Domenico Macrì: il nostro spettacolo riscopre semplicità e tradizione

Uno spettacolo teatrale che unisca musiche dal vivo, tradizioni popolari e storie toccanti è sempre raro da vedere, specie al giorno d’oggi. “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”, infatti si basa su esperienze e racconti realmente accaduti a persone vissute nel dopoguerra, raccolte da interviste registrate e poi adattate in scena per il palcoscenico. Il testo, curato e ideato da Agnese Fallongo con la regia di Alessandra Fallucchi, si è aggiudicato il premio di miglior corto teatrale e miglior regia alla rassegna Short Lab 2017 (qui l’articolo). Il bravo cast, composto da Domenico Macrì (premiato anche come miglior attore), Eleonora De Luca, Teo Guarini e la già citata Agnese Fallongo, ha dato vita ad un’opera divertente, armonica, poetica e coinvolgente. Ambientate nel centro-sud Italia, le vicende e i loro personaggi rispecchiano un modo di comunicare e di pensare ormai superato, del tutto diverso dalla società odierna. Ma essenzialmente il punto forte è la riscoperta di una saggezza quasi perduta che dovrebbe tramandarsi per non essere dimenticata per sempre. Alcune curiosità sui protagonisti, filmati video e foto le potete vedere visitando la pagina facebook ufficiale. Ecco qui il trailer con alcuni estratti del corto, il quale verrà riproposto nei teatri (da Ottobre n.d.r.) in una versione più estesa.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Domenico Macrì, il quale ci racconta le sue esperienze professionali e alcuni aspetti del suo carattere. Si è affacciato nel mondo artistico quasi per caso, proprio perchè curioso di capirne il funzionamento. Rimastone affascinato, ha cominciato la classica gavetta, proseguendo con passione il suo percorso, convinto della propria scelta lavorativa. Visti i recenti ottimi risultati, ne sentiremo sicuramente parlare. In bocca al lupo Domenico!

A un mese dalla vittoria allo Short Lab 2017 con il corto “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare” e il tuo personale premio come miglior attore, immagino siano ancora vivi in te emozioni e ricordi, vero?

D. Sono ancora molto vivi. E’ stata veramente una sorpresa vincere un premio così, avere riscontri positivi di uno spettacolo portato in scena è davvero bello. Vedi che gli sforzi profusi sono riconosciuti e colpiscono in qualche maniera il pubblico. Spesso si va a teatro e poi si esce esclamando: “si carino…ma niente di che…”. E questo ti fa dire oggi vado a teatro, domani non lo so. Quando invece ricevi consensi esterni onesti e sinceri, significa che quel che hai fatto ha un valore e viene apprezzato da chi riceve “il prodotto”.

A me ha colpito molto che dei giovani attori siano andati a riscoprire le tradizioni popolari antiche del centro-sud Italia. Non solo recitazione ma anche canto e musica interpretati con bravura e passione da tutti voi. Insomma avete sensibilizzato e coinvolto il pubblico con la poesia e il ritmo! Secondo te qual’è stato il fattore che ha fatto la differenza rispetto agli altri corti in gara?

D. Noi in particolare ci siamo affezionati a questo progetto, proprio perchè parla di cose che si stanno ormai perdendo. Ad esempio nello spettacolo c’è un pezzo che parla di una donna che viene corteggiata per un mese dal tizio che gli dedicava ogni sera una serenata. Adesso queste cose non esistono praticamente più; siamo bombardati dalla tecnologia con whatsapp, facebook, dove tutto è talmente immediato che non possediamo nemmeno la volontà di esporci realmente. Abbiamo riportato la volontà di “scoprirsi” qui a teatro, di guardare all’uomo in maniera anche profonda, e questo secondo me ha raggiunto il pubblico. Noi l’abbiamo presentata anche in maniera semplice, perchè non avevamo un impianto scenico grande. Ad esempio, il voler ricreare il mare con un lenzuolo è una cosa che sicuramente colpisce; siamo stati essenziali ed efficaci come lo sono i temi dello spettacolo.

Dal monologo di Mamozio: “Che a me il mare mi piaceva, ma preferivo guardarlo la sera, dalla riva, con tutto il riflesso della luna sull’acqua… e mi piaceva pensare all’amante di mio nonno, a Maria: la donna col vestito fatto di mare. E pensavo che pure io ci volevo ballare però mi vergognavo, come quando c’è una femmina troppo bella che tu ti vergogni… eh, così! Mi bastava sentirne il profumo…”

Il personaggio di Mamozio, il pescatore calabrese che hai inscenato, sognatore e un poco timido, si avvicina al tuo carattere o è completamente diverso?

D. Un po’ si. Proprio l’altro giorno parlavo con una mia amica che conosco da quando avevo 14 anni, e mi ha detto: “io mi ricordo che sei sempre stato timido sin da piccolo”. Quindi probabilmente un fondo di verità c’è! E’ vero, il personaggio ha una parte molto sognante e in una certa misura mi ci ritrovo. In realtà quando andiamo sul palco e creiamo i famosi personaggi, c’è sempre qualcosa di nostro, sono cose che riguardano la nostra essenza, la nostra intimità. I caratteri che c’erano in scena sono pezzi di me, della mia personalità. C’è sempre questo mito del personaggio, come se fosse qualche cosa fuori da noi. Invece l’attore deve saper incontrare con la sua sensibilità le parole scritte sul copione. 

Di recente hai avuto altre esperienze a teatro a stretto contatto con personaggi di rilievo, raccontaci.

D. Ho lavorato con la regia di Daniele Pecci nell’Amleto, che ha debuttato a ottobre scorso al teatro Quirino a Roma. La tourneè ha continuato a girare da gennaio e febbraio e anche ultimamente abbiamo fatto qualche data. E’ stata una esperienza pazzesca, molto significativa, anche perchè ho avuto la fortuna di stare vicino a attori di grande spessore. C’èra una buona umanità nella compagnia, un’armonia interessante che mi ha dato davvero tanto.

Ti sei specializzato in diversi seminari e soprattutto nell’accademia nazionale d’ Arte del dramma antico. Ma quando e grazie a cosa ti è scattata la voglia di fare l’attore?

D. Per caso, devo dire la verità! Partiamo dal presupposto che io sono nato in Calabria, a Gioia Tauro, un paese che non offriva un grande movimento teatrale. Diciamo che non c’è proprio…., come anche nei dintorni, purtroppo! Non ho avuto quindi da ragazzo una istruzione in questo senso. Trasferitomi a Roma per studiare all’università, un giorno camminando sotto casa mia, ho trovato una agenzia di cinema e sono entrato a chiedere come funzionasse la cosa. Dopo due giorni fui chiamato per i primi lavori per la televisione, con i quali mi pagai la mia prima vacanza in Spagna. Dopo quel set iniziai a frequentare i primi laboratori di teatro e appunto l’accademia d’Arte a Siracusa. Qui ho lavorato al teatro Greco in alcune tragedie tra cui Edipo Re, Antigone, Agamennone, Le Supplici. Dopodichè continuai teatro a Roma con Giancarlo Sepe nel suo “The Dubliners”. Mi sono documentato e appassionato alla recitazione soltanto dopo aver conosciuto questo mondo, su questi set. 

A sinistra Domenico Macrì in una scena dell’Amleto di Daniele Pecci , a destra in “The Dubliners” di Giancarlo Sepe, PH T. Le Pera

E oltre alla recitazione conservi altre passioni artistiche?

D. Mi piace molto suonare la chitarra, uno strumento che suono ormai da qualche anno. Ho un debole per la musica jazz e per il blues. Poi ho sempre avuto una passione per la danza contemporanea, che ho studiato, scoperto e approfondito prima e dopo l’accademia. Sono particolarmente attratto da questa forma d’arte del corpo che secondo me dà più libertà di espressione. Con il teatro non ho avuto modo di fare uno spettacolo che la comprendesse, forse non ne sono nemmeno in grado perchè non sono un vero danzatore.

Quale obiettivo ti poni nell’immediato? Il tuo sogno professionale che vorresti realizzare?

D. Nell’immediato inizierò il 15 maggio le prove dello spettacolo Riccardo II con la regia di Peter Stein. Quando ho iniziato, il mio sogno era quello di fare questo mestiere senza bisogno di farne altri per poter compensare. Adesso fare l’attore non è una cosa molto semplice. Il mercato è davvero pieno e c’è poco spazio, e poi perchè recitare implica una grande responsabilità nei confronti di se stessi. Dal momento in cui si sceglie questa vita bisogna dedicarcisi a pieno, senza disperdere energie in altre cose, altrimenti ci sono 1000 altre persone che vanno avanti a te. Il percorso che sto facendo adesso non è un punto d’arrivo ma di partenza. E’ la continuità quello che voglio, che è diverso dal “voglio diventare famoso”. Vivere lavorando come attore penso sia un buon inizio, e i pochi passi che ho fatto li sto facendo nella direzione che desidero. Ed è una grande gioia, soprattutto dopo aver ricevuto consensi e lavorare con persone che stimi. Tutti riconoscimenti che alimentano quella parte di me che vuole continuare a far questo mestiere. Guardandomi attorno, con questa crisi che c’è nel teatro, mi sento molto fortunato e privilegiato!

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