veloce e dinamica che ti consente più ruoli in un giorno solo, a differenza del film e del teatro. E’ richiesta una versatilità vocale, attoriale non indifferente, che io trovo divertentissima. Faccio anche direzione di doppiaggio, traduzioni e adattamenti ai dialoghi.

Da regista e autore, un pensiero ai giovani. Cosa pensi debbano fare/avere i nuovi aspiranti artisti?

I giovani hanno dei grossi problemi. Il primo è che non esistono più i grandi maestri, soprattutto per chi si vuole avvicinare al teatro, ed è un limite grandissimo. Con la mia compagnia mi trovo frequentemente a fare dei provini, perchè ho sempre voglia di conoscere attori nuovi e di dare spazio. Offro sempre ruoli protagonisti a attori poco conosciuti, a giovani, ed è giusto che sia così. Purtroppo dalla metà degli anni ’80 si è affermato il problema del “nome in ditta”, ovvero il nome dell’attore che richiama il pubblico, per cui non si va più a vedere lo spettacolo x, si va a vedere l’attore x, che è un’ arma a doppio taglio perchè non è sempre sinonimo di qualità. Altri spettacoli di attori sconosciuti sono molto più validi ma non suscitano interesse. Nel provino si vede la parte tecnica, perchè quella artistica la mette il regista insieme all’attore successivamente. Se si presenta un attore che non ha dizione, sei costretto a farlo fuori. L’attore parte da una base rigorosa fatta di proprietà di linguaggio, di prossemica, di utilizzo del corpo. Il provino serve solo per capire da dove vieni, con chi hai studiato, come usi la voce, come ti muovi sul palcoscenico e come reagisci agli imput del regista. Molti giovani, nei miei provini recenti, non sono preparati a questo e sbagliano clamorosamente, ed è un dolore. Io questa cosa l’ho capita passando dalla parte del regista, forse li sbagliavo anche io. Nelle scuole di recitazione ci dovrebbe essere una materia su come si fa un provino, perchè il 90% fallisce e l’attore perde quei 5 minuti fondamentali per ottenere un lavoro.

Patrizio Cigliano chiude la sua intervista con un video-saluto, ricordandoci l’appuntamento al Sistina con Febbre da cavallo e ci regala una divertente battuta finale. Non resta che guardare!

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Patrizio Cigliano lo potrete seguire su:

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