Cristina Chinaglia, quando la comicità diventa “agrodolce”

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Il percorso artistico di Cristina Chinaglia è sicuramente caratterizzato da numerose attività formative. La frequentazione del corso di Espressione Teatrale a Bologna e della  Scuola del teatroLab diretta da Antonio Albanese sono solo alcuni step che l’ hanno portata a perfezionarsi. Dopo aver conseguito la laurea in Lingue, Letterature e Culture Moderne, si e’ dedicata completamente al teatro nel duplice ruolo di attrice e cantante in spettacoli classici e moderni. Allieva nei laboratori di Giovanni Veronesi e Massimiliano Bruno per il cinema e l’”Atelier” di Albertazzi per il teatro, ha trovato qui lo stimolo a scrivere testi propri. Infatti è autrice di alcuni monologhi, l’ ultimo dei quali risultato vincitore allo Short lab 2017. Di recente ha avuto esperienze allo Zelig Lab, mentre quest’anno è stata presente come attrice in 3 pellicole cinematografiche.

Cristina Chinaglia riceve da Massimiliano Bruno il premio “miglior monologo” nell’edizione 2017 dello Short lab.

Raggiunta telefonicamente, Cristina Chinaglia si è mostrata disponibile a rispondere alle nostre domande, ripercorrendo alcuni momenti della sua carriera con un focus sul suo lavoro da poco premiato.

Ancora complimenti per la vittoria del tuo monologo allo Short lab 2017! Ci puoi presentare “Risonanze Magnetiche” e dirci da cosa è stato ideato?

C. Grazie! E’ un episodio di uno spettacolo che io avevo già in mente e finora mai rappresentato, dal nome “Moriremo tutti ma tu di più“. In realtà è una specie di seduta psicanalitica all’interno di una risonanza magnetica, dove la protagonista è una ragazza molto indaffarata, agitata, confusa. Anziché vagare con il pensiero nel chiuso del macchinario, parla al medico (il pubblico in questo caso) mettendo a nudo le cose della sua vita che non vanno in quel momento. La vicenda un pò surreale si conclude con la ragazza che cerca ancora il medico a cui raccontare di sé, come se fosse un analista. L’idea mi è nata proprio mentre facevo una risonanza molto tempo fa. Non sono particolarmente claustrofobica, ma volendo evitare brutte figure e schiacciare il pulsante per farmi aprire, in quel momento cominciai a pensare a delle cose, anche perché dovevo rimanere parecchi minuti. Questo pretesto narrativo mi è rimasto impresso. In “Moriremo tutti”, che sarebbe il progetto un pò più ampio, succederanno delle cose immaginarie nel poco tempo che resta prima della fine del mondo. Però non dico altro perché siamo ancora in fase di lavorazione.

Nei tuoi monologhi si ride tantissimo, c’è satira, ma dai spazio anche a spunti riflessivi.

C. Mah, si. Mi piace molto scrivere per far ridere, mi piace la comicità, la commedia, il teatro comico. Alcune cose le avevo presentate allo Zelig Lab. Però mi piace una comicità un pò “agrodolce”, a volte un pochino cinica, come chiave di lettura di alcune cose del mondo, un poco mi appartiene o comunque fa parte del mio modus-scribendi diciamo. Dei personaggi che presento mi piace il contrasto tra il loro modo di essere e le convenzioni della società che li costringono a comportarsi in una certa maniera. Ci provo a inserire spunti di riflessione. Ho presentato qualche tempo fa un monologo che si chiamava “Chi si riconosce è perduto“. Metteva in scena alcuni tipi di donne, di uomini, esempi positivi che in realtà poi non si rivelavano tali, infatti chi si riconosceva era perduto. Altri erano corti teatrali che ho presentato anche a Zelig, uno su una madre surrogata e un lavoro sul tema della maternità in età avanzata. Spesso indago le tematiche femminili, ma traggo spunti anche dall’attualità, e se mi capita faccio anche un pò di satira politica.

Cristina Chinaglia al fianco di Giorgio Albertazzi e in altre scene nella rappresentazione teatrale del “Mercante di Venezia.

Quali sono i ricordi del tuo percorso teatrale che senti particolarmente?

C. Sopra tutti vorrei ricordare l’incontro professionale con Giorgio Albertazzi, scomparso purtroppo l’anno scorso. Ho avuto il piacere di lavorare con lui per un anno e quattro mesi nel “Mercante di Venezia” , sua ultima tournée. Questo è uno spettacolo che porterò nel cuore, anche perché lui è stato un maestro avendo frequentato in precedenza il suo Atelier. Sono particolarmente felice di aver condiviso prima l’addestramento e poi anche il palcoscenico con lui. Mi ha sicuramente segnato e insegnato molto; io interpretavo un ruolo maschile del servitore Jobbino, un personaggio comico della commedia. Mi ha portato molta fortuna avendo ricevuto critiche positive. Lo definirei una sorta di “giro di boa”, anche perché non capita sempre di fare tournée così lunghe con quasi 200 date. E’ cosa di altri tempi, che forse i giovani attori di adesso fanno fatica a sperimentare. Come se si fosse tornati indietro nel tempo, quando le compagnie giravano ovunque. Per me è stata una palestra importantissima, recitando con frequenza. Devo dire che Albertazzi mi ha tanto incoraggiato a scrivere cose mie, lui come anche Massimiliano Bruno, con cui feci un laboratorio tempo fa. A me piace scrivere, io sono laureata in letteratura, ho fatto lingue straniere, ma la passione del teatro l’ho portata avanti grazie a queste esperienze.

Non solo teatro, hai avuto di recente anche esperienze cinematografiche?

C. Si, ho fatto un piccolo ruolo comico nel film “Mister Felicità” di Alessandro Siani, uscito a gennaio. Mi è piaciuto tantissimo recitare con lui perché davvero è una persona molto divertente, professionale e poi nella regia è molto attento. Poi ci sono altri due film in uscita, in cui ho fatto ruoli più grandi. “Il flauto magico di Piazza Vittorio“, è la trasposizione cinematografica del flauto magico di Mozart, con parti cantate come nell’opera. La sceneggiatura e la musica sono state riadattate in una chiave molto particolare, che poi si vedrà. Questo film è prodotto da Paco cinematografica e diretto da Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. Fra i protagonisti ci sono Fabrizio Bentivoglio, Petra Magoni, Violetta Zironi e artisti da tutto il mondo come Ernesto Lopez. Ha un respiro molto internazionale ed è un progetto interessante e ambizioso, insomma è particolare. Poi c’è l’opera prima di “Beate“, per la regia di Samad Zarmandili, che è una commedia molto divertente con Donatella Finocchiaro, Paolo Pierobon, Lucia Sardo e Maria Roveran. Entrambi i film usciranno a breve, non so se il “Flauto” possa uscire per il Festival di Venezia, ma questa forse è una speranza più mia (ride), perché penso che possa rappresentare al meglio l’Italia.

Dal film “Mister Felicità” di Alessandro Siani

So che hai un’ottima voce, quale genere preferisci cantare ?

C. Eheheh, grazie. Allora io ho cominciato a studiare musica prima di recitazione. Ho imparato a suonare il clarinetto a 7 anni e poi ho fatto il conservatorio ma non mi sono diplomata perché ho smesso. Ho studiato anche canto lirico, ho smesso anche quello e ho cominciato a cantare con gli amici musica leggera. In realtà è stata sempre una passione collaterale, non è mio interesse fare la cantante, ma se capita di dover cantare qualcosa per uno spettacolo teatrale si, perché no. A volte canto un’aria lirica così per ricordarmi un pò, ma principalmente mi piace il rock inglese e le ballate melodiche.

Insegni ancora Tecniche di dialogo al master di narrazione della scuola Palomar di Rovigo?

C. In realtà non più. Mattia Signorini è un mio amico, un romanziere, e siamo entrambi Polesani, lui di Rovigo io di Badia di Polesine. Lui ha deciso di aprire un corso di scrittura con la sua scuola molto bella, e in realtà ho cominciato anche io ad avviare delle collaborazioni per questo progetto da intraprendere. Però poi per degli impegni personali ho rinunciato, ma non nascondo che mi sarebbe piaciuto far conciliare le cose. Io adesso vivo e lavoro a Roma e la scuola è a Rovigo, per me sarebbe stato complicato. In futuro magari recuperiamo! Oltre a preparare scrittori di romanzi, la scuola è di interesse anche per chi scrive per il teatro nel riuscire in dialoghi che siano credibili, veri, interessanti.

Oltre alla preparazione, quali pensi siano altri fattori importanti per un attore?

C. La disponibiltà a farsi sempre modellare. Anche una forte umiltà, che non ti faccia mai sentire totalmente capace, totalmente arrivato. Bisogna sempre un pò dubitare di se stessi secondo me, perché poi nel conflitto nascono le emozioni. L’umiltà è necessaria, togliere il più possibile il proprio ego per lasciare spazio a quello che si deve trasmettere, dando al personaggio la possibilità di vivere. E’ come se tu avessi un sacchetto trasparente, già pieno di roba, che non permette di far passare la luce attraverso. Se rimane più trasparente possibile e da riempire, la luce intanto passa. Secondo me bisogna poter dare e non ricevere soltanto. Un attore si pensa voglia essere al centro dell’attenzione, invece deve essere il contrario e stare al servizio del pubblico. Se non hai nulla da dare e pretendi di ricevere non è utile.

Ringraziamo Cristina Chinaglia per la concessione del materiale fotografico.

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