Glorie di carta: in mostra i disegni degli arazzi Barberini

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma dedicano una mostra alla storia dell’arazzeria Barberini: Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini, a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte. Fino al 22 aprile 2018, il percorso museale prevede un’intera sala dedicata all’allestimento delle serie di arazzi realizzate dalla fabbrica impiantata a Roma nel 1627 dalla famiglia Barberini. In mostra tre cartoni preparatori, ciascuno appartenente a uno dei cicli che ritraggono le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e le Storie di Urbano VIII. Le serie prescelte sono le più importanti delle sette volute dal cardinal Francesco e prodotte dall’arazzeria Barberini lungo un arco di circa 50 anni di attività. I cartoni, che escono per la prima volta dai depositi dopo 20 anni, costituiscono un’occasione irripetibile per conoscere una delle più fastose committenze della famiglia, ancora poco nota al grande pubblico. 

Anteprima stampa “glorie di carta” del 19 dicembre a Palazzo Barberini

L’arazzeria Barberini

Nel XVII secolo, collezionare arazzi era quasi d’obbligo per una famiglia che, come quella dei Barberini, ambiva a un prestigio internazionale, anche perché gli arazzi erano simboli di lusso e ricchezza, ben più dei dipinti. Ma un conto era possedere arazzi, sia pure pregiati e in gran copia, altra cosa era possedere addirittura un’arazzeria di famiglia. E siccome i Barberini miravano in alto, e non badavano a spese, il Cardinal Francesco (1597-1679), nipote del papa, decise di fondarne una ex novo a Roma, naturalmente a maggior gloria della propria dinastia. L’occasione fu un regalo che il cardinale ricevette da Luigi XIII, come captatio benevolentiae per compensare il parziale insuccesso della delicata missione diplomatica. Il gesto fu grandioso e strategico: 7 enormi arazzi tessuti su disegni di Rubens, dedicati alle Storie di Costantino, l’imperatore che aveva abdicato al paganesimo per farsi cristiano e concesso pieni diritti alla nuova Chiesa. Barberini accettò il dono, ma per completare la serie, preferì servirsi della manifattura romana da lui appena fondata nel 1627. Se le arazzerie francesi facevano scuola, Roma non poteva essere da meno, se non altro nei disegni dei Barberini.

La tecnica di tessitura

La realizzazione di un arazzo era operazione complessa, lunga e costosa, che richiedeva specifiche competenze tecniche. Il Cardinal Francesco affidò la direzione della fabbrica al fiammingo Jacob van den Vliete (ovvero Giacomo della Riviera), e a bravi pittori e artisti dell’epoca la realizzazione dei disegni preparatori. La tessitura richiedeva un modello, a grandezza naturale, tracciato e colorito di solito su un cartone, il quale veniva poi tagliato in varie parti per poter tradurre il disegno nel tessuto. La tecnica adottata dagli arazzieri Barberini, detta “a basso liccio”,  garantiva una maggior fedeltà al modello grazie al telaio orizzontale. Spesso i cartoni andavano perduti, soprattutto se usati ripetutamente. Ma se è vero che i Barberini non lesinavano, neppure sprecavano. Molti dei disegni originali furono attentamente ricomposti e preservati, e persino esposti nelle sale del palazzo di famiglia, dove rimasero per oltre 3 secoli.

L’autocelebrazione del potere

Ma come venivano usati questi arazzi? Opere del genere consentivano di approntare apparati decorativi vasti come cicli di affreschi, ma assai più mobili e versatili. Durante la loro vita “operativa”, infatti, gli arazzi entravano e uscivano dalla guardaroba dove erano custoditi, per essere utilizzati secondo esigenze variabili. L’impiegato incaricato, il festarolo, doveva selezionare e persino combinare a questo scopo i pezzi delle varie serie. I preziosi tessuti si potevano anche esporre all’esterno delle residenze Barberini, come avvenne in occasione della celebrazione del centenario dell’ordine dei Gesuiti (1639), quando la chiesa del Gesù venne parata di superbi arazzi. All’occorrenza li si poteva concedere in prestito, magari a pagamento, che era un bel salto di qualità, per una famiglia che doveva le sue originarie fortune al commercio tessile.

Delle sette serie uscite dalle arazzerie romane, le tre più importanti, per imponenza, qualità e investimento ideologico, sono qui rappresentate dai tre cartoni esposti: le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e la Vita di Urbano VIII, che insieme danno la misura e il carattere dell’ambizioso progetto di autorappresentazione retorica che Urbano VIII e la sua famiglia avevano strenuamente perseguito. Tuttavia, l’attività delle manifatture Barberini non visse più del suo fondatore, ma i segni di quella gloria si possono ancora vedere, almeno sulla carta. L’arazzeria Barberini fu concepita operando a immagine e somiglianza del suo fondatore. Le serie prodotte rifletterono totalmente il disegno politico e “mediatico” del cardinal Francesco, al punto che, alla sua morte, la fabbrica cessò immediatamente di esistere.

A sinistra “Le celebrazioni del centenario dei Gesuiti”, a destra “Costantino abbatte gli Idoli”

Grandi pittori e artisti dell’epoca erano chiamati a dipingere il disegno preparatorio dell’arazzo. E’ il caso del ciclo con le Storie di Costantino (1631-1641), alla cui intera ideazione sovrintese Pietro da Cortona. Nel 1630 l’arazzeria Barberini riprese lana, seta e fili d’oro per tessere il ciclo per la quale era stata concepita fin dall’inizio dal suo fondatore. I 5 nuovi cartoni con le Storie di Costantino completavano la serie di arazzi donati al cardinale Francesco Barberini da re Luigi XIII. Il re non avrebbe potuto scegliere soggetto migliore per i Barberini. Nel corso del suo pontificato, Urbano VIII instaurò infatti un parallelo costante con il primo imperatore cristiano e fondatore dell’antica basilica di San Pietro. I cartoni romani esaltano la dimensione universalistica, temporale e spirituale della Chiesa. Al contempo celebrano le gesta di Urbano VIII. Ad esempio, Costantino che uccide il leone simboleggia il papa che protegge Roma dal flagello della peste del 1629-1632. Gli arazzi si conservano attualmente al Philadelphia Museum of Art, quattro degli originali cartoni sono nelle Gallerie Nazionali di Palazzo Barberini.

Giovan Francesco Romanelli, “La Natività”, 1644

La serie della Vita di Cristo (1643-1658), è opera di Giovan Francesco Romanelli, e viene rappresentata in mostra dalla Natività, mai esposta al pubblico fino ad ora. Questo ciclo impegna l’arazzeria in anni difficili per i Barberini. Nel 1644 il nuovo papa Innocenzo X Pamphilj, ostile alla famiglia, avvia un’inchiesta sulla condotta del defunto Urbano VIII e dei nipoti, accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini sono costretti ad abbandonare Roma. Forse anche per questo la realizzazione si protrae a lungo. Molto probabilmente, il Cardinal Francesco affida il ciclo delle dodici storie di Cristo al Romanelli sulla scorta del successo del suo precedente impegno per i Dossali della Cappella Sistina. Il pittore viterbese, cresciuto all’ombra del maestro Pietro da Cortona, ottiene finalmente la sua emancipazione, il suo riscatto. Dei dodici grandiosi arazzi, attualmente nella cattedrale di Saint John the Divine di New York, 8 cartoni si conservano a Palazzo Barberini.

Pietro da Cortona, “Ritratto di Urbano VIII”, 1627

Il ciclo di arazzi con la Vita di Urbano VIII (1663-1679), progettato dalla scuola di Pietro da Cortona, era destinato a decorare il grande salone di Palazzo Barberini. È la serie più importante realizzata dall’arazzeria e, in assoluto, uno dei più notevoli cicli biografici del Seicento. La finalità panegirica è evidente: nei fatti prescelti per raccontare la vita di Urbano VIII, biografia e allegoria si sovrappongono. Il ciclo può considerarsi il completamento ideale dell’esaltazione del papa e della sua famiglia dipinta da Pietro da Cortona nel Trionfo della Divina Provvidenza (1632–1639). In mostra anche il Ritratto di Urbano VIII di Pietro da Cortona, in prestito dai Musei Capitolini, e la Visita di Urbano VIII al Gesù (1642-1643) di Andrea Sacchi, Jan Miel e Antonio Gherardi, esposta l’ultima volta negli anni Ottanta del Novecento.

Quando:

Fino al 22 aprile 2018

orari : martedì/domenica 8.30 – 19.00. La biglietteria chiude alle 18.00

Info e prezzi:

barberinicorsini

Intero 12 € – Ridotto 6 € (fino al 22 gennaio, compreso l’esposizione di Parade di Pablo Picasso)

Dove:

Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13, Roma

Sara Lovari e la sue “Bambole di carta”

Dal 20 dicembre al 26 gennaio 2018 la Galleria d’arte Triphè di Roma, con il patrocinio di FIDAPA BPW Italy – sezione di Roma, presenta “The Queen”. La mostra personale dell’artista Sara Lovari, a cura di Maria Laura Perilli, ci propone la donna di oggi attraverso lo spirito degli anni ’60. Dall’assemblaggio di carta, cartoni, immagini e macchie di colore bianco, nascono le sue bambole di carta in una chiave tra l’ironico e il retrò. Bambole che da qualsiasi posizione tu decida di osservarle, ti scrutano con lo sguardo comprensivo tra il sensuale, il divertito e l’arrendevole. Le bambole di carta sono le donne del ventunesimo secolo, le speleologhe irrisolte del sentimento che non si spezzano mai. Loro sono delle “The Queen”!

Le “bambole di carta”, anime fragili ma non sottomesse 

Sara Lovari nasce ad Avena, Arezzo, nel 1979. Nel 2007 sceglie di dedicarsi alla pittura, intraprendendo un percorso che la porta ad esporre in Italia e all’estero. Ama usare colori acrilici e applicazioni polimateriche su supporti eterogenei. Un aspetto che la distingue sin dagli esordi è la tavolozza prettamente “lovariana”, ottenuta a partire da una triade di colori base. Inoltre i soggetti sono tratti dalla quotidianità. Prendono forma sulla tela, grazie alla viva gestualità della stesura cromatica e agli assemblages di materiale di recupero, per riemergere poi come elementi di memoria collettiva. L’assemblaggio viene utilizzato da Sara con uno stile strettamente personale e ad alta identificabilità che rimanda ad artisti quali ad esempio lo statunitense Joseph Cornell.

Le immagini proposte da Sara Lovari sono quelle della donna vintage degli anni ’60, un’ icona rivoluzionaria. Le donne di Sara vengono incastonate in teche di vetro, quasi nostalgicamente a salvaguardia della loro femminilità e fragilità. Una sorta di baluardo contro l’interpretazione maschilista vissuta in chiave di dominio. L’impiego della carta come materiale privilegiato nella realizzazione delle opere non può dirsi casuale. La carta infatti rappresenta da sempre un materiale delicato, leggero, ma nel contempo duttile e dai molteplici impieghi. Forte come una “The Queen” appunto.

Gli abiti delle donne ricordano luoghi storici di Roma, quasi ad identificare l’idea della sensibilità femminile. Un qualcosa di immortale come può esserlo un edificio storico che ha consegnato all’immortalità la sua infinita bellezza. Perché una donna può essere un’insieme di tante affascinanti contraddizioni: buon senso, un po’ di emotiva sregolatezza e pazzia. Come spesso si sente citare: la bellezza salverà  il mondo ! Per cui la donna avrà sicuramente un ruolo fondante che dovrà  compiersi in un prossimo futuro.

Una lunga lotta chiamata “uguaglianza”

Sara Lovari non a caso pone attenzione alla donna degli anni sessanta. Infatti, in questi anni, le richieste dei movimenti femministi in Italia avevano come obbiettivo l’emancipazione e l’eguaglianza, cioè la richiesta di avere pari diritti e doveri rispetto agli uomini e la volontà di conquistarsi spazi nella vita nazionale, economica, personale e sociale. Tra i più importanti il diritto al voto per le donne, arrivato nel (1946) e la parità salariale, traguardo del (1957). Tra gli anni ’60 e ’70, il femminismo in Italia pone l’attenzione sulla liberalizzazione e indipendenza, ottenendo la legge sull’aborto datata 1978.

Nei giorni nostri, la condizione della donna è migliorata, ma sono rimaste comunque molte disuguaglianze. In compenso la donna oggi ricopre spesso ruoli maschili nel campo lavorativo, non senza difficoltà, bisogna dirlo. Può rimanere senza un uomo al fianco, il quale nel passato l’ha sempre relegata in cucina alle sue dipendenze. D’altra parte questa uguaglianza tanto agognata ha subito una battuta d’arresto in diversi campi, sia sociale, lavorativo, esistenziale. Ma certe mentalità maschili sono “dure a morire“, essendo ben radicate nell’uomo, forse colpa di insegnamenti sbagliati. Si dovrebbe cambiare tutto alla radice, ma sarebbe un lavoro impossibile. Bisogna solo confidare nel futuro.

Quando:

Dal 20 dicembre al 26 gennaio 2018

orari : tutti i giorni 10.00-13.00 16.00-19.00, chiusura: domenica e lunedi

Info:

Tel.366/1128107 –

info@triphe.it galleria triphe’ Roma

Dove:

Galleria Triphe’, via Delle Fosse di Castello 2, Roma

Una mostra “fragile” da osservare con cura

Mucciaccia Contemporary inaugura venerdì 1°dicembre 2017, alle ore 18.30, la personale di Ria Lussi dal titolo Fragile. Che vuol dire essere fragili? Da questa domanda l’artista esprime così un’intero universo di esseri, attraverso l’utilizzo figurato di materiali delicati e luminosi, che cambiano forma e sembrano rappresentare l’intera gamma delle emozioni umane. Aperta fino all’11 dicembre, è una mostra in cui l’osservatore diventa tutt’uno con l’osservato, a condivisione della condizione esistenziale in cui siamo tutti fragili e resistenti. I materiali utilizzati dall’artista per le opere esposte (circa 20), vetro, neon e seta, richiedono cura e controllo, inducendo al gesto affettivo. Per le opere in neon e in vetro di Murano, Ria Lussi si è avvalsa del contributo dell’eccellenza delle maestranze italiane con cui vengono realizzati pezzi unici, di raro valore.

Ria Lussi: “E.O.L. Romolo Augustolo”, Vetro di Murano 25x68x20 cm; a destra “glEYEss under water”, Vetro di Murano, diametro 37 cm

L’essere fragile come emozione dell’esistenza

Ria Lussi è nata a Milano e vive a Roma. Ha studiato pittura a Parigi, visual design a Urbino e traduzione a Trieste. Quando disegna lo fa di solito con penna nera. Non è consentito tornare indietro, cancellare. Ama usare come medium il vetro, il neon, la seta perché sono materiali fragili ma resistenti, caratterizzati da una vibrante, quasi inappropriata luminosità. E, come la vita umana, questi materiali  possono infrangersi in un momento.

“Sugli esseri che si propongono (con insistenza) alla mia penna non dico nulla. A chi li incontra, lascio loro la libera interpretazione di essi”

Perché porre attenzione sulla parola Fragile? Perché e’ un’argomento universale che circonda questo mondo cosi crudele tanto da fare compassione. L’artista ha sempre lavorato sul concetto di fragilità, luce e colore, per esprimere l’emozione dell’esistenza. Le traiettorie non conformi disegnano la biologia immaginaria di Ria: in procinto di prendere sostanza, i suoi personaggi sono ancora un po’ indecisi, cambiano natura tra il minerale, il vegetale, l’animale e l’umano. Aggiunge l’artista:

Mi rendo ora conto di concepire un utilizzo del vetro del tutto fuori dagli schemi e anti-decorativo.

Sarà possibile condividere alcuni momenti fondamentali, seppure leggeri, di una ricerca che esplora i confini dell’ “al di là“, andando oltre i limiti intrinseci dei materiali e quelli della ragione, che vorrebbe sempre poter riconoscere nelle forme qualcosa di comprensibile. In questa mostra l’osservatore diventa tutt’uno con l’osservato. Egli diventa così protagonista di un’azione artistica, di condivisione della condizione esistenziale in cui tutti siamo fragili e resistenti.

“Alte sopra il tuo corpo vanno le nuvole”, Inchiostro su seta 80×80 cm; “Coabitare con la propria immagine”, inchiostro su seta, 108×194 cm

Tra tradizione e originalità

Attraversare il tema della fragilità per digerire il concetto che ci appartiene sin dalla nascita, del resistere e renderlo nostro, è l’essenza del lavoro di Ria Lussi. I soggetti sono emblemi di reale ispirazione e plausibile aspirazione, archetipi tra storia e mito, letteratura e nomadismo fiabesco. Busti di vetro, perimetri con neon, lampadine lungo telai elettrificati, pigmenti su seta leggera, materiali fragili che chiedono cura e controllo, evocando un gesto affettivo. Ria Lussi, predilige una fragilità apparente, e rimette in discussione il tema estetico, incorporando nelle trasparenze la superficie con le sue molteplici profondità, rompendo cosi la consuetudine dell’arts and crafts di certi materiali “popolari”. Il vetro, il neon o la luminaria si ribaltano senza perdere identità, incidendo traiettorie anomale. Plasmare una nuova specie iconica, dotata di memoria e veggenza, empatica per natura, estranea in quanto “altra”.

Da sinistra: “I duellanti”, Vetro di Murano, 53x33x16 cm 43x24x40 cm ; “Who am I? Am I You? “, Neon e plexiglas, 75x105x10 cm

Una mostra che aiuta a “perderci”

Le opere di Ria Lussi provengono da un pensiero solido, che si trasforma a contatto con il presente, rendendo il tracciato più liquido e gassoso (due stadi che ritroviamo nel vetro e nel neon). Lo status fluido porta le opere a tagliare il cordone autoriale e parlare un proprio linguaggio. L’essere fragile provoca così le nostre certezze. E’ un tema ambiguo in natura, visto che gli organismi se non subiscono conseguenze estranee riescono a sopravvivere. Il fragile diviene resistente nell’attimo della propria consapevolezza. Possiamo finalmente perderci assieme alle opere, vagare senza meta, sperimentare il futuro nella ricerca di uno spazio nostro.

Info:

T. +39 06 68309404 | info@mucciacciacontemporary.com | www.mucciacciacontemporary.com

Quando:

1 dicembre – 11 dicembre 2017 | Orari martedì – sabato, 10.30 – 19.00; domenica e lunedì chiuso

Dove:

Mucciaccia Contemporary, piazza Borghese 1/A, 00186 Roma

Contemporaneamente, gli anni d’oro dell’Arte e design

Nello spazio della Galleria Mizar, sede storica dell’arte a Roma e in Italia, si terrà dal 22 novembre la mostra “Contemporaneamente, che espone una scelta di opere d’arte, mobili e oggetti di design italiani degli anni ’50, ’60, ’70 e ’80. Saranno presenti i lavori di Fontana, Scialoja, Pascali, Lo Savio, Kounellis, Schifano, Griffa, Ontani, Giò Ponti, Ico Parisi, Vittorio Nobili, Gae Aulenti, Gaetano Pesce e tanti altri. La mostra, soprattutto per ragioni di spazio, non intende certo essere esaustiva nella narrazione di periodi estrosi e floridi. Lo scopo è quello di rappresentare spunti di riflessione da cui possano scaturire stimoli e curiosità per un passato geniale e ancora fertile.

Da sinistra: “Nel mio lavoro dal 60 al 65”, smalto e grafite su tela, Mario Schifano (1965); “Senza titolo”, collage su carta nera, Giulio Paolini (1990)

Un pensiero alla bellezza e all’intelligenza

“Contemporaneamente” non vuole soltanto riferirsi all’ambiente domestico, sarebbe una visione decisamente riduttiva e troppo strumentale del design. Vuole orientarsi invece all’ambiente tutto, in una sorta di ecologia visiva, estetica e funzionale. Da un’opera di Fontana, di Pascali, di Lo Savio o di Kounellis, da un tavolo di Ponti, da una sedia di Nobili, da un vetro di Bianconi o da una lampada di Magistretti si può scaturire una sorta di luce, stimolo e curiosità di conoscere e riconoscere. Questa mostra vuole porsi come piccolo ricordo, a richiamo di un passato prossimo tanto geniale quanto ancora fecondo di progetti e di sviluppi. Un misurato invito, una gentile esortazione al pensiero che la bellezza e l’intelligenza siano formidabili armi, forse uniche, contro il degrado e l’omologazione (verso il basso) che il mondo globalizzato sta portando con se.

Da sinistra: “Lampada da terra”, Ludovico Diaz De Santillana 1965; “Tavolo da pranzo anni ’50”, Gio Ponti; “Vaso in vetro”, Paolo Venini 1952

 “Less is more”, un concetto travisato

Oggi spaventa l’odierno gusto della casa che si ispira, nei casi più alti, alle dottrine di Ikea, e nei casi peggiori al catalogo di Mondoconvenienza. Il design rivolto all’arredamento si sta troppo riducendo al minimalismo, mettendolo in pratica in modo errato, non capendone il significato. Si cerca di confondere e persuadere la gente che il minimal è ormai questo. Il minimalismo è un principio estetico che in arte inizia dal Manifesto De Stijl (1917) fino a Ad Reinhardt. Si esprime attraverso una semplicità compositiva come percezione e valorizzazione dello spazio, le cui caratteristiche fondamentali si ispirano al binomio essenzialità-qualità. Una eleganza formale, un ordine compositivo, un equilibrio che si esplica in purezza di forme e sobrietà decorativa. A tal proposito, viene a mente un enunciato di Mies van der Rohe: Less is more” (meno è meglio). Frase quanto mai fraintesa che afferma l’ignoranza abissale che impera oggi.

Alla ricerca della consapevolezza

Ormai il minimal si mescola alle mode, diventa argomento di riviste patinate, Tv e web che aiutano a omologare il tutto. Oggi è facile riferirsi a culture ormai scomparse e citare testi finiti nel dimenticatoio. Il risveglio da questa “ubriacatura” sarà sempre troppo tardivo, rischiando di ritrovarsi in un deserto dove le memorie dei telefonini sono strapiene di miliardi di scatti, quelli si degni del dimenticatoio. Sarebbe utile rivedere tante cose che il secolo scorso aveva genialmente prodotto. Forme e immagini che hanno sfidato il tempo, a differenza di quello che oggi si sta inculcando nei cervelli delle nuove generazioni. Solo così si potrà provare a risalire la china e pensare a quello veramente da aggiungere al design, cioè i contenuti, invece che privarsene. Si aspetta un cambiamento che sa quasi di chimera. Ritornare a padroneggiare il passato, ma con uno sguardo sempre rivolto al futuro, a nuove creazioni finalmente piene di quella consapevolezza che il ‘900 ci ha lasciato.

Quando:

Inaugurazione mercoledì 22 novembre 2017, ore 18.30

dal 22 novembre 2017 al 15 gennaio 2018

da martedì a sabato ore 10.00 – 19.00

Info:

Cell. +39 3454084549 – info@mizarart.comwww.mizarart.com

Dove:

Galleria Mizar, Via San Sebastianello 16B, (Piazza di Spagna),  Roma

Enrique Moya : quando l’arte incontra la poesia

La sede romana della Galleria d’arte Triphè presenta “El gran silencio”, mostra personale dell’artista spagnolo Enrique Moya, a cura di Maria Laura Perilli. Realizzata con il patrocinio dell’ufficio culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia e di AEPE (Associacion Espanola de Pintores y Escultores), l’esposizione sarà visitabile fino a venerdì 15 dicembre.

Qualcosa di speciale e misterioso

Le opere di Enrique Moya si propongono come una suggestiva e colta accoglienza nei confronti di chi si accinge a percorrere la strada di questo ’’grande silenzio’’. Una tacita dimensione nella quale, come funamboli su una corda, aleggiano disegni a matita di corpi quasi in trasparenza, farfalle bloccate per sempre in una aria senza tempo e libri antichi, forse anche essi inseriti in un’ incerta e immortale sopravvivenza alla storia. Nel libro sta talvolta una verità celata, nelle pagine bruciate rimangono anche fogli bianchi, risparmiati al sacrificio. In fondo, solo attraverso quegli scritti che giungono alla libera interpretazione dei lettori, si svela tra le righe una propria verità e non quella universale. Nel non tutto bruciato e in una farfalla che si appoggia, c’è la speranza di un pensiero rinnovato.

Il grande silenzio della riflessione

Il corpo, quasi come un contenitore, interagisce con il libro in tutte le sue parti. Le mani per sostenerlo, gli occhi e la bocca per leggerlo, le orecchie per ascoltare il ritorno di ciò che si legge. Tuttavia solo una parte è legata al libro da un filo invisibile: la mente. La mente, infatti, assorbe quella verità scritta e poi la rielabora. La metabolizza e, successivamente, entra nel grande silenzio della riflessione. La scatola corporea si rilassa e il peso di quella verità scivola via; il pensiero gira e svuota la mente per arrivare alla verità nascosta. La leggerezza dei corpi disegnati da Enrique Moya rappresenta l’involucro che non c’é più. È rimasta solo l’anima e il corpo diviene una trasparenza in lontananza, attraversata da parole e pensieri in piena e continua rielaborazione. In alcune opere poi l’immagine della verità è avvolta in una cornice ovale dorata sulla quale si poggia una impalpabile farfalla.

Arriva dopo la tempesta un grande silenzio. In un’area rarefatta, sta la poesia della leggerezza sulla punta di un insetto dal fascino e dalla forza immortale.

L’equilibrio degli opposti

L’Italia gioca un ruolo fondamentale per la formazione artistica e culturale di Enrique Moya González il quale, grande appassionato dell’arte del passato, ha trovato nel nostro Paese la sua fonte d’ispirazione nei suoi lavori. Oltre all’arte italiana, si coglie spesso un chiaro riferimento all’arte africana, utilizzata dall’artista come strumento per spiegare diversi concetti antropologici. Gli studi sull’antropologia portano l’artista a riconsiderare il rapporto tra maschio e femmina, e in particolar modo, sul legame che unisce questi due mondi apparentemente opposti. In cosa siamo diversi? Cosa invece ci accomuna? Come trovare il giusto equilibrio? Ecco le domande che si pone l’artista con sottile intuito e che ritroviamo nelle sue opere.

Le bruciature su carta

L’idea artistica trova il suo equilibrio nella materia, lavorata con grande rispetto e devozione da Enrique Moya. La carta, in particolar modo, non è solo il supporto fisico delle sue opere, ma è qualcosa di ben più profondo. Si adatta, entra in sinergia con l’artista che accetta il suo mistero intrinseco. Le bruciature visibili sulle opere sono “graffi” di presenza. All’inizio della sua carriera le abrasioni sulla tela erano poco controllate, ma col tempo l’artista ha saputo trovare la giusta convivenza tra la sua tecnica e il caso. Le abrasioni infatti mostrano piccole pellicole che si staccano dalla tela, formando delle gocce, degli schizzi che prendono vita, ricordando che la causalità è sempre accanto all’artista. Per questo l’arte di Enrique Moya è unica, originale e non catalogabile. Non è una fotografia, una pittura, un disegno, una stampa né un’incisione. Le bruciature visibili nei quadri sono un modo per rompere gli schemi, capovolgere, spezzare i discorsi e trovare il punto di congiunzione tra le parti. Le sue tele nascono da un mondo interiore. Lo spettatore ha la possibilità di scrutare e vedere l’universo dell’artista e, allo stesso tempo, di lasciarsi trasportare.

Quando:

dal 15 novembre al 15 dicembre

Dal martedì al sabato, orari : 10.00-13.00 16.00-19.00

Info:

tel: 366/1128107

info@triphe.it  www.triphe.it   https://www.facebook.com/galleriatriphe/

Dove:

Galleria Triphè, via Delle Fosse di Castello 2, Roma

Phil Jarvis , l’artista viaggiatore

Dopo svariati riconoscimenti negli States, il talento di Phil Jarvis approda per la prima volta in Europa. Teatro scelto per l’esposizione la Nero Gallery di Roma, piccola e innovativa galleria d’arte, situata al Pigneto, che si occupa di Lowbrow e Pop surrealism. La mostra (18 novembre 2017-13 gennaio 2018) ha come titolo “The Traveller“. Il viaggio, tema a lui molto caro, si delinea attraverso schizzi di città, atmosfere oniriche e personaggi stravaganti, piccole narrazioni del suo errare di città  in città  e di nazione in nazione.

Tra disegni inediti e sottofondi sonori

Il progetto espositivo nasce dalla collaborazione tra Nero Gallery e HB production, studio di grafica e comunicazione formato da un team giovane con grandi capacità esecutive, fantasia ed idee all’avanguardia. L’esibizione prevede un’anteprima il 17 Novembre presso HB Production (via dei Reti, 60). Nello stesso luogo si stamperà una serie limitata di Serigrafie con un’immagine inedita creata appositamente dall’artista per l’evento. Il vernissage ufficiale avrà luogo il 18 Novembre alle ore 19, presso la sede di Nero Gallery (via Castruccio Castracane 9), con Live Act di Luca Longobardi a cui parteciperà anche lo stesso JarvisLongobardi si occuperà di dare voce con la sua musica all’opera su tela di Phil, eseguendo un’ improvvisazione elettroacustica basata su uno schema sonoro generato da una struttura 3D, disegnata con Iannix, che ricalca la bozza del disegno di Phil Jarvis

Da sinistra: i dipinti “Picaso Blues” e”On the wall”; in bianco e nero alcuni disegni.

Un Ulisse contemporaneo

Phil Jarvis è conosciuto in Italia per i suoi numerosi lavori su vetrofania che possiamo ammirare in molti studi di tatuatori. Approda a Roma con una mostra  che ha come tema “il viaggiatore”, rappresentando a pieno il percorso artistico e personale di Phil.” Schizzi di città, atmosfere oniriche e personaggi stravaganti sono piccole narrazioni del suo errare di città in città e di nazione in nazione. Come un Ulisse contemporaneo fa conoscere e narra i sui sconvolgenti episodi, alcune volte buffi e alcune volte enigmatici. Spirito poliedrico e libero, cerca in un ogni suo lavoro di trasmettere la sua anima ribelle ed eccentrica. Nella mostra potremmo trovare dieci schizzi e alcune tele, molti personaggi e paesaggi sono la narrazione del suo passato viaggio in Italia.

Al centro “Archivio”, Verona, Italia; ai lati “True Blue Tattoo” e Royal Tiger Tattoing” in Austin, Texas.

Da St. Louis al mondo

Phil Jarvis è un artista americano il cui lavoro spazia dal lettering ai murales senza tralasciare l’arte pittorica, dai dipinti ai disegni con grafite. Riprende la poetica surrealista e geometrica con un uso del colore sapiente e di forte impatto. Il segno grafico, sua matrice di riferimento, lo conduce verso dimensioni astratte contemporanee e sempre nuove. Artista ricercato e rispettato a Saint Louis, sua città natale, è conosciuto per i suoi murales, la segnaletica e le belle arti. Le sue creazioni uniscono forme libere che si fondono con colori sorprendenti. Rappresentano il vero senso dell’arte moderna: idee fresche e astratte che abbandonano la tradizione alla ricerca di qualcosa di innovativo. Le sue opere non si possono vedere solo nei negozi di St. Louis, ma anche in tutto il mondo. Phil ha avuto la possibilità di avere la sua segnaletica commissionata in Francia, Italia, Germania e Colombia. È stato inoltre presentato in numerose riviste come St Louis Magazine, salsa Magazine e Lanza notizie.

Alcuni murales di Jarwis: “Sauce on the side” e “Morgan Steet Brewery”, St Louis, Missouri.

Espressione di un’ anima ribelle e eccentrica

Tutto ebbe inizio quando i genitori gli regalarono il suo primo kit per dipingere, da allora Phil Jarvis non si e’ più fermato. Le opere di Phil nascono con uno schizzo ruvido simile alla tecnica che usava Jackson Pollock, il leader dell’espressionismo americano“. La sua tecnica si esplica gettando degli schizzi casuali, aspettando di vedere cosa ne esce fuori, fino ad evolversi in qualcosa che lo fa ritenere soddisfatto lasciando determinare la forma alle sue opere e confondendo l’orientamento delle sue tele. Tale innovazione deriva dal profondo background di Jarvis nelle belle arti. Tra le ispirazioni egli cita prima suo padre, un fotografo, e aggiunge anche i maestri olandesi Jan van Eyck e Rembrandt, oltre a Pablo Picasso e Salvador Dali­. I dipinti  suggeriscono una distorsione della figura umana che ricorda i dipinti e le sculture dell’astrattista olandese Piet Mondrian e Diego Rivera, leader del movimento murale messicano.

Il mio lavoro mi piace paragonarlo ad una macchia di inchiostro di Rorschach, ma invece di descrivere verbalmente l’illusione, la dipingo. Il dipinto  tende ad essere un ritratto psicologico della mia vita in quel momento, posso capire esattamente dove mi trovavo nella vita.

Per quanto riguarda i suoi murales, ama usare una “misura naturale”. Il carattere principe nei suoi lavori sulle vetrine resta l’Helvetica, tutti gli altri sono variazioni. Ultimamente Jarvis è andato a raffinare sempre di piu il suo lavoro sulle vetrine dei negozi usando “forme più decorative di lettering”, trovando ispirazione da David A. Smith. Jarvis ha lavorato per vetrine di negozi come Adriana, Frazer, Indigo Massage & Wellness, Jefferson underground e Kakao Chocolate.

Quando:

dal 18 Novembre 2017 al 13 Gennaio 2018

Info:

http://www.philjarvispaintings.com/

www.nerogallery.com |info@nerogallery.com

www.soundcloud.com/Luca-Longobardi

Dove:

Nero Gallery, Via Castruccio Castracane 9 , Roma

Sicioldr: in mostra sogni, leggende e fantasia

Dal 16 novembre la galleria RvB Arts presenta la personale del giovane artista italiano Alessandro Sicioldr. “Night Chant” più che una mostra è un viaggio all’interno dell’irrazionale, del sogno e dell’inconscio, alla scoperta di mondi abissali e meravigliosi. Protagonisti dei dipinti creature bizzarre e mitologiche, esseri strani e misteriosi, divinità, ibridi e replicanti. Queste immagini nascono dalla reinterpretazione di storie antiche, incarnate nella sapiente tecnica della sua pittura ad olio. La mostra, curata da Michele von Büren, resterà aperta fino al 2 dicembre. Essa rientra nel progetto della galleria RvB Arts che vuole andare alla scoperta di giovani talenti e promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea in modo divertente e informale.

Alessandro Sicioldr: “The Goddess” ,100×90 cm, 2017, a destra “Ombra”, 120x90cm , 2015

Alla scoperta dell’ignoto

Alessandro Bianchi (Sicioldr) è nato a Tarquinia nel 1990. Nello studio del padre apprende l’arte del disegno e della pittura con una formazione particolare rivolta ai procedimenti tecnici di preparazione dei pigmenti e dei supporti derivata dal famoso trattato del ‘400 di Cennino Cennini, Il Libro dell’Arte. Si esprime principalmente dipingendo quadri ad olio e ad acquerello.

Sicioldr è una parola sorta spontaneamente, che si è inserita nel tessuto della mia vita e autonomamente si è associata alla mia persona e alla mia arte.

Come affermato dall’artista stesso, Sicioldr è un termine “luminoso” perchè indaga su qualcosa che non si conosce. Va alla scoperta delle profondità più oscure, proprio come un sommozzatore, sfidando la paura. E’ anche collegabile ad un sorta di difesa (dall’inglese shield – scudo) che l’artista pone tra il suo essere e il caos dell’inconscio. Infatti i contenuti irrazionali vengono integrati nelle sue immagini per far si che non prendano il sopravvento. Vengono analizzati e catalogati come se fossero realtà esistenti della vita. Portare la luce sulle oscurità interiori significa guardare dentro di sé, conoscersi meglio e avere meno paura.

Da sinistra: “Sogno di Plutone”, 30×30 cm, 2016; “L’Annunciazione”, 60x70cm,2017; “Daimon”, 30×40 cm, 2016

Atmosfere oniriche suggestionanti

A influenzare le sue opere sono stati l’immaginario storico e l’educazione cristiana appresa da ragazzo. I temi dell’Inferno, del Paradiso e dei mondi paralleli hanno portato a molti spunti fantasiosi. Personaggi e paesaggi possono essere accomunati a quelli del ‘400 fiammingo, ma anche all’arte medievale e orientale. Queste forme artistiche infatti avevano interesse per l’inconscio, le visioni e la spiritualità. Non tutto quello prodotto durante i flash visionari di Sicioldr è rappresentato. Viene selezionata solo l’immagine carica di simbologia, attraverso una lunga fase di gestazione della bozza, che si conclude con la consacrazione finale del dipinto. Sicioldr dipinge di giorno, quando c’è razionalità, per dare una forma scentifica al delirio irrazionale notturno, in cui si manifestano le immagini, il buio, le mostruosità. Per seguire tutti  i capolavori, i disegni preparatori e le curiosità dell’artista, visita il sito ufficiale sicioldrart.

Quando :

Dal 16 novembre al 2 dicembre

Orario : 11,00-13.30 / 16,00-19,30

Domenica e lunedi chiuso

Info :

tel . 3351633518 | www.rvbarts.com

Dove :

RvB Arts, Via delle Zoccolette 28 , Roma

Thomas Mustaki e la sua pittura psicologica

La pittura e l’arte possono diventare una via di fuga dalla pazzia, dalla depressione, dai dolori e dai tormenti interiori di una società piena di insicurezze, aspettative e traumi. E’ quello che è accaduto al giovane artista svizzero Thomas Mustaki. Le sue opere saranno esposte a partire da mercoledì 8 novembre nel Museo-donazione Umberto Mastroianni all’interno dei Musei di San Salvatore in Lauro. La mostra è parte dell’evento “Innovare creando”, organizzato da Lorenzo Zichichi e la Sua Casa Editrice “Il Cigno”, in collaborazione con ANDI, associazione nazionale degli Inventori. L’ingresso è libero per il pubblico che vorrà visitare.

Thomas Mustaki: “Knowledge”; a destra “When the Storm Ends”

Parola d’ordine “innovazione”

Thomas Mustaki è un giovane artista autodidatta, nato in Svizzera nel 1990. Le sue opere creano un linguaggio visuale davvero innovativo. Sulle tele infatti è presente una rivoluzione di tratto, di linea e di colore, in un mix tra street art, stile neorealista e neoespressionismo. Le forme geometriche sono capaci di incidere autenticità e sincerità alle sue immagini metaforiche, caratterizzate da un’emozione cruda non architettata a tavolino.

Non so da quale angolo della mia mente vengano i volti che dipingo, so solo che rappresentano la personificazione delle mie emozioni, come la rabbia, che grazie al rullo e al pennello riesco a intrappolare sulla tela. Sono emozioni crude, che dipingo di getto. (Thomas Mustaki)

Il risultato è una pittura accattivante al tempo stesso vera, realista, estrema. Un’arte aggressiva e fulminea, meditata e colta, con soggetti carichi di allusioni e riferimenti profondi dell’animo umano nel pieno della propria tempesta emotiva.

Da sinistra: “Soulmates”; “Calm Expanse”; “Blue King”

La testimonianza del tormento interiore

A cosa si è ispirato Thomas Mustaki? Le sue opere riflettono domande e dubbi quotidiani, simbolizzando la personale lotta interiore, forse mai vinta. Nei quadri dell’artista le figure umane e i volti vengono ritratti con pennellate intrise di colori vivaci e accesi, quasi fosforescenti, raccontando la battaglia che, all’età di 15 anni, si è trovato a combattere. Nel 2005, infatti, ha trascorso un lungo periodo ospedaliero per riprendersi da un forte shock psicologico. Proprio durante una delle lezioni di terapia artistica ha scoperto la passione per l’arte, decidendo di metterla al centro della sua nuova vita. Sarebbe riduttivo, tuttavia, descriverlo con il clichè dell’artista travagliato. Dalle fasi buie della sua vita Mustaki vuole rappresentare solo il meglio, per mandare un messaggio positivo e provocare emozioni e reazioni forti in chi, come lui, si è trovato ad affrontare momenti difficili come la depressione. Come una catarsi riesce a portare alla luce le afflizioni dell’anima, che altrimenti rimarrebbero imprigionate dentro di lui senza trovare via di uscita. Servirebbe anche nella vita reale un simile processo di depurazione. Forse cosi potremmo sentirci tutti più leggeri, senza quel fardello pesante che mano a mano andrebbe a danneggiare tutta la nostra esistenza, i rapporti umani, la vita!

Quando :

Dall’8 novembre all’8 dicembre

Info :

http://www.museidisansalvatoreinlauro.it/ | Tel. 06 6875608 | piosodalizio@tiscali.it |

Dove :

Museo Donazione Umberto Mastroianni, Piazza di San Salvatore in Lauro,15, Roma

The Crossing, un “passaggio” per nulla scontato che accumuna due artiste

RvB Arts presenta una mostra collettiva dedicata ai nuovi dipinti e disegni della pittrice romana Lucianella Cafagna, e ad una serie di fotografie a tema unico di Chiara Caselli, nota anche per la sua carriera cinematografica. I lavori e le differenti ricerche delle due artiste si incontrano nella mostra “The Crossing”. Il titolo rivela appunto il passaggio e “l‘attraversamento” che nelle loro opere prende vita, sia in senso metaforico che rappresentativo. Pervade in esse anche una percezione di libertà nel pensiero. E’ proprio nel 1968, in piena rivoluzione borghese che ha generato la “dittatura del desiderio”, che nascono le due artiste. L’esposizione, curata da Michele von Büren, resterà aperta al pubblico dal 31 ottobre fino al 9 dicembre.

Lucianella Cafagna, The Crossing, 90×90 cm

Tra riflessioni e abbandono

Lucianella Cafagna è nata a Roma nel 1968. Studia all’ École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, passando un periodo d’apprendistato nello studio di Pierre Carron, pupillo di Balthus. Nel 2011 ha partecipato alla Biennale a Venezia, con un’opera selezionata per il Padiglione Italia. Il mondo dell’infanzia è un tema ricorrente nei lavori della Cafagna, che unisce l’eleganza formale dello studio tradizionale con uno slancio nel mondo contemporaneo. Risalta in particolare la sua abilità nel creare un senso di sospensione senza tempo. I suoi soggetti vengono collocati tra la memoria e l’oblio, come simbolo struggente della nostra vita transitoria. Venendo ai suoi dipinti a tempera e disegni su tela, il passaggio si denota nello sviluppo adolescenziale delle protagoniste, prese nel loro periodo di maturazione e crescita. Esse vengono colte nelle loro riflessioni più intime e personali dell’animo umano, abbandonate in un mondo a se. Incutono mistero e curiosità in chi le osserva: in che mondo si trovano? A cosa stanno pensando? Sono quadri che catturano per bellezza, ma anche perchè racchiudono l’enigma dell’introspezione, un luogo dove ci si perde, che non conosce confine alcuno.

Lucianella Cafagna: “Face-to-Face”, 60×50 cm; a destra “Basking”, tecnica mista su tela

Dal cinema alla fotografia

Chiara Caselli nasce a Bologna nel 1967. Dopo aver intrapreso una carriera cinematografica diventa, in breve tempo, una delle attrici più versatili ed internazionali della sua generazione. Vanta collaborazioni con autori quali Michelangelo Antonioni, Liliana Cavani, Marco Tullio Giordana e Gus Van Sant. Nel 1999 il suo primo progetto da regista, il cortometraggio Per Sempre, vince il Nastro d’Argento. Torna alla regia nel 2016 con Molly Bloom, dall’Ulisse di James Joyce, che è stata presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Parallelamente alla recitazione, la Caselli ha dedicato il suo talento alla fotografia, ricercando la purezza e l’immediatezza dello sguardo. Concentrandosi sulla natura e sulle figure, ha creato una raccolta di opere di alto valore pittorico. Approda nel 2011 alla Biennale d’Arte di Venezia e al Festival Internazionale di Fotografia di Roma. Nel 2014 espone per la prima volta in Giappone, con una personale site-specific, negli spazi che Gae Aulenti ha creato per l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo.

Chiara Caselli: “Fata Morgana”, 60×60 cm, 2017

Paesaggi sconfinati, luci e nebbie

Le fotografie della Caselli sono scattate nel viaggio che fece per l’isola di Ginostra alle Eolie. Tale passaggio (attraversamento) si riscontra nelle trasparenti atmosfere marine di nebbia e luce, dove la linea dell’orizzonte scompare fino a non farla più percepire all’occhio di chi le osserva. Una poesia visiva che entusiasma, perchè capace di toccare l’animo umano, facendo capire l’importanza del soffermarsi a riflettere e avere cosi quel lasso di tempo che e’ bene prendersi, sempre indaffarati come siamo nella nostra frenetica e convulsa vita. D’altronde e’ anche un modo per operare una introspezione a volte necessaria a capire dove stiamo andando, cosa stiamo facendo, se e’ giusto o sbagliato, o semplicemente per avere un minuto privato, tutto nostro, dove lasciare il mondo fuori…

Quando:

dal 31 ottobre al 9 dicembre

Info:

 3351633518  |  info@rvbarts.com  |   www.rvbarts.com

Dove:

RvB ARTS , via della Zoccolette 28, 00186 Roma

Duilio Cambellotti, tra simbologia romana e finalità sociale

Le opere di Duilio Cambellotti, poliedrico artista italiano della prima metà del ‘900, saranno esposte nella galleria W. Apolloni, in Via Margutta. La mostra, intitolata “Io sono Cambellotti”, vuole evidenziare la schietta romanità e l’ecletticità dell’autore, il quale riusciva a padroneggiare ogni tipo di tecnica e materiali. La sua arte partiva dall’idea che l’ opera in sé avesse una funzione di divulgazione popolare ed educazione al bello per le masse. L’apertura al pubblico è prevista dal 27 ottobre fino al 23 dicembre.

Duilio Cambellotti, Autoritratto, 1940, matita su carta 28,5 x 23 cm. A destra “La Legnara”, 1947, disegno acquerellato 41×116 cm

Un’arte rivolta a tutti

Duilio Cambellotti (1876 – 1960) è stato un artista impegnato nelle arti grafiche e visive. Si accostò inizialmente all’Art Nouveau, cogliendone gli aspetti prettamente originari e pionieristici espressi dalle idee di William Morris. Egli, infatti, vide nell’arte una finalità sociale, moralistica, pedagogica al fine di renderla fruibile a tutti, divenendo l’esempio lampante di artista-artigiano per eccellenza. Resuscitò con senso popolare e repubblicano la simbologia romana del fascio, dell’aquila e della lupa molto prima dell’avvento del fascismo, che trovò un repertorio simbolico già “pronto” quando arrivò al potere. Illustratore di propaganda nella Prima Guerra Mondiale, creatore di singolari monumenti ai caduti nel primo dopoguerra, fu anche coinvolto nell’opera di fondazione delle nuove città della Bonifica Pontina. Il suo amore per l’Agro Romano e Pontino lo portarono a studiare gli alberi e le piante, animali, paesaggi, abitazioni, le genti ed i costumi della campagna attorno a Roma. Voleva conservarne il ricordo in forme artisticamente stilizzate e inconfondibili, diffondendone le immagini allo scopo di sensibilizzare la società sulle condizioni di arretratezza, fatica, miseria e malattia in cui vivevano i contadini dei latifondi malarici. Con Giovanni Cena, Giacomo Balla, Sibilla Aleramo e Alessandro Marcucci, fu attivo per promuovere le scuole per i figli dei contadini. Riuscì anche a imporre l’elegante idealizzazione di oggetti rustici al pubblico borghese (come mobili e maioliche), favorendo la cosciente bellezza degli strumenti del lavoro contadino. Fu anche scenografo, costumista, direttore di scena, soprattutto per il teatro classico a Siracusa e Ostia, ma anche per il cinematografo, dagli inizi del muto fino al neorealismo del dopoguerra.

A sinistra “Conca dei cavalli” (1910); a destra “Le rondini”, 1930, inchiostro e matita su carta 31×25 cm

Un allestimento variegato

In mostra alcune “Leggende Romane”, come la tempera più antica del Ponte Sublicio, il suo disegno preparatorio de “La Legnara”, facente parte di un poema iconografico dedicato al Circeo e alla navigazione antica. Dalla rappresentazione de “La Nave” di Gabriele d’Annunzio, a bronzi, gessi e sculture, passando per i manifesti come quello per l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911. Saranno presenti anche numerose piccole illustrazioni per libri, che esaltano la grande capacità grafica di Cambellotti come disegnatore di tavole e vignette. Esse erano concepite in modo da adornare il libro in ogni sua parte, affinché il contributo dell’artista fosse pari a quello dello scrittore. Ne è un esempio l’illustrazione figurata in tessuto colorato, ricca come un piccolo arazzo, dell’edizione di lusso delle “Favole” di Trilussa. Il catalogo della mostra “Io sono Cambellotti” è stato curato da Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, ed arricchito dalla presentazione firmata dallo scrittore Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega.

Da sinistra: Il Sublicio (1910-11), matita, carboncino e tempera bianca su carta bruna 58×51 cm; l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911; disegni e fregi delle Favole di Trilussa.

Quando:

dal 27 ottobre al 23 dicembre

Orari : 9.30 – 13  ; 15.30 – 19

Ingresso gratuito

Dove:

Galleria W. Apolloni – Via Margutta 23 B, Roma