Enrique Moya : quando l’arte incontra la poesia

La sede romana della Galleria d’arte Triphè presenta “El gran silencio”, mostra personale dell’artista spagnolo Enrique Moya, a cura di Maria Laura Perilli. Realizzata con il patrocinio dell’ufficio culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia e di AEPE (Associacion Espanola de Pintores y Escultores), l’esposizione sarà visitabile fino a venerdì 15 dicembre.

Qualcosa di speciale e misterioso

Le opere di Enrique Moya si propongono come una suggestiva e colta accoglienza nei confronti di chi si accinge a percorrere la strada di questo ’’grande silenzio’’. Una tacita dimensione nella quale, come funamboli su una corda, aleggiano disegni a matita di corpi quasi in trasparenza, farfalle bloccate per sempre in una aria senza tempo e libri antichi, forse anche essi inseriti in un’ incerta e immortale sopravvivenza alla storia. Nel libro sta talvolta una verità celata, nelle pagine bruciate rimangono anche fogli bianchi, risparmiati al sacrificio. In fondo, solo attraverso quegli scritti che giungono alla libera interpretazione dei lettori, si svela tra le righe una propria verità e non quella universale. Nel non tutto bruciato e in una farfalla che si appoggia, c’è la speranza di un pensiero rinnovato.

Il grande silenzio della riflessione

Il corpo, quasi come un contenitore, interagisce con il libro in tutte le sue parti. Le mani per sostenerlo, gli occhi e la bocca per leggerlo, le orecchie per ascoltare il ritorno di ciò che si legge. Tuttavia solo una parte è legata al libro da un filo invisibile: la mente. La mente, infatti, assorbe quella verità scritta e poi la rielabora. La metabolizza e, successivamente, entra nel grande silenzio della riflessione. La scatola corporea si rilassa e il peso di quella verità scivola via; il pensiero gira e svuota la mente per arrivare alla verità nascosta. La leggerezza dei corpi disegnati da Enrique Moya rappresenta l’involucro che non c’é più. È rimasta solo l’anima e il corpo diviene una trasparenza in lontananza, attraversata da parole e pensieri in piena e continua rielaborazione. In alcune opere poi l’immagine della verità è avvolta in una cornice ovale dorata sulla quale si poggia una impalpabile farfalla.

Arriva dopo la tempesta un grande silenzio. In un’area rarefatta, sta la poesia della leggerezza sulla punta di un insetto dal fascino e dalla forza immortale.

L’equilibrio degli opposti

L’Italia gioca un ruolo fondamentale per la formazione artistica e culturale di Enrique Moya González il quale, grande appassionato dell’arte del passato, ha trovato nel nostro Paese la sua fonte d’ispirazione nei suoi lavori. Oltre all’arte italiana, si coglie spesso un chiaro riferimento all’arte africana, utilizzata dall’artista come strumento per spiegare diversi concetti antropologici. Gli studi sull’antropologia portano l’artista a riconsiderare il rapporto tra maschio e femmina, e in particolar modo, sul legame che unisce questi due mondi apparentemente opposti. In cosa siamo diversi? Cosa invece ci accomuna? Come trovare il giusto equilibrio? Ecco le domande che si pone l’artista con sottile intuito e che ritroviamo nelle sue opere.

Le bruciature su carta

L’idea artistica trova il suo equilibrio nella materia, lavorata con grande rispetto e devozione da Enrique Moya. La carta, in particolar modo, non è solo il supporto fisico delle sue opere, ma è qualcosa di ben più profondo. Si adatta, entra in sinergia con l’artista che accetta il suo mistero intrinseco. Le bruciature visibili sulle opere sono “graffi” di presenza. All’inizio della sua carriera le abrasioni sulla tela erano poco controllate, ma col tempo l’artista ha saputo trovare la giusta convivenza tra la sua tecnica e il caso. Le abrasioni infatti mostrano piccole pellicole che si staccano dalla tela, formando delle gocce, degli schizzi che prendono vita, ricordando che la causalità è sempre accanto all’artista. Per questo l’arte di Enrique Moya è unica, originale e non catalogabile. Non è una fotografia, una pittura, un disegno, una stampa né un’incisione. Le bruciature visibili nei quadri sono un modo per rompere gli schemi, capovolgere, spezzare i discorsi e trovare il punto di congiunzione tra le parti. Le sue tele nascono da un mondo interiore. Lo spettatore ha la possibilità di scrutare e vedere l’universo dell’artista e, allo stesso tempo, di lasciarsi trasportare.

Quando:

dal 15 novembre al 15 dicembre

Dal martedì al sabato, orari : 10.00-13.00 16.00-19.00

Info:

tel: 366/1128107

info@triphe.it  www.triphe.it   https://www.facebook.com/galleriatriphe/

Dove:

Galleria Triphè, via Delle Fosse di Castello 2, Roma

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